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SEMINA CANAPA 2019



Il GRID in collaborazione de La Canaparia Italiana, ha aperto uno sportello informativo per coloro che sono interessati ad avviare o implementare un’attività agricola di produzione e commercializzazione di prodotti alimentari (semi, farina e olio) della Canapa Sativa.

In collaborazione con La Canaperia Italiana Cooperativa Agricola - Sociale, Forest Formazione Regione Lazio e Biosfera Onlus, lo sportello sarà un punto di connessione tra quanti vogliono coltivare o commercializzare un prodotto dalle qualità nutraceutiche particolari, in un mercato nuovo che offre agli agricoltori o a chi intende iniziare un’attività agricola di coltivare un pseudo – cereale che da possibilità di rotazione, arricchimento della massa organica e un maggior reddito agricolo.

I prodotti alimentari della Canapa Sativa sono particolarmente efficaci per una serie di patologie per il loro alto contenuto di sostanze nutritive e terapeutiche e sono rivolti anche a vegetariani, vegani e celiaci come integratori alimentari privi di glutine e con il più alto contenuto proteico in natura: la Canapa Sativa è considerata dai nutrizionisti un “superalimento” per la sua composizione in polifenoli e Omega 3 – 6 (5 volte l’olio extravergine d’oliva) e in proteine (5 volte la carne) e il prodotto Made in Italy, uno dei migliori, è molto ricercato da farmacie, erboristerie e negozi di alimentazione specializzati.

Lo sportello offrirà diversi servizi:

  • Informazioni e istruzioni sulle procedure di lavorazioni dei terreni, semina, coltivazione e trebbiatura del seme di canapa sativa;
  • Informazioni sul mercato nazionale e internazionale;
  • Informazioni legali e legislative regionali, nazionali e internazionali;
  • Assistenza tecnica agronomica e tecnologica;
  • Progettazione e reperimento fondi di finanziamento;
  • Start – up e attività di business angel e incubatore;
  • Integrazione in progetti già esistenti o in filiere già costituite.

 

Giovedì 11 maggio 2017 alle ore 16 presso il GRID in Corso della Repubblica 48/52 a Frosinone, si presenterà lo sportello con la presenza di alcuni esperti che illustreranno la sostenibilità, le tecniche agronomiche, le tecnologie, il mercato e le possibilità di fare start – up secondo il seguente programma:

 

  • MATTEO SALVADORI - Cooperativa Earth & Link Project Il GRID e lo sportello informativo sulla Canapa Sativa
  • VALERIO ZUCCHINI - Valerio Zucchini Consulting, Bologna Il mercato della Canapa Sativa in Italia e nel mondo
  • ROSARIO SCOTTO - Presidente de La Canaperia Italiana Cooperativa Agricola e Sociale, Palata (CB) La canapicoltura: coltivazione, trasformazione e commercializzazione della canapa sativa
  • MASSIMO TESTA - Presidente Biosfera Centro Studi, Sora (FR), Direttore scientifico Forest Formazione Regione Lazio, Sora (FR)

Fare start – up in agricoltura attraverso prodotti e processi innovativi.

Al termine ci sarà un’apericena con i prodotti a base di Canapa Sativa (è gradita la prenotazione).

Pubblicato in News

Finalmente in Italia avremo una legge quadro per la filiera della canapa industriale. Il testo è stato approvato presso la commissione agricoltura in Senato ed ora manca solo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

La legge approvata definitivamente era stata inizialmente proposta dal Movimento 5 Stelle con Loredana Lupo come prima firmataria, per poi diventare un testo unificato che racchiudeva anche le proposte di Adriano Zaccagnini (Sel), Nicodemo Oliverio (Pd) e Dorina Bianchi (Area Popolare). La legge era stata proposta nel 2013 e dopo l’approvazione è passata in Senato dove è stato approvata oggi.

“Nel percorso”, racconta a canapaindustriale.it la senatrice del Movimento 5 Stelle Daniela Donno, membro della nona commissione permanente dedicata ad agricoltura e produzione alimentare, “abbiamo assistito ai tentativi dell’esecutivo e della maggioranza di rallentare i lavori, ma nonostante questo, in Italia finalmente sarà vigente una legge per lo sviluppo della filiera della canapa industriale”.

Nonostante la coltivazione di canapa industriale non sia mai espressamente stata vietata nel nostro Paese, la mala interpretazione delle leggi antidroga ha portato le forze dell’ordine ad arrestare e sequestrare le coltivazioni di chi negli anni ’70 e ’80 aveva provato riprendere la coltivazione della canapa da fibra o da seme. Questa situazione di incertezza si è protratta fino al 1997, anno della circolare del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali contente disposizioni relative alla coltivazione della Cannabis sativa, integrata poi della circolare n.1 dell’ 8 maggio 2002. Ora ci sarà una legge quadro in grado di dare una spinta ad un settore in cui eravamo i primi al mondo per la qualità del prodotto fino agli anni ’50 del ’900.

COSA CAMBIA CON LA NUOVA LEGGE?
Le novità introdotte dalla nuova legge sono principalmente 3:

- non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di THC al massimo dello 0,2%. Quindi significa che la comunicazione alla più vicina stazione forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza) tramite un modulo denuncia, NON è più necessaria.
Gli unici obblighi per il coltivatore sono quello di conservare i cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi e di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente.

- gli eventuali controlli verranno eseguiti da un soggetto unico e la percentuale di THC nelle piante analizzate potrà oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l’agricoltore.

- sono previsti 700mila euro l’anno di finanziamento per la creazione di impianti di trasformazione.

Dopo 15 giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale la legge entrerà definitivamente in vigore ed il ministero della Salute avrà 6 mesi di tempo per legiferare su una questione che sta a cuore a tutti i produttori di canapa alimentare, e cioè la percentuale di THC che può essere contenuta nei prodottialimentari ad uso umano.

All’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, in Italia coltivavamo più di 100mila ettari di canapa. Nel 2015 ne abbiamo coltivati poco più di 3mila. Speriamo che questa legge possa essere un supporto per i nostri agricoltori ed una speranza per la nascita di un’economia più attenta all’ambiente ed al futuro con l’obiettivo di tornare a produrre in grandi quantità la miglior canapa del mondo.

QUI il testo definitivo con l’iter parlamentare.

Mario Catania

Fonte: Canapa Industriale

Pubblicato in Canapa Sativa

 

 

Il sistema endocannabinoide è un complesso sistema endogeno di comunica-zione tra cellule. Esso è composto da recettori endocannabinoidi, i loro ligan-di endogeni (gli endocannabinoidi) e le proteine coinvolte nel metabolismo e nel trasporto degli endocannabinoidi. Questo sistema è di grande importanza per il normale funzionamento dell’organismo.

Il sistema endocannabinoide prende il suo nome dalla pianta di cannabis poiché alcuni fitocannabinoidi in essa presenti, tra cui il THC, mimano gli effetti degli endocannabinoidi legandosi ai medesimi recettori. La maggior parte dei neurotrasmettitori sono stati scoperti molto prima dei recettori cor-rispondenti ai quali si legano per svolgere la loro azione sul Sistema Nervoso Centrale (SNC). Tuttavia, nuove tecniche di studio e di ricerca hanno teso a rovesciare questa tradizione e, come già nel caso della scoperta del sistema oppioide endogeno, anche nel caso degli endocannabinoidi, essi sono stati individuati dopo la scoperta dei loro recettori, i quali erano stati identificati grazie ai fitocannabinoidi.

Le funzioni del sistema endocannabinoide

La produzione in tutto l’organismo di componenti del sistema endocannabi-noide e la presenza di questo sistema in organismi di livello inferiore, indi-cano un ruolo vitale di questo sistema nella filogenesi (De Petrocellis et al. 2004, McPartland et al. 2006).

In base alla localizzazione dei recettori, è stato ipotizzato che il sistema en-docannabinoide sia coinvolto in un gran numero di processi fisiologici (Figu-ra 1, Tabella 1), tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore, la regolazione dell’equilibrio energetico, e in com-portamenti come l’assunzione di cibo (Ameri 1999, Di Marzo 1998). Altre funzioni del sistema endocannabinoide, nella normale fisiologia, potrebbero essere correlate alle funzioni endocrine, alle risposte vascolari, alla modula-zione del sistema immunitario, alla neuroprotezione (Correa et al. 2005, Van der Stelt & Di Marzo 2005, Wang et al. 2006, Idris et al. 2005, De Oliveira Al-vares et al. 2006, Arenos et al. 2006, Mikics et al. 2006, Guindon et al. 2006).

Figura 1 - Le principali funzioni del sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.

 

Tabella 1 - Funzioni in cui è coinvolto il sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.

 

 

I recettori cannabinoidi

Il corpo umano possiede specifici siti di legame per i cannabinoidi, distribu-iti sulla superficie di molti tipi di cellule. Il nostro organismo produce i loro ligandi endogeni, chiamati endocannabinoidi, i quali si legano proprio ai recettori cannabinoidi (CB), attivandoli. Questi recettori appartengono alla numerosa famiglia dei recettori accoppiati alla proteina G (GPCR), superfa-miglia della quale fa parte la maggioranza dei recettori più comuni. I GPCR sono recettori di membrana che consistono in sette domini trans membrana (7TM) con un terminale amminico extracellulare ed un terminale carbonilico intracellulare (Howlett, 2002).

Fino a qualche anno fa si pensava che esistessero solo due tipi di recettori cannabinoidi, i CB1 (Figura 2) scoperti nel 1990 (Matsuda et al.1990, Gerard et al. 1991) e i CB2, scoperti qualche anno dopo, nel 1993 (Munro et al. 1993, Griffin et al. 2000) ma ci sono crescenti evidenze dell’esistenza di ulte-riori recettori cannabinoidi sia a livello centrale che periferico. Uno di questi potrebbe essere il recettore “orfano” accoppiato alla proteina G, denominato GPR55 (Lauckner 2008, Ryberg et al. 2007).

Figura 2 - Il recettore cannabinoide CB1 ha una struttura a sette domini trans membrana (7TM). Fonte: The endocannabinoid system handbook. ECSN 2008.

I recettori cannabinoidi hanno differenti meccanismi di distribuzione tissutale e di segnalazione. I CB1 sono tra i più abbondanti e i più ampiamente di-stribuiti GPCR nell’encefalo. Si trovano principalmente sulle cellule nervose (neuroni) del SNC (oltre che nell’encefalo quindi, anche nel midollo spinale). A livello dell’encefalo, la distribuzione dei CB1 (Figura 3) è particolarmente marcata nelle regioni responsabili della coordinazione motoria e del movi-mento (per esempio, il cervelletto, i gangli della base, nello specifico, lo stria-to e la substantia nigra), dell’attenzione e delle funzioni cognitive complesse come il giudizio (ad esempio, la corteccia cerebrale), dell’apprendimento, della memoria e delle emozioni (ad esempio, amigdala e ippocampo) (Bie-gon & Kerman 2001, Glass et al. 1997, Herkenham et al. 1990, Maileux et al. 1992, Pettit et al. 1998).

I recettori CB1 sono presenti in minor quantità, anche in alcuni organi e tes-suti periferici tra cui ghiandole endocrine, ghiandole salivari, leucociti, milza, cuore e parte dell’apparato riproduttivo, urinario e gastrointestinale.

Figura  3 - Distribuzione dei recettori CB1 nel cervello. Nello specifico, le aree indicate con i puntini neri sono quelle in cui maggiormente si lega il cannabinoide esogeno THC modificandone il normale funzionamento e sviluppo. Fonte: NIDA.

 

 

 

A differenza dei CB1 invece, i recettori CB2 sono espressi principalmente a li-vello periferico. Sono presenti prevalentemente nelle cellule immunocompe-tenti, tra cui i leucociti, la milza e le tonsille, il midollo osseo ematopoietico ma anche nel pancreas. Recentemente sono stati identificati anche nel SNC, pur se a basse concentrazioni (Van Sickle et al. 2005), in particolare sulle cellule gliali e microgliali.

Il ruolo dei recettori cannabinoidi è essenzialmente quello di regolare il rila-scio di altri messaggeri chimici. I recettori CB1 interferiscono con il rilascio di alcuni neurotrasmettitori e la loro attivazione protegge il SNC dalla sovrasti-molazione o dalla sovrainibizione prodotta da altri neurotrasmettitori.

I recettori CB2 invece, svolgono prevalentemente un’azione periferica con attività immunomodulatoria. Nel sistema immunitario, infatti, una delle fun-zioni dei recettori cannabinoidi è la modulazione del rilascio di citochine, molecole proteiche responsabili della regolazione della funzione immune e delle risposte infiammatorie.

Tipologie di cannabinoidi

Il tmine cannabinoide si riferisce ad ogni composto che ha la capacità di interagire con i recettori cannabinoidi. Con la definizione di alcune sottoca-tegorie chimiche è possibile prendere in considerazione varie forme di pro-dotti sia naturali che sintetici. Ad oggi sono state descritte tre tipologie di cannabinoidi: i cannabinoidi endogeni, i fitocannabinoidi, e i cannabinoidi sintetici realizzati in laboratorio a scopo terapeutico e/o di ricerca scientifica.

Con il termine cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi si identifica una classe di messaggeri lipidici endogeni, accomunati dalla capacità di interagi-re con almeno uno dei recettori cannabinoidi a livello centrale o periferico, regolando alcune funzioni fisiologiche e comportamentali. Tutti gli endocan-nabinoidi sono derivati di acidi grassi polinsaturi, che si differenziano, nella struttura chimica, dai fitocannabinoidi.

Gli endocannabinoidi al momento conosciuti sono i seguenti:

  • N-arachidonoiletanolamide (anandamide, AEA)
  • 2-arachidonoilglicerolo ( 2-AG)
  • 2-arachidonil gliceril etere (noladina, 2-AGE)
  • virodamina (O-arachidonoil etanolamina)
  • N-arachidonoil-dopamina (NADA)

L’anandamide è stata isolata ed identificata nel 1992 nel cervello di maiale (Devane et al. 1992), subito dopo la scoperta dei recettori CB1 e rappresenta la prima molecola endogena individuata in grado di legarsi selettivamente ad essi. Si tratta di un derivato ammidico dell’acido arachidonico, componente delle membrane cellulari. Deve il suo nome alla parola in Sanscrito “ananda” che significa “beatitudine”.

L’anandamide e il 2-AG (Figura 4) costituiscono i due primi endocannabi-noidi ad essere stati isolati e per questo sono anche i più studiati fino ad ora.

Figuga 4 - Struttura dell’anandamide e del 2-arachidonoilglicerolo.

 

 

 

 

Sono entrambe piccole molecole lipidiche, piuttosto diverse da qualunque altro neurotrasmettitore conosciuto. A causa della loro natura lipidica, gli endocannabinoidi non vengono immagazzinati nelle vescicole sinaptiche come accade per numerosi altri neurotrasmettitori monoamminici, ma sono sintetizzati all’occorrenza dai neuroni, in seguito alla depolarizzazione della membrana e all’aumento intracellulare dei livelli del calcio (Ca2+) (Freund et al. 2003, Piomelli 2003). La sintesi avviene a partire da fosfolipidi di mem-brana, precursori che dopo idrolisi enzimatica, ad opera di due enzimi NA-PE-PLD e DAGL alfa e beta, liberano, rispettivamente, gli endocannabinoidi AEA o 2-AG dalla membrana pre o post sinaptica, nello spazio intersinaptico (Figura 5). Una volta rilasciati, i nuovi endocannabinoidi sintetizzati possono viaggiare in direzione retrograda lungo la fessura sinaptica, legandosi anche ai recettori cannabinoidi sui terminali presinaptici (Freund et al. 2003). L’at-tivazione di recettori cannabinoidi CB1, comporta l’inibizione dell’attività dell’adenilatociclasi, con minor produzione del secondo messaggero cAMP, avvia la chiusura dei canali Ca2+, inibendo l’ingresso di ioni Ca2+, e apre i canali del potassio (K+) causando una iperpolarizzazione delle membrane. Inoltre, è presente anche una attivazione di alcune chinasi, tra cui le MAP chinasi. L’inibizione o l’attivazione di canali ionici è una delle conseguen-ze principali che risulta dal legame degli endocannabinoidi ai loro recettori CB1 (Szabo & Schliker 2005). Attraverso questa influenza sui canali ionici, gli endocannabinoidi possono inibire il rilascio di neurotrasmettitori dai termi-nali assonici, perciò hanno un ruolo importante in alcune forme di plasticità sinaptica sia a breve che a lungo termine (Chevaleyre et al. 2006, Mackie 2006).

Riassumendo, gli endocannabinoidi vengono rilasciati dai neuroni postsinap-tici per agire sui terminali presinaptici. I recettori CB1 si trovano principal-mente nei terminali presinaptici del SNC. La comunicazione in questa dire-zione, dal “post” al “pre”, viene chiamata segnalazione retrograda (Wilson & Nicoll 2002).

Figura 5 - Il sistema endocannabinoide endogeno (Guzman, 2003). Uno dei ruoli accer-tati del sistema endocannabinoide è quello di agire da neuromodulatore nel cervello. Le membrane neuronali postsinaptiche contengono i precursori degli endocannabinoidi per rilasciare gli endocannabinoidi attivi (anandamide (AEA), 2-arachidonoilglicerolo (2-AG)) nella fessura intersinaptica. La sintesi ed il rilascio avviene in seguito all’aumento degli ioni calcio (Ca+) provocato dall’interazione di altri neurotrasmettitori (NT) con i rispettivi recettori che possono essere metabotropici (mR) o ionotropici (iR). Gli endocannabinoi-di così liberati, possono funzionare da messaggeri retrogradi, legandosi ai recettori can-nabinoidi CB1 presinaptici, i quali a loro volta, inibiscono i canali del calcio voltaggio dipendente (Ca+) e attivano quelli del potassio (K+). Questo effetto sulla polarizzazione di membrana comporta una inibizione del rilascio di altri neurotrasmettitori (quali glutam-mato, dopamina, GABA). Il processo neuromodulatorio degli endocannabinoidi termina con un meccanismo di ricaptazione all’interno dei neuroni, che coinvolge la presenza di un possibile trasportatore (T) o per diffusione. Una volta all’interno del neurone, vengono degradati dal FAAH, un enzima che scinde l’anandamide (AEA) nelle sue componenti, l’acido arachidonico (AA) e l’etanolamina (Et) (Guzman, 2003).

 

 

Successivamente, la rimozione di AEA e 2-AG dallo spazio presinaptico av-viene rapidamente attraverso un processo di ricaptazione (reuptake) selettivo che suggerisce un trasporto all’interno della cellula, mediato da un trasporta-tore di membrana (Beltramo et al. 1997; Piomelli et al. 1999) o per diffusione passiva degli endocannabinoidi attraverso la membrana. Una volta all’interno della cellula, gli endocannabinoidi vengono rapidamente metabolizzati con la loro conseguente disattivazione. Il metabolismo di anandamide e 2-AG avviene principalmente per idrolisi da parte di un enzima denominato FAAH specifico per l’idrolisi delle ammidi degli acidi grassi (Cravatte et al. 1996, Hillard et al. 1995, Ueda et al. 1995) e per il solo 2-AG, anche da parte della monoacilglice-rol-lipasi, MAGL (Dinh et al. 2002, Goparaju et al. 1999).

Il meccanismo con il quale gli endocannabinoidi agiscono prevede quindi la loro sintesi indotta da determinati eventi, l’attivazione locale di recettori canna-binoidi, seguita da una rapida degradazione.

L’attivazione dei recettori CB1 con gli endocannabinoidi dunque, diminuisce il rilascio di altri neurotrasmettitori. Gli endocannabinoidi vengono sintetizzati quando persiste un’intensa attività neuronale. La localizzazione dei recettori CB1 suggerisce che potrebbero partecipare in una sorta di meccanismo di ini-bizione feedback dove la produzione di endocannabinoidi nelle cellule post sinaptiche inibisce il rilascio di trasmettitori. Questo fenomeno, indicato come “plasticità mediata dagli endocannabinoidi” (Mackie 2008), è un meccanismo che serve sia ad attenuare che ad aumentare l’eccitabilità neuronale, a secon-da che si tratti della riduzione del rilascio di un neurotrasmettitore eccitatorio (come ad esempio il glutammato) o di uno inibitorio (il GABA). Il maggior ef-fetto dei recettori CB1 infatti, è spesso quello di ridurre l’apertura dei canali presinaptici del calcio. Quando i canali del calcio vengono inibiti, la capaci-tà del terminale presinaptico di rilasciare neurotrasmettitori (come dicevamo, principalmente glutammato o GABA) è ridotta. Quindi, quando un neurone postsinaptico è molto attivo, esso rilascia endocannabinoidi, i quali reprimo-no sia l’impulso inibitorio che eccitatorio sul neurone. I recettori cannabinoidi svolgono dunque una sorta di azione protettiva del Sistema Nervoso Centrale dalla sovrastimolazione o sovrainibizione esercitata da altri neurotrasmettitori. La rapida induzione della sintesi di endocannabinoidi con la conseguente at-tivazione dei recettori e successiva degradazione degli stessi, suggerisce che questi composti agiscono nel cervello primariamente come neuromodulatori, piuttosto che come classici neurotrasmettitori (Trezza et al. 2008).

Riassumendo, le caratteristiche peculiari che i cannabinoidi endogeni presenta-no rispetto agli altri neurotrasmettitori, sono le seguenti:

  1. Non vengono prodotti e immagazzinati nelle vescicole come la maggior parte dei neurotrasmettitori, ma vengono prodotti rapidamente “on-de-mand” (solo quando necessario) a partire dai loro precursori.
  1. Sono piccoli e permeabili alla membrana; una volta sintetizzati, possono diffondersi rapidamente attraverso la membrana della loro cellula di origine per influenzare le cellule vicine.
  1. Possono venire rilasciati dai neuroni postsinaptici per agire sui terminali presinaptici. La comunicazione in questa direzione, dal “post” al “pre”, è chiamata segnalazione retrograda; dunque gli endocannabinoidi vengono indicati come messaggeri retrogradi. Questo tipo di messaggio offre una sor-ta di sistema a feedback per regolare le forme convenzionali di trasmissione sinaptica, che tipicamente vanno dal “pre” al “post”.
  2. Si legano selettivamente al tipo CB1 dei recettori cannabinoidi, che è maggiormente localizzato su determinati terminali presinaptici.

L’importanza del ruolo dei cannabinoidi endogeni nello sviluppo cerebrale

Oltre al suo noto coinvolgimento in specifiche funzioni corporee, il sistema endocannabinoide ha un ruolo importante in processi fondamentali dello svi-luppo. Il rilascio dei cannabinoidi endogeni controlla la plasticità sinaptica, ovvero, la capacità del sistema nervoso di modificare l’efficienza del funzio-namento delle connessioni tra neuroni (sinapsi), di instaurarne di nuove e di eliminarne alcune, in molte aree cerebrali comprese la neocorteccia, l’ip-pocampo, il cervelletto, e i gangli della base. Il signaling endocannabinoide ha un ruolo fondamentale nelle sinapsi con un chiaro continuum d’azione dallo stabilirsi delle sinapsi nell’inizio del neurosviluppo alla funzione delle sinapsi nel cervello adulto (Harkany et al. 2008). Il sistema endocannabi-noide, infatti, è presente nel Sistema Nervoso Centrale fin dalle prime fasi di sviluppo cerebrale, ed esso possiede un ruolo rilevante nell’organizzazione cerebrale durante la vita pre- e postnatale (Fernandez-Ruiz et al. 2000; Fride 2004).

Recenti evidenze indicano infatti, che gli endocannabinoidi intervengono du-rante il neurosviluppo. Sono coinvolti nel controllo della neurogenesi, nella proliferazione dei progenitori neurali, nella migrazione e nella specificazio-ne fenotipica dei neuroni immaturi influenzando la formazione di complessi network neuronali (Figura 6).

Figura 6 - La specificazione neurale è controllata dagli endocannabinoidi che agisco-no sui recettori cannabinoidi CB1 (Harkany et al. 2008). La specificazione neuronale è controllata dagli endocannabinoidi (eCBs) attraverso l’azione sui recettori CB1 (CB1Rs rappresentati dagli ovali verdi). Le frecce indicano il possibile coinvolgimento degli eCB nel processo di specificazione. Le frecce circolari invece si riferiscono ad un probabile meccanismo cellulare autonomo di regolazione del rilascio degli eCB. I punti interrogativi si riferiscono invece a dati che suggeriscono il possibile coinvolgimento di altri recettori sensibili ai cannabinoidi (CB2R, GPR55) durante alcuni stadi dello sviluppo neuronale (Harkany et al. 2008).

 

 

I recettori CB1 compaiono durante gli stadi più precoci dello sviluppo ce-rebrale (Begbie et al. 2004, Buckley et al. 1998, Romero et al. 1997) e sono localizzati nelle aree di materia bianca, cioè aree composte dagli assoni dei neuroni e nelle zone di proliferazione cellulare (Berrendero 1999, Wang 2003, Romero et al. 1997). La localizzazione transitoria atipica dei recetto-ri cannabinoidi CB1 durante il periodo perinatale suggerisce uno specifico coinvolgimento del sistema endocannabinoide nello sviluppo cerebrale; esso sarebbe implicato in processi del neurosviluppo come la proliferazione, la migrazione, e la genesi delle sinapsi delle cellule nervose (Berghuis et al. 2005, 2007, Fernandez-Ruiz et al. 2000, Galve-Roperh et al. 2007, Harkany et al. 2008, Watson et al. 2008). Inoltre, la presenza dei recettori cannabi-noidi CB1 durante lo sviluppo cerebrale è stato associato ad effetti neuropro-tettivi nella maturazione del SNC e delle sue funzioni (Fernandez-Ruiz et al. 2000, Fride 2004).

Recentemente è stato dimostrato che il sistema endocannabinoide aiuta lo stabilirsi di connessioni di assoni a lunga distanza (Mulder et al. 2008) e agi-sce come indicazione di orientamento degli assoni locali per gli interneuroni GABAergici nel cervello in fase di sviluppo (Berghuis et al. 2005, 2007).

La densità dei recettori CB1 (Rodriguez de Fonseca et al. 1993, McLaughlin & Abood 1993) aumenta progressivamente durante lo sviluppo postnatale, con il picco poco prima dell’inizio della pubertà. I livelli del recettore can-nabinoide CB1, in seguito, diminuiscono fino a raggiungere i valori adulti (Rodriguez de Fonseca et al. 1993).

In conclusione, con il termine “sistema endocannabinoide” si intende un complesso insieme di ligandi, recettori, enzimi e trasportatori che svolgo-no molteplici funzioni nel Sistema Nervoso Centrale e periferico, nonché in periferia. La specifica e peculiare azione di regolazione retrograda svolta da questo sistema è estremamente importante per il mantenimento di una equi-librata attivazione neuronale.

Infine, l’importante ruolo da esso svolto durante lo sviluppo neuronale, sug-gerisce chiaramente come una eventuale perturbazione del sistema cannabi-noide endogeno, ad esempio attraverso l’utilizzo di fitocannabinoidi, possa influire in modo anche drammatico sul sistema nervoso durante lo sviluppo.

 

 

Bellamoli Elisa 1, Seri Catia 2, Rimondo Claudia 2, Serpelloni Giovanni 3, Schifano Fabrizio4

 

 

 

1 Dipartimento delle Dipendenze ULSS 20 Verona - Unità di Neuroscienze

 

2 Sistema Nazionale di Allerta Precoce, Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

3 Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

4 Department of Pharmacy, University of Heartfordshire, United Kingdom

 

 

 

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di canapaindustriale.it

Non si tratta solo della stampante 3D più grande del mondo, ma bensì di un passo in avanti della tecnologia al servizio della sostenibilità e del low-cost. BigDelta, la stampante 3D alta 12 metri concepita dai ragazzi di WASP, World’s Advanced Saving Project (nella foto sotto), nasce a Massa Lombarda – in provincia di Ravenna – inseguendo l’utopia di dare una casa a chiunque ne abbia bisogno e cercando idee e soluzioni concrete per renderlo un progetto realizzabile.

STUDIO. Il primo passo è stato lo studio dei materiali da impiegare nella stampa, da reperire in loco per fare in modo che la case fossero a tutti gli effetti a km zero. «Abbiamo studiato materie prime che fossero donate dalla terra – raccontano i ragazzi – ad alto rendimento, con un costo di produzione basso, per la crescita delle quali non servissero concimi chimici e che fossero coltivabili ovunque. La tecnologia 3D consente però di realizzare costruzioni molto gradevoli esteticamente in tempi brevi e con una necessità di manodopera praticamente pari a zero».

ALIMENTAZIONE E TRASPORTABILITÀ. «I bracci della BigDelta trasportano all’incirca 70 kg, per un consumo ridotto a meno di un decimo rispetto alle stampanti a portale ed equivalente a circa 300 watt, perfettamente gestibile quindi con una batteria e pochi metri quadri di pannelli solari. Oltre a ciò, la BigDelta è stata progettata per essere montata in tempi brevi: a tre persone occorrono circa due ore, e si alimenta a sole, vento e acqua».

  1. «Le strade percorribili», continuano a raccontare i ragazzi di WASP, «sono di due tipi: possono essere utilizzate materie prime di origine naturale e materiali tecnici specifici. Per quanto riguarda le terre crude, queste possono essere alleggerite con vermiculite o con altri materiali leggeri naturali. Gli impasti sintetici o tecnici possono invece essere costituiti da materiali cementizi o calce, uniti, ad esempio, a vetro soffiato o argilla espansa. Si sono ottenuti ottimi risultati anche inserendo polistirolo all’interno del cemento. Questa soluzione rende l’impasto notevolmente leggero abbattendo al contempo i costi, non abbiamo però fatto un’analisi di ciò che comporta a livello d’impatto ambientale. È logicamente molto più facile utilizzare materiali di sintesi o tecnici rispetto a impasti naturali, ancora tutti da scoprire. Il nostro campo di applicazione si rivolge ai secondi: stiamo testando impasti a base di argilla o calce arricchiti da canapa, o, ancora, materiali soffiati; molto divertente l’applicazione in cui si inseriscono pop-corn all’interno dell’impasto per generare delle bolle d’aria. Un’altra interessante sperimentazione di alta tecnologia e basso impatto ambientale è quella con i geo-polimeri, che nelle nostre prove uniamo ad argilla».

TEMPISTICHE. «Abbiamo impiegato tre anni di ricerca per costruire la BigDelta e adesso il nostro impegno si rivolgerà verso la stampa della casa. La stampa della casa a km zero sarà l’ennesimo traguardo di un lavoro autofinanziato, per questo ovviamente richiede un po’ di tempo in più. Il tempo necessario a stampare una casa invece dipende da una serie di fattori, il materiale in primis: se si utilizza un cemento a presa rapida (che, per quanto non ci interessi, la nostra BigDelta è in grado di stampare) i tempi sono nettamente inferiori, in poche ore si possono realizzare muri di diversi metri. Se invece si scelgono materiali reperiti sul luogo, quali argilla e terra cruda, è necessario lasciare che il materiale si asciughi prima di depositarne altro». Non solo, perché la BigDelta è al centro di un progetto di ricostruzione delle opere d’arte distrutte dal terrorismo che apre un dibattito sul patrimonio culturale. L’idea è stata lanciata alla Maker Fair da poco conclusa e secondo Massimo Moretti, l’inventore della Big Delta, «il primo passo è quello di acquisire immagini dettagliate dalla comunità scientifica, il secondo è dargli forma. L’ideale poi sarebbe ricostruire le opere d’arte con gli stessi materiali che sono stati impiegati per costruirli, cioè riutilizzando le polveri degli oggetti distrutti». Ad ogni modo, quali saranno i prossimi passi del progetto? «Andremo avanti a fare ricerca per realizzare una casa a km zero che sia sostenibile, ecocompatibile e che chiunque possa permettersi. Il nostro obiettivo successivo è quello di realizzare un intero villaggio autonomo in termini di sostentamento, basato sull’autoproduzione, e, ovviamente, interamente stampato. E dopo? Vogliamo salvare il mondo!

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da consiglio.regione.lazio.it

18/07/16 - Un altro passo per la promozione della coltivazione della canapa per scopi produttivi, alimentari e ambientali nelle campagne del Lazio è stato compiuto questa mattina in commissione Agricoltura alla Pisana. È stato infatti espresso parere favorevole, a maggioranza (otto favorevoli e due contrari) dall'ottava commissione - competente per le attività produttive e presieduta da Daniele Fichera - al testo unificato di due proposte di legge in materia.

Subito prima era stato votato il parere sulla disposizione finanziaria frutto dell'emendamento sostitutivo dell'assessore al Bilancio Alessandra Sartore e che aveva già superato il vaglio della commissione Bilancio lo scorso 12 luglio (l'esame dell'articolato in ottava commissione si era già concluso il 23 giugno). L'articolo 9, in cui tale disposizione trova spazio, propone di istituire due fondi. Il primo dei quali, per interventi in parte corrente, finanziato con 100 mila euro per ciascun anno, nel 2017 e 2018, e il secondo per quelli in conto capitale con 200 mila euro per ciascuna delle stesse annualità.

La coltivazione della canapa nel Lazio, come è emerso nel corso delle audizioni di associazioni e operatori del settore che hanno accompagnato l'iter in commissione, è stata abbandonata da circa 70 anni. Caratteristica del testo unificato che oggi ha ottenuto il via libera è la volontà di promuovere nel territorio regionale dei "progetti pilota", i quali puntano a realizzare filiere produttive per prodotti derivanti dalla coltivazione, lavorazione e trasformazione della cannabis sativa, questo il nome scientifico della canapa. Tra le finalità dei progetti pilota anche la verifica della sostenibilità economica e ambientale dei processi produttivi. Previsto il ricorso ai bandi attuativi dei regolamenti europei nei settori delle attività produttive, dell'ambiente e delle risorse energetiche.

Il testo è frutto dell'unificazione di due iniziative. La prima proposta porta il numero 205 e ha come primo firmatario Gino De Paolis, Si-Sel, più una serie di esponenti di Pd, Lista Zingaretti, Psi e Forza Italia. La seconda, numero 213, è stata sottoscritta da tutti i consiglieri regionali del Movimento cinque stelle. Ma proprio le due esponenti di M5s presenti in commissione, Silvana Denicolò e Silvia Blasi, questa mattina hanno espresso voto contrario. A favore gli altri partecipanti al voto: oltre al presidente Fichera (Psi), Cristiana Avenali, Baldassare Favara, Rosa Giancola, Rodolfo Lena, Gian Paolo Manzella (Pd), Daniela Bianchi (Si-Sel) e Marino Fardelli (LB-OL) Ora, con il via libera definitivo, la normativa prende la via dell'assemblea legislativa della Pisana per l'esame e il voto definitivi.

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Venerdì, 22 Luglio 2016 07:50

SOS ambiente: la canapa risponde

di Nunzio Santalucia (dolcevitaonline.it)

Dal basso Danubio alla Cina settentrionale le piante di canapa crescono spontanee, da qui l’origine asiatica. Furono gli Sciiti a farla conoscere in Europa, gli Etruschi nel IV-V sec. a.c., la introdussero in Italia e, facendone binomio con il lino, posero le basi di quella che sarebbe diventata molti secoli dopo un’industria a tiratura internazionale.

La canapa è una pianta coltivata da oltre 12mila anni è in assoluto la prima pianta non alimentare utilizzata dall’uomo. La sua coltivazione ha occupato un posto importante nella produzione agricola del nostro Paese fino a tempi recenti. L’Italia era un paese esportatore, il primo in Europa e secondo nel mondo solo alla Russia. Sulla produzione di canapa si basava l’economia di vaste aree agricole: Campania, Emilia e Piemonte, ma era ovunque diffusa perché forniva alle economie locali e familiari la materia prima per svariati usi. Nel 1958 iniziò la crisi, le fibre sintetiche sostituirono a poco a poco quelle naturali, la canapa venne rimpiazzata totalmente dal nylon; fino al 1964 in Campania gli agricoltori si opposero alla recessione, ma tutto fu inutile.

Le navi fecero a meno delle vele e delle corde di canapa, le industrie tessili trovarono molto più vantaggioso l’uso del sintetico e la canapa, ridotta al ruolo di marijuana (droga) venne presto dimenticata. Negli ultimi anni però una serie di fattori di origine diversa, ha riportato alla ribalta l’interesse per questa coltura in diverse aree europee. La comunità europea, con regolamento del Consiglio n. 1308 del 29\6\70, ha previsto un premio per i produttori e trasformatori di canapa da fibra, un aiuto economico fissato forfettariamente per ogni campagna per ettaro coltivato. L’aiuto è concesso solo a produttori di canapa da fibra, ottenuta da sementi certificate a basso tenore di THC (sostanza psicotropa) ed inscritte in apposite liste. L’UE tenta di disincentivare la produzione di eccedenze attraverso una serie di meccanismi fra i quali la riconversione produttiva, per ottenere materie prime di cui l’unione è deficitaria, o materie prime destinate ad impieghi innovativi.

Le iniziative di ricerca riguardano soprattutto le filiere dell’energia, delle fibre, degli oli tecnici, dei coloranti e, in genere materie prime vegetali destinate all’industria. Le motivazioni per sviluppare colture non alimentari sono della più completa attualità, si tratta di una vera e propria rivoluzione che potrà comportare notevoli variazioni nella redditività di colture tradizionali e quindi rendere interessanti colture non alimentari. In questo senso la canapa risponde molto bene sia da un punto di vista agronomico che ambientale, è in grado d’inserirsi nella maggior parte degli avvicendamenti praticati ed anche di costituire la base per soluzioni innovative.

Come ben noto, la canapa è tipica coltura rinettante, poiché per la velocità di accrescimento e la capacità di selezionare le radiazioni luminose esercita una competizione vincente nei confronti della maggior parte degli infestanti. Ancora di grande interesse potrebbe rivelarsi l’introduzione della canapa in terreni ritirati dalla produzione o comunque in zone deboli, quale potenziale depurativo del terreno da sostanze tossiche e metalli pesanti, competitiva contro malerbe e contenitrice dell’erosione. Una pianta considerata multiuso (il maiale dei vegetali) già solo per le possibili destinazioni dello stelo.

Oltre a quelle ben note e tradizionali, dell’industria tessile, della corderia e sacchetteria, della carta e dei cartoni, si vanno ampliando destinazioni innovative: bioedilizia, zootecnia, florovivaismo, energia, plastica, settore automobilistico, farmaci, alimentazione animale, “chimica verde”. La canapicoltura potrebbe essere un’occasione per applicare in pratica una filosofia di tipo ambientale che, pur soddisfacendo l’esigenza dei singoli componenti, rientra anche nell’assolvimento di interessi sociali riducendo l’impatto ambientale. A tal proposito uno studio di Fraanje del 1997 ha riconosciuto che per la canapa il concetto di “cascata” teorizzato dall’olandese T: Sirkin nel 1991 ha più che mai fondamento. Di cosa si tratta? Ogni prodotto ha un ciclo di vita, al termine del quale viene distrutto. Saranno quindi necessarie nuove materie prime, nuovi imput chimici, energetici, ecc per ricrearlo e poi distruggerlo e quindi i costi per smaltire i residui e anche per eventuali problemi d’inquinamento.

Utilizzare materie prime vegetali destinandole ad un prodotto con caratteristiche di pregio; i residui di quest’ultimo prodotto dovranno essere utilizzate per produzioni diversificate ad un livello più basso; i residui di queste ultime utilizzate ancora per altre produzioni, ancor di minor pregio, e così via come in una “cascata”. In questo modo il ciclo di vita di una materia può essere notevolmente allungato, riducendo fortemente il livello d’imput per unità di prodotto, poiché lo stesso verrà ripartito nelle successive fasi.Anche i costi di smaltimento dei residui e i problemi d’inquinamento verrebbero fortemente ridotti. Con una razionale organizzazione dell’ intera filiera si può pensare di utilizzare la canapa in sequenza: la parte fibrosa per usi tessili; i residui del tessile per l’industria della carta di buona qualità anche in miscela con carta da riciclo; la carta a sua volta essere riciclata per ottenere carte più grossolane e infine cartoni; questi ultimi possono essere lavorati per ottenere pannelli coibentanti, che potranno essere riciclati per fare compositi ed infine usati come combustibile.

Il ciclo vitale della materia prima può in tal modo essere allungato dai due anni, media attuale, ad oltre sessanta anni. Analogamente il canapulo può rientrare in “cascata”, oltre che in quella dei cartoni, nell’industria dei truciolati reimpiegati almeno tre volte, con un ciclo vitale che può raggiungere i settantacinque anni di ciclo vitale di un prodotto.Ragioni ambientali, economiche e sociali suggeriscono di non perdere un’occasione che la natura ci ha messo a disposizione: PIANTIAMOLA!

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Venerdì, 22 Luglio 2016 06:53

Canapa: i 5 benefici per l’ambiente

di canapaindustriale.it

La canapa non è solo una delle migliori fonti di energia rinnovabile a nostra disposizione: è una delle migliori armi che abbiamo per combattere l’inquinamento, ridurre gli effetti devastanti dell’uomo sul clima e in generale contribuire a creare un modello sostenibile di sviluppo economico.

1. Della canapa non si butta via niente
La canapa è considerata come il maiale vegetale perché è una pianta che può essere utilizzata in tutte le sue parti: non si butta via niente. Alle produzioni derivanti dalle coltivazioni di canapa si può infatti facilmente applicare il concetto di bio-raffineria, che si può intendere come un sistema integrato che serva alla produzione di energia e prodotti chimici a partire dalle biomasse.

2. Assorbimento CO2
Quest’azione avviene tramite varie fasi. In fase di crescita la canapa cattura 4 volte la CO2 immagazzinata mediamente dagli alberi e utilizzata in edilizia mantiene le stesse proprietà. È stato calcolato infatti che l’edilizia tradizionale incide per il 30/40% sulle emissioni di CO2. Tutta la filiera di produzione di canapa e calce è carbon negative, cioè toglie più CO2 dall’ambiente di quanta ne verrebbe immessa lavorandola, al contrario della lavorazione di materiali tradizionali come il cemento. Si stima che una tonnellata di canapa secca possa sequestrare 325 kg di CO2. Inoltre i prodotti in canapa e calce grazie alle loro proprietà fanno abbassare consumi energetici e bollette.  Infine, oltre ad essere bio-degradabili, i bio-mattoni, dopo essere stati distrutti, posso essere riciclati.

3. Fonte inesauribile di energia rinnovabile per limitare deforestazione e uso di energie fossili
Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti la canapa è il produttore di combustibile da biomassa che richiede meno specializzazione sia nella coltivazione, sia nella trasformazione di tutti i prodotti vegetali. Gli idrocarburi in canapa possono essere trasformati in una vasta gamma di fonti di energia da biomassa, dal pellet ai combustibili liquidi e a gas. Ovviamente lo sviluppo dei bio-carburanti come bio-diesel ed etanolo, potrebbe ridurre significativamente il nostro consumo di combustibili fossili il loro impatto sul pianeta. Riguardo alla bio-plastica di canapa pensiamo che nei confronti di quella petrolchimica è migliore per caratteristiche, concorrenziale dal punto di vista del prezzo, ma con una differenza: è completamente biodegradabile. Un recente rapporto del World Economic Forum (WEF) spiega che attualmente ci sono 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani, andando avanti così nel 2025 per ogni tre tonnellate di pesci vi sarà una tonnellata di plastica. Entro il 2050, invece, la plastica avrà superato in peso la fauna marina. Attualmente solo il 5% della carta mondiale viene fatta da piante annuali come la canapa o il lino. Fare carta con la canapa porterebbe vantaggi ambientali ed aiuterebbe ad invertire il fenomeno della deforestazione.

4. Fitodepurazione
Coltivando canapa si attiva un processo di fitobonifica, miglioramento della fertilità dei suoli, azione di contrasto alla deforestazione e desertificazione e un’importante azione di cattura e sequestro di anidride carbonica. La fitorimediazione è un processo per il quale, tramite l’azione di assorbimento dell’apparato radicale della pianta, vengono estratti dal terreno componenti organici o inquinanti come i metalli pesanti. Si può applicare anche alle acque e all’aria, non solo per quello che riguarda l’anidride carbonica ma anche ossido di azoto, ozono e gli inquinanti che costituiscono il cosiddetto indoor pollution. Dopo essere stati assorbite, le sostanze vengono o metabolizzate e trasformate in qualcos’altro (fitometabolizzazione) o stoccate (fitodeposito) o recuperate (fitoestrazione) come si può fare con piombo zinco e ferro. Riguardo la canapa nella fitorimediazione, esistono già autorevoli studi e alcuni significativi precedenti di applicazione pratica. Dal 1993 nella zona interessata dagli effetti devastanti di Chernobyl, dal 1994 in Polonia per il risanamento dei terreni inquinati dai metalli pesanti e in Italia nei terreni inquinati della Campania, in quelli di Porto Marghera nel Veneto e in Puglia.

5. Prevenire l’inquinamento da pesticidi
Gli effetti immediati della filiera sono molteplici. Tra questi spiccano la riduzione dell’uso di pesticidi, fitofarmaci e diserbanti; la riduzione del consumo idrico in agricoltura; bonifica dei siti in cui è sconsigliato coltivare prodotti per l’alimentazione umana o animale; riqualificazione dei terreni sani e tutela dei prodotti; tutela della salute; ristorazione delle aziende agricole coinvolgendole nella filiera; favorire la ricerca di enti e istituti di ricerca; oltre che la produzione di materia prima per prodotti necessari alla riqualificazione energetica degli edifici. Tutti prodotti che non presenteranno mai problemi di riciclo. La coltivazione del cotone è probabilmente il più grande inquinante del pianeta in termine di rilascio di pesticidi nel nostro ambiente poiché, occupando solo il 3% dei terreni agricoli del mondo, esige il 25% dei pesticidi utilizzati in totale. Le sostanze chimiche vanno nelle acque sotterranee e il veleno non ha come bersaglio solo gli insetti, ma tutti gli organismi, compresi gli esseri umani. Inoltre la fibra di canapa è più lunga, più assorbente, resistente e isolante della fibra di coton

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Venerdì, 22 Luglio 2016 06:41

Agricoltura sociale: cos’è?

 by ERIKA FACCIOLLA  (www.tuttogreen.it)

L’agricoltura sociale è una nuova pratica che attraverso iniziative promosse in ambito agricolo e alimentare da aziende agricole ma anche cooperative sociali, intende favorire il reinserimento terapeutico di soggetti svantaggiati nella comunità e al contempo produrre beni.

Si tratta, dunque, di un vero e proprio strumento operativo attraverso il quale i governi regionali e locali – in maniera diretta o attraverso associazioni preposte – possono applicare le politiche del welfare in ambito territoriale, coinvolgendo una pluralità di soggetti giuridici, enti, aziende agricole e cittadini.

Questa forma di agricoltura si basa dunque sulla collaborazione tra il mondo dell’agricoltura e quello del terzo settore, coinvolgendo dunque diversi livelli sia in ambito pubblico che privato.

La forma di aggregazione più comune che permette l’applicazione di queste politiche, è la cosiddetta “azienda agri-sociale” conosciuta anche come  “fattoria sociale“. Si tratta di una fattoria tradizionale, o di un allevamento di animali di vario genere, economicamente e finanziariamente sostenibile, e gestita da una o più persone associate. L’azienda svolge la propria attiva agricola o zootecnica per vendere i propri prodotti sul mercato ma lo fa in maniera “integrata” e a vantaggio di soggetti deboli (portatori di handicap, tossicodipendenti, detenuti, anziani, ecc.), residenti in aree fragili (montagne o centri isolati) ed in collaborazione con istituzioni pubbliche.

Questo tipo di associazionismo sociale può essere definito anche “multifunzionale“, poiché realizza percorsi terapeutici, riabilitativi e di reintegrazione dei soggetti interessati.

L’attività degli operatori coinvolti in iniziative agricole socialmente utili (si pensi agli assistenti sociali, psicologi, educatori, operatori agricoli e zootecnici, ecc) può essere declinata in diverse modalità. Sotto il profilo terapeutico e riabilitativo le attività più praticate sono le terapie assistite con gli animali (pet-therapy, ippoterapia, onoterapia) e quelle ortoculturali.

Ma l’agricoltura sociale è un anche uno strumento di riappropriazione dell’individuo del proprio ruolo in società da un punto di vista professionale, visto che una delle finalità è favorire il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso l’acquisizione delle tecniche e le pratiche agricole.

Agricoltura sociale in Italia

Uno dei principali promotori italiani di bio agricoltura sociale è l’AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), promotore di svariati progetti formativi e riabilitativi di grande valore sociale. Questa associazione è impegnata da tempo in un processo di sensibilizzazione e promozione territoriale di nuove imprese agro-sociali biologiche.

Secondo una recente indagine sull’Agricoltura Sociale Biologica condotta da AIAB nel nostro paese, nel triennio 2007-2010 il numero delle fattorie sociali in Italia è cresciutoconsiderevolmente, passando da 107 a 221.

Non solo. Uno degli aspetti più significativi emerso dallo studio riguarda la crescita dell’incidenza delle aziende agricole sul totale dei soggetti che praticano l’agricoltura sociale. Sebbene la cooperazione sociale resti la forma giuridica più diffusa, il settore agricolo privato e cooperativo ha registrato nel 2010 un +33% del totale degli operatori, rispetto al 25% del 2007.

Il dinamismo di questa realtà è dalla massiccia presenza di giovani e donne, con alti livelli culturali, provenienti anche da settori extra-agricoli. Come abbiamo visto, infatti, le pratiche agri-sociali più diffuse sono caratterizzate da un’attività agricola ad alta intensità di lavoro: si pratica la vendita diretta o attraverso GAS, prediligendo sempre la filiera corta, c’è una notevolediversificazione del business che si esprime nel mix di attività complementari come ristorazione, agriturismo, didattica insieme alla tutela ambientale.

Vista l’importanza che tale fenomeno sta assumendo e gli enormi benefici sociali ed economici che ne derivano, sarebbe opportuno che le istituzioni cogliessero appieno l’effettivo potenziale dell’agricoltura sociale e lo valorizzassero adeguatamente, sia per affermare una politica agricola innovativa (che non potrebbe che giovare ad un comparto in crisi da molto tempo), sia per sostenere lo sviluppo di nuove politiche di welfare ancora più mirate ed efficaci, attraverso l’adozione di provvedimenti legislativi adeguati in ambito nazionale e regionale.

Agricoltura sociale normativa

Oggi l’Unione Europea definisce l’agricoltura sociale come “il nesso fondamentale tra agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare, equilibrio territoriale, conservazione del paesaggio e dell’ambiente, nonché garanzia dell’approvvigionamento alimentare” e ne ribadisce lo status di soggetto privilegiato per le politiche di welfare dei suoi stati membri.

Con la Legge 18 agosto 2015, n. 141, “Disposizioni in materia di agricoltura sociale, finalmente questa forma di agricoltura ha il suo riconoscimento giuridico in Italia che si attendeva da tempo. Le novità della normativa riguardano:

– L’introduzione della definizione di agricoltura sociale come ambito di attività che riguarda:
a) l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e lavoratori svantaggiati, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale;
b) prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura;
c) prestazioni e servizi terapeutici anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante;
d) iniziative di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche;

possibilità per le Regioni di promuovere specifici programmi per la multifunzionalità delle imprese agricole, nell’ambito dei Piani di Sviluppo Rurale, con particolare riguardo alle pratiche di progettazione integrata territoriale e allo sviluppo dell’agricoltura sociale;

– viene concesso alle istituzioni pubbliche che gestiscono mense scolastiche e ospedaliere di inserire come criteri di priorità per l’assegnazione delle gare di fornitura la provenienza dei prodotti agroalimentari da operatori di agricoltura sociale;

– gli enti pubblici territoriali prevedono criteri di priorità per favorire lo sviluppo delle attività di agricoltura sociale nell’ambito delle procedure di alienazione e locazione dei terreni pubblici agricoli;

– gli enti pubblici territoriali possono dare in concessione, a titolo gratuito, anche agli operatori dell’agricoltura sociale i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata;

– viene istituito l’Osservatorio sull’agricoltura sociale, nominato con decreto del Mipaaf. È chiamato a definire le linee guida in materia di agricoltura sociale e assume funzioni di monitoraggio, iniziativa finalizzata al coordinamento delle iniziative a fini di coordinamento con le politiche rurali e comunicazione.

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di canapaindustriale.it

 

L’ENEA è l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Secondo il centro ricerche ENEA di Brindisi, che ha portato avanti il progetto EFFEDIL, la canapa come isolante “migliora l’isolamento termico del laterizio, attenuando di circa il 30% il flusso termico e diminuendo del 20% la trasmittanza termica”.

Il punto da cui partire è che costruire e riqualificare in modo sostenibile potrebbe far risparmiare il 50% di energia che oggi viene sprecata. In questo contestogli edifici svolgono un ruolo chiave in quanto sono responsabili di buona parte del consumo energetico nazionale: secondo studi ENEA, infatti, i consumi energetici nelle abitazioni in Italia sono responsabili del 45% delle emissioni di CO2.

In particolare nelle aree del Mediterraneo a clima caldo temperato, secondo l’ENEA anche grazie alla canapa è oggi possibile costruire edifici sostenibili ed efficienti, riducendo i consumi degli impianti di climatizzazione. Per questo motivo il centro ricerche ENEA di Brindisi nell’ambito del progetto EFFEDIL ha realizzato test su pareti “imbottite” di canapa che hanno dimostrato un miglioramento delle prestazioni energetiche rispetto a pareti di solo laterizio senza isolante.

“Con questo studio - spiega la dottoressa Patrizia Aversa dell’ENEA - abbiamo potuto verificare che la canapa migliora l’isolamento termico del laterizio, attenuando di circa il 30% il flusso termico, ossia la quantità di calore che passa attraverso un materiale in un dato momento, e diminuendo del 20% la trasmittanza termica, vale a dire la facilità con cui un materiale si lascia attraversare dal calore. Inoltre la canapa ha una buona permeabilità al vapore acqueo, permettendo così di evitare la formazione di condensa”.

“Grazie al progetto Effedil – sottolinea la dottoressa Vincenza Luprano dell’ENEA - oggi sappiamo che la canapa è un ottimo materiale per il suo potenziale di isolamento termico e per costruire edifici sempre più sostenibili in un’ottica di economia circolare, anche per l’ampia disponibilità sul territorio pugliese e per l’impatto sull’ambiente del ciclo produzione-utilizzo-dismissione”.

E, mentre la la canapa cresce rigogliosa dal nord al sud del nostro Paese, che, come ricordiamo spesso, è stato fino agli anni ’50 il secondo produttore al mondo di canapa, l’ENEA si pone l’obiettivo di “creare una rete tra istituzioni, università, piccole e medie imprese locali e agricoltori, per aumentare il numero di occupati nella nostra terra e per migliorare la qualità della vita in maniera sostenibile”.

 

 

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di canapaindustriale.it

Idromassaggio con sale a base di canapa e papavero rosso, sauna finlandese con olio essenziale di canapa con possibilità di assaggiare una tisana, naturalmente alla canapa, e poi massaggio relax con olio di canapa e scrub corpo con fango a base di olio, farina e semi di canapa: un vero e proprio percorso benessere per esplorare le virtù della canapa dal punto di vista cosmetico e della cura del corpo.

 

Il centro benessere

E’ l’idea del Centro benessere spa che si trova all’interno dell’Hotel Alfredo, che è gestito da due giovani ragazzi che hanno unito la passione per la canapa al loro lavoro. Succede a Bracciano, a pochi chilometri da Canepina, dove la canapa è stata coltivata tradizionalmente fino agli anni ’50 e dove si è da poco tenuta una giornata dedicata alla canapa organizzata da Felice Arletti e soprannominata I Love Canapina. Ed è il segno di come la diffusione di eventi ed informazioni stia coinvolgendo nel mondo della canapa italiana sempre più persone ed in modo assolutamente trasversale: per quello che riguarda l’età, la provenienza ed il settore di partenza e tutte accomunate dal rinnovato interesse per questa pianta che ogni giorno dimostra nei fatti la sua natura di risorsa rinnovabile ed ecosostenibile. Ne abbiamo parlato con Giovanni Petti, il compagno di Luna Anselmi che gestisce il centro benessere.

Come è nata l’idea di usare la canapa all’interno di un percorso benessere?
Mi è venuta perché io sono originario di Canepina che deve il suo nome proprio alla canapa che era largamente coltivata. Ho sempre avuto passione per questa pianta e anche se ad oggi ancora non ho avuto occasione di poterla coltivare, è uno dei miei progetti per il futuro. Tempo fa ho fatto delle ricerche online soprattutto a livello cosmetico dato che la mia ragazza è estetista presso il centro benessere all’intero dell’hotel e mi è venuta l’idea, visto che abbiamo una spa, di creare un percorso benessere proprio a base di canapa, per esaltarne le sue virtù benefiche. Diciamo che ho unito la mia passione per la canapa con quella della mia fidanzata, vediamo come si evolverà la cosa.

Ci racconti come è organizzato il percorso?
Abbiamo la possibilità di fare un idromassaggio nella vasca con sali a base di canapa e papavero rosso. Poi una sauna con olio essenziale a base di canapa e la possibilità si assaggiare la tisana rilassante, sempre a base di canapa. E poi, oltre al percorso benessere, ci sono due trattamenti disponibili: uno è un massaggio relax effettuato con olio di canapa e l’altro è lo scrub corpo con un fango che prepariamo noi a base di farina, semi e olio di canapa.

State avendo molte richieste?
Devo dire che sono arrivate diverse richieste anche se purtroppo è estate e magari la sauna o il bagno turco non possono essere apprezzati del tutto. C’è sicuramente molto interesse.

Avete pensata di inserirla anche nel menù dell’albergo?
Noi siamo all’interno dell’hotel ma siamo un’attività a parte, sicuramente ne parleremo perché è un progetto che può essere sviluppato in diversi modi.

 

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