Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Per maggiori informazioni o negare il consenso, leggi l'informativa estesa. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.

CANAPICOLTURA


Venerdì, 22 Luglio 2016 06:41

Agricoltura sociale: cos’è?

 by ERIKA FACCIOLLA  (www.tuttogreen.it)

L’agricoltura sociale è una nuova pratica che attraverso iniziative promosse in ambito agricolo e alimentare da aziende agricole ma anche cooperative sociali, intende favorire il reinserimento terapeutico di soggetti svantaggiati nella comunità e al contempo produrre beni.

Si tratta, dunque, di un vero e proprio strumento operativo attraverso il quale i governi regionali e locali – in maniera diretta o attraverso associazioni preposte – possono applicare le politiche del welfare in ambito territoriale, coinvolgendo una pluralità di soggetti giuridici, enti, aziende agricole e cittadini.

Questa forma di agricoltura si basa dunque sulla collaborazione tra il mondo dell’agricoltura e quello del terzo settore, coinvolgendo dunque diversi livelli sia in ambito pubblico che privato.

La forma di aggregazione più comune che permette l’applicazione di queste politiche, è la cosiddetta “azienda agri-sociale” conosciuta anche come  “fattoria sociale“. Si tratta di una fattoria tradizionale, o di un allevamento di animali di vario genere, economicamente e finanziariamente sostenibile, e gestita da una o più persone associate. L’azienda svolge la propria attiva agricola o zootecnica per vendere i propri prodotti sul mercato ma lo fa in maniera “integrata” e a vantaggio di soggetti deboli (portatori di handicap, tossicodipendenti, detenuti, anziani, ecc.), residenti in aree fragili (montagne o centri isolati) ed in collaborazione con istituzioni pubbliche.

Questo tipo di associazionismo sociale può essere definito anche “multifunzionale“, poiché realizza percorsi terapeutici, riabilitativi e di reintegrazione dei soggetti interessati.

L’attività degli operatori coinvolti in iniziative agricole socialmente utili (si pensi agli assistenti sociali, psicologi, educatori, operatori agricoli e zootecnici, ecc) può essere declinata in diverse modalità. Sotto il profilo terapeutico e riabilitativo le attività più praticate sono le terapie assistite con gli animali (pet-therapy, ippoterapia, onoterapia) e quelle ortoculturali.

Ma l’agricoltura sociale è un anche uno strumento di riappropriazione dell’individuo del proprio ruolo in società da un punto di vista professionale, visto che una delle finalità è favorire il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso l’acquisizione delle tecniche e le pratiche agricole.

Agricoltura sociale in Italia

Uno dei principali promotori italiani di bio agricoltura sociale è l’AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), promotore di svariati progetti formativi e riabilitativi di grande valore sociale. Questa associazione è impegnata da tempo in un processo di sensibilizzazione e promozione territoriale di nuove imprese agro-sociali biologiche.

Secondo una recente indagine sull’Agricoltura Sociale Biologica condotta da AIAB nel nostro paese, nel triennio 2007-2010 il numero delle fattorie sociali in Italia è cresciutoconsiderevolmente, passando da 107 a 221.

Non solo. Uno degli aspetti più significativi emerso dallo studio riguarda la crescita dell’incidenza delle aziende agricole sul totale dei soggetti che praticano l’agricoltura sociale. Sebbene la cooperazione sociale resti la forma giuridica più diffusa, il settore agricolo privato e cooperativo ha registrato nel 2010 un +33% del totale degli operatori, rispetto al 25% del 2007.

Il dinamismo di questa realtà è dalla massiccia presenza di giovani e donne, con alti livelli culturali, provenienti anche da settori extra-agricoli. Come abbiamo visto, infatti, le pratiche agri-sociali più diffuse sono caratterizzate da un’attività agricola ad alta intensità di lavoro: si pratica la vendita diretta o attraverso GAS, prediligendo sempre la filiera corta, c’è una notevolediversificazione del business che si esprime nel mix di attività complementari come ristorazione, agriturismo, didattica insieme alla tutela ambientale.

Vista l’importanza che tale fenomeno sta assumendo e gli enormi benefici sociali ed economici che ne derivano, sarebbe opportuno che le istituzioni cogliessero appieno l’effettivo potenziale dell’agricoltura sociale e lo valorizzassero adeguatamente, sia per affermare una politica agricola innovativa (che non potrebbe che giovare ad un comparto in crisi da molto tempo), sia per sostenere lo sviluppo di nuove politiche di welfare ancora più mirate ed efficaci, attraverso l’adozione di provvedimenti legislativi adeguati in ambito nazionale e regionale.

Agricoltura sociale normativa

Oggi l’Unione Europea definisce l’agricoltura sociale come “il nesso fondamentale tra agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare, equilibrio territoriale, conservazione del paesaggio e dell’ambiente, nonché garanzia dell’approvvigionamento alimentare” e ne ribadisce lo status di soggetto privilegiato per le politiche di welfare dei suoi stati membri.

Con la Legge 18 agosto 2015, n. 141, “Disposizioni in materia di agricoltura sociale, finalmente questa forma di agricoltura ha il suo riconoscimento giuridico in Italia che si attendeva da tempo. Le novità della normativa riguardano:

– L’introduzione della definizione di agricoltura sociale come ambito di attività che riguarda:
a) l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e lavoratori svantaggiati, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale;
b) prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura;
c) prestazioni e servizi terapeutici anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante;
d) iniziative di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche;

possibilità per le Regioni di promuovere specifici programmi per la multifunzionalità delle imprese agricole, nell’ambito dei Piani di Sviluppo Rurale, con particolare riguardo alle pratiche di progettazione integrata territoriale e allo sviluppo dell’agricoltura sociale;

– viene concesso alle istituzioni pubbliche che gestiscono mense scolastiche e ospedaliere di inserire come criteri di priorità per l’assegnazione delle gare di fornitura la provenienza dei prodotti agroalimentari da operatori di agricoltura sociale;

– gli enti pubblici territoriali prevedono criteri di priorità per favorire lo sviluppo delle attività di agricoltura sociale nell’ambito delle procedure di alienazione e locazione dei terreni pubblici agricoli;

– gli enti pubblici territoriali possono dare in concessione, a titolo gratuito, anche agli operatori dell’agricoltura sociale i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata;

– viene istituito l’Osservatorio sull’agricoltura sociale, nominato con decreto del Mipaaf. È chiamato a definire le linee guida in materia di agricoltura sociale e assume funzioni di monitoraggio, iniziativa finalizzata al coordinamento delle iniziative a fini di coordinamento con le politiche rurali e comunicazione.

Pubblicato in News

 

Di Massimo D'Onofrio (www.affaritaliani.it)

Coltivare canapa e sognare la libertà. Succede nel carcere di Taranto dove, per la prima volta in Italia, mette radici la canapa industriale. E accade un piccolo miracolo: due ettari di terra incolta diventano un’azienda agricola modello. In cui si declina, a colpi di vanga e rastrello, un’agricoltura innovativa e sociale al tempo stesso: infatti toccherà ad un gruppo di detenuti, uomini e donne, della Casa circondariale “Carmelo Magli” lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Sporcandosi le mani e, per una volta, restando “puliti”. Anzi: “bonificati”. Così come gli studiosi dicono possa fare la canapa con la terra inquinata intorno all’Ilva, ripulendola da Co2, metalli pesanti e forse diossina grazie alla sua capacità di fitoestrazione.

Ci piace pensare, però, che questa canapa buona – in cui il principio attivo è inibito, per cui non è allucinogena né illegale - possa comunque rendere migliore chi la frequenta. Del resto, è questo il fulcro del progetto che stamattina ha preso corpo con la semina della canapa nei terreni del carcere, all’esterno del muro di cinta e, all’interno, nell’area adiacente all’ala femminile.    

Un luogo in cui parlare di “prospettiva” ha un significato diverso da come l’intendiamo noi che davanti all’orizzonte non abbiamo quattro sbarre e dove un muro grigio alto cinque metri spegnerebbe la fantasia di chiunque. Pure del sommo Leopardi, a cui certo bastava una siepe per viaggiare chissà dove con l’immaginazione. Eppure, anche qui nel carcere di Taranto, la speranza è l’ultima a morire. Per capirlo è bastato ascoltare le parole di un detenuto che, alla domanda del comandante delle guardie che gli chiedeva del suo “fine pena”, ha risposto sorridendo: “E’ prossima… 2020”. Già, nel frattempo c’è un sacco di lavoro da fare e il tempo, lo sanno bene anche qua dentro, è tiranno.

Tutto parte a settembre scorso, quando Confagricoltura Taranto e Direzione del Carceresiglano un protocollo d’intesa per creare all’interno del carcere un’azienda agricola. L’idea va avanti, crescendo sino a diventare qualcosa di più grande e innovativo. Sino al traguardo più importante tagliato sotto un bel sole: mettere a dimora i semi di canapa. Primo passo concreto e insieme potente metafora di un’idea nuova che comincia a prendere forma sul serio. Grazie al lavoro e all’impegno comune della Direzione della Casa Circondariale di Taranto, Confagricoltura Taranto, Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi (A.B.A.P.) e South Hemp Techno srl di Crispiano. «La prima aziende in Italia – dice con orgoglio il suo presidente Rachele Invernizzi - realmente operativa nel settore della lavorazione e trasformazione della canapa».

Il fulcro di tutto è la cannabis sativa, capace di innescare un progetto di più ampio respiro che mette assieme promozione e sviluppo di iniziative finalizzate a fornire alla popolazione carceraria una possibilità di recupero e reinserimento. Lavorando nei campi del carcere e mettendo in piedi un’azienda vera che possa operare anche una volta lasciatosi alle spalle il cancello col gabbiotto all’ingresso. «Oggi a Taranto – dice il presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzàro - nasce la prima azienda modello di agricoltura sociale e biologica. E nasce grazie al lavoro corale di diversi attori locali e istituzionali e alle qualità di una pianta versatile come la canapa, capace di grandi sviluppi nella valorizzazione dei suoi diversi prodotti e soprattutto in quello delle bonifiche: una prospettiva importante in un territorio così compromesso come quello tarantino. In più, stiamo sviluppando un progetto per la coltivazione e commercializzazione di altri prodotti orticoli biologici». E come in una qualsiasi azienda convenzionale, in attesa di un sistema d’irrigazione adeguato, bisognerà sperare che piova: «La canapa è una pianta forte, ce la farà».

Il progetto che sta dietro, del resto, ce l’ha fatta a spuntare dal nulla e per la prima volta in Italia proprio qui a Taranto, una città dove tutto è possibile. Come sperimentare la canapa e fare agricoltura sociale, facendo germogliare una nuova prospettiva di futuro per la popolazione detenuta. «E’ la prima coltivazione di canapa – spiega il direttore Stefania Baldassari – in una Casa circondariale. Successivamente sarà la volta della prima azienda agricola bio, che produrrà ortaggi e frutta biologica all’interno della cinta dell’Istituto di pena. Tutto ciò è finalizzato al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, che è poi il cuore di questo progetto». Baldassari è consapevole d’aver rotto anche un tabù, perché confondere la canapa ludica con quella industriale è sin troppo facile altrove, figurarsi qui: nel “suo” carcere però si può guardare ben oltre il muro di cinta dei luoghi comuni.

A patto, naturalmente, di costruire il “miracolo” giorno dopo giorno, facendo passi concreti in vista di un più ampio ed articolato intervento che punta a dar vita a diversi cicli produttivi: tessuto, carta, alimenti e bioedilizia. Gli esperti contano 25mila usi diversi per la canapa, da cui si può ricavare persino biofuel, benzina. «Coltiveremo la canapa – afferma ancora Rachele Invernizzi - ma faremo anche formazione dei detenuti, ai quali rilasceremo titoli e insegneremo un mestiere. L’idea è riuscire a fare impresa in carcere con prodotti da vendere all’esterno. Una prospettiva che ha conquistato i detenuti, felicissimi di poter avere un rapporto col mondo esterno, un contatto umano che spesso gli manca». Un progetto che potrebbe fare scuola, almeno così si augura Invernizzi: «Il nostro è un progetto-pilota, un’esperienza ripetibile in altri istituti di pena italiani ed è per questo che stiamo lavorando per pubblicizzarlo il più possibile».

Stessa linea su cui si muove Marcello Colao, dell’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, sottolineando in particolare l’aspetto della “sostenibilità” della coltivazione della canapa: «E’ un progetto molto ampio – spiega – che si basa sulla sostenibilità, soprattutto perché realizzato in un carcere, con detenuti e in condizioni difficili». Ma c’è dell’altro: «Vogliamo anche puntare sulla tutela della biodiversità pugliese, col recupero di colture in via d’estinzione, e in un secondo momento speriamo di farne uno strumento didattico, coinvolgendo le scolaresche. L’obiettivo è diffondere la cultura della biodiversità, dei diritti, della sostenibilità e della bellezza dei prodotti pugliesi. Lanciamo qui dal carcere di Taranto un segnale forte: a queste persone svantaggiate che vogliono impegnarsi e migliorare, noi vogliamo dare un valore in più».

Una seconda chance ai detenuti e forse anche alla terra di Taranto, bella e dannata quanto bisognosa di “bonificarsi”. È l’idea un po’ folle eppure lungimirante che, a pochi chilometri in linea d’aria, sta portando avanti nei suoi campi Vincenzo Fornaro, l’allevatore al quale un’ordinanza del 2008 ha vietato e tuttora vieta di allevare animali (erano 605 le pecore finite al macello) in un raggio di 20 km attorno al siderurgico. Lui ha scommesso tutto proprio sulla canapa, di cui Colao conosce bene punti di forza e debolezze: «E’ necessario verificare se funziona davvero e poi piantare canapa nei sei chilometri della zona rossa attorno all’Ilva. Ma ogni singola analisi, fatta in due soli laboratori in tutta Italia, costa 300 euro e noi non abbiamo tutto questo denaro. Ora tocca alla città che dal basso deve spingere e convincere le istituzioni che questa potrebbe essere la strada giusta». Per ora è persino più facile piantare cannabis in un carcere.  

 

Pubblicato in News

Qual’è lo stato attuale della coltivazione di canapa in Italia e dell’industria per la sua lavorazione? Abbiamo parlato di questo ed altro con Rosario Scotto, presidente di Sativa Molise, un’associazione che riunisce aziende agricole e alimentari insieme a tecnici e imprenditori decisi a sperimentare la produttività della canapa nel territorio molisano.

Sativa Molise è una nuova realtà nel mondo della canapa industriale italiana. Chi siete e quali sono i vostri obiettivi?
Sativa Molise è stata fondata da quattro giovani che credono nella nuova generazione della canapa in Italia. Io sono il presidente, Davide Petrollino è biotecnologo e vicepresidente, Marzio Ilario Fiore è imprenditore agricolo e tesoriere, e Tarquinio Di Felice è un esperto in farine. È un’associazione senza scopo di lucro che rappresenta alcune aziende agricole decise a introdurre canapa nelle loro coltivazioni. Queste imprese rendono oggi disponibili 2mila ettari in Molise e alcune centinaia di ettari in Abruzzo per realizzare una filiera molisana della canapa, dal seme al prodotto finito a chilometro zero.

Come avete cominciato e quali ostacoli si sono presentati?
Abbiamo seminato 22 ettari per iniziare le sperimentazioni con semi di provenienza nordeuropea. In Molise la canapa è scomparsa da molti anni e quindi non erano disponibili dati utili per capire le migliori modalità di coltivazione. Le varietà rese disponibili in Italia non presentano informazioni facilmente applicabili alla realtà territoriale molisana: abbiamo infatti alcuni appezzamenti a quota mare, ma la maggior parte si trova a circa 700 metri di altitudine. Stiamo puntando maggiormente sull’alimentare rispetto alla fibra perché i costi di trasporto ad Avetrana, il più vicino impianto di trasformazione del canapulo, sono troppo elevati. Durante la sperimentazione sul campo abbiamo collaborato e coinvolto nell’associazione aziende alimentari come oleifici, forni e pastai. Per cominciare la costruzione della filiera abbiamo effettuato i primi test su macchine di lavorazione che ci porteranno fra breve a costruire i nostri primi impianti.

Qual è lo scenario agricolo molisano in cui la canapa potrebbe insediarsi?
La canapa potrebbe contribuire alla rinascita dell’agricoltura molisana e al ripopolamento del suo territorio, in particolare in un alto Molise che sta subendo lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione. Abbiamo oltre 200mila ettari abbandonati a causa della crisi nella zootecnia e altri 200mila che necessitano di una nuova coltura da rotazione. Grano, girasole, barbabietola e fieno, ad esempio, non offrono più ritorni apprezzabili, mentre la canapa potrebbe essere perfetta per la rotazione se venisse creata una filiera. Potremmo quindi guadagnare un contributo alla rinascita e alla tutela del territorio insieme a nuovi prodotti alimentari locali di alto valore nutrizionale.

Cosa succede nelle altre regioni?
In Puglia come in altre regioni ci sono belle realtà con le quali speriamo di collaborare per un’integrazione della filiera a livello nazionale oltre che regionale. Le difficoltà sono molte visto che dagli anni ’40 ad oggi l’Italia è passata dalla posizione di leader mondiale nella canapa a una produzione su circa 500 ettari non coordinati e non realmente produttivi. Nel 2002 con i campi di Caserta e Ferrara siamo arrivati per breve tempo a oltre 1000 ettari seminati, con finanziamenti europei e privati che hanno permesso di costruire gli impianti per fibra e filati. Oggi però la produzione si è fermata e i problemi riguardano la rete di imprese, le logiche di finanziamento e le leggi che regolano il settore. Se crediamo in questa coltivazione dobbiamo contarci, misurare gli ettari e capire quali sono le aziende che possono e vogliono davvero investire, sperando che il legislatore fornisca presto normative più chiare e complete.

Come potrebbe migliorare la legge sulla canapa industriale italiana?
Anche se il problema principale è il coordinamento fra operatori della filiera, è vero che manca il supporto di leggi specifiche, ad esempio per la spremitura dei semi e per l’integrazione nelle accoppiate di rotazione delle colture. C’è poi il problema del contenuto di THC per i prodotti alimentari: questo dovrebbe essere portato dallo zero attuale allo 0,2%. Il prodotto resterebbe comunque non psicoattivo ma i processi di coltivazione e lavorazione risulterebbero semplificati. La situazione legislativa attuale sta anche ostacolando lo studio genetico e la ricostituzione di varietà locali stabili.

Cosa possono fare le associazioni per aiutare la rinascita della canapa italiana?
Dobbiamo passare da una situazione direi hobbistica ad una professionale, trovando e offrendo agli agricoltori le risorse e le competenze tecniche che finora le associazioni non sono state in grado di rendere disponibili. In questi anni molti hanno acquistato semi e poi lasciato le paglie sul campo per mancanza di filiera locale e in ogni caso non è possibile puntare solo sulla fibra. In Italia, la coltivazione di 300mila ettari è un obiettivo realistico se prima si fonda un organizzazione sovraregionale in grado di convogliare le risorse per il supporto alla filiera e di prevenire qualsiasi monopolio. Ci serve un progetto in grado di coinvolgere tutti per 15 o 20 anni di lavoro a ritmi serrati e il prossimo ciclo naturale di questa coltura va affidato ai giovani. Fra loro credo che Claudio Natile (presidente CanaPuglia, ndr) abbia dimostrato sul campo di avere le competenze per un ruolo da vice presidente di un vero organo di coordinamento della canapa in Italia.

Stefano Mariani 

Fonte: www.canapaindustriale.it

Pubblicato in Dicono di noi

Il progetto sperimentale agriTATA

Coldiretti Piemonte, nell’ambito dei percorsi progettuali dell’Osservatorio Regionale sull’Agricoltura Sociale, ha promosso un innovativo progetto sperimentale denominato “agriTATA”, in collaborazione con la Regione Piemonte (Assessorato Politiche Sociali, Assessorato Agricoltura, Assessorato Formazione Lavoro): con tale sperimentazione si intende sviluppare un nuovo servizio qualificatoper la prima infanzia, alternativo a quelli già esistenti, facilmente realizzabile nel contesto rurale piemontese, con l’obiettivo, da un lato, di favorire nuovi sbocchi occupazionali in ambito agricolo e nuove forme di reddito per le imprese, dall’altro, di offrire, sui territori extraurbani sempre più spesso sforniti di servizi, maggiori opportunità per le famiglie.

Si tratta di un ulteriore importante passo di Coldiretti nella linea di forza sociale, viva e attiva, non soltanto per le imprese agricole associate, ma per la società tutta.

Chi è l’agriTATA?

L’agriTATA è una persona adeguatamente formata che offre un servizio di educazione e di cura, presso il proprio domicilio, a bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni.

Dove lavora l’agriTATA?

L’attività viene svolta all’interno della casa, collocata presso l’azienda agricola. Qui il bambino è fortemente stimolato a vivere la domesticità, ovvero spazi, tempi e attività che sono familiari nell’età infantile. La casa acquista un valore simbolico educativo; è il luogo dove osservare, ascoltare, sperimentare.

Ulteriore elemento rafforzativo nella pedagogia dell’agriTATA è che nell’azienda agricola il bambino può trascorre tempo all’aria aperta, sperimentare i colori e i profumi delle stagioni, prendersi curadi piccoli animali e familiarizzare con alcune  semplici attività agricole.

Che cosa offre il servizio agriTATA?

  • Il progetto educativo

Ogni agriTATA elabora un progetto educativo “personalizzato” da condividere con la famiglia utente.

  • Il piccolo gruppo di bambini

L’agriTATA può accogliere nella propria abitazione al massimo 5 bambini contemporaneamente. La casa dell’agriTATA diventa il luogo di una reale socializzazione in quanto il gruppo ristretto favorisce lo sviluppo della relazione; la compresenza di bambini con età differenti permette ai piccoli di apprendere dai grandi.

  • La figura di riferimento stabile per il bambino e per la famiglia Il bambino è affidato sempre alla stessa agriTATA; questo permette la costruzione di una relazione affettiva stabile e una presenza rassicurante.
  • Il rispetto dei tempi dei bambini

L’agriTATA è attenta all’unicità di ogni bambino e ne stimola lo sviluppo rispettando i tempi di crescita di ciascuno, la linea educativa è basata sul “dare tempo”.

  • La continuità educativa

L’agriTATA riconosce la famiglia del bambino come principale attore educativo e condivide con essa il progetto educativo e la definizione dei bisogni del bambino nel rispetto e nella continuità dei valori e della cultura della famiglia.

  • La flessibilità e la personalizzazione del servizio

Il servizio non ha orari predeterminati ma può essere attivato per tutti i giorni della settimana (inclusi sabato e domenica), secondo le esigenze della famiglia utente e la disponibilità dell’agriTATA.

La rete

L’agriTATA, pur lavorando in casa propria, è in stabile collegamento con le altre agritate del territorio e con la cooperativa “Linfa Solidale”, l’ente gestore del servizio che la sostiene e la supporta nel lavoro. Tale ente garantisce, nei confronti delle famiglie utenti, il mantenimento degli standard qualitativi previsti dal punto di vista ambientale ed educativo.

Quali garanzie offre il servizio?

  • AgriTATE professionalmente formate e costantemente aggiornate.
  • Monitoraggio e verifica delle norme igienico-sanitarie, ambientali e di sicurezza in ambito domestico.
  • Monitoraggio costante del lavoro delle agritate.
  • Disponibilità di una équipe di esperti a disposizione delle agritate e delle famiglie utenti.
  • Supervisione pedagogica e psicologica del servizio.

 

di Francesco Di Iacovo, professore di Economia agraria. Dipartimento di Patologia Animale, Profilassi e Igiene degli Alimenti. Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università di Pisa.

Pubblicato in Agricoltura Sociale
Venerdì, 08 Luglio 2016 07:45

La Cooperazione Sociale Agricola in Italia

La visione parziale del fenomeno dell’agricoltura sociale in Italia è dovuta almeno in parte all’assenza di una definizione univoca di ‘agricoltura sociale’ e all’inclusione in questa categoria imprenditoriale di organizzazioni con caratteristiche e forma giuridica alquanto diversa. In primo luogo risulta quindi necessario cercare di capire cosa intenderemo in questo breve rapporto per agricoltura sociale.

 

Quale definizione?

 

Una prima definizione di agricoltura sociale è stata data dalla Commissione Europea, che si è focalizzata sull’identificazione degli aspetti multifunzionali dell’agricoltura affermando che: “L’attività agricola, oltre a fornire alimenti e fibre, modella il paesaggio, produce benefici ambientali quali la conservazione del suolo, la tutela della biodiversità, la gestione sostenibile delle risorse naturali rinnovabili e contribuisce alla vitalità socio economica di molte aree rurali” (Commissione Europea, 1998). Più recentemente, anche il Terzo Asse del piano strategico nazionale elaborato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha individuato la necessità di promuovere e sostenere le imprese agricole che operano nel campo dell’agricoltura sociale, prestando particolare attenzione al ruolo che queste hanno nel campo terapeutico-riabilitativo, in quello occupazionale-formativo e in quello didattico-culturale.

Guardando alla definizione di Senni (2005, p.10) per agricoltura sociale si intende un “insieme di attività a carattere agricolo, inteso in senso lato (coltivazione, allevamento, selvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, agriturismo, ecc.) con l’esplicito proposito di generare benefici per fasce particolari della popolazione (persone con bisogni speciali, anziani, bambini)”.

Da un confronto immediato delle tre definizioni si nota come il concetto di agricoltura sociale possa essere più o meno esteso: da un elemento di tutela prevalentemente ambientale e paesaggistica di cui beneficia l’intera comunità per la Commissione Europea, ad un’istituzione con prevalente natura sociale e rivolta a specifici gruppi di cittadini nell’accezione italiana di Senna e del Ministero.

Ai fini di questo rapporto, la definizione di agricoltura sociale viene articolata prendendo in considerazione l’oggetto ‘agricoltura’ e l’obiettivo ‘sociale’ e facendo rientrare nella categoria soltanto quelle organizzazioni che rispettano entrambe i criteri. In modo molto intuitivo, la produzione di beni agricoli e il posizionamento dell’organizzazione nel settore agricolo deve risultare criterio identificativo rispetto all’attività. Utilizzando questi criteri, una complicazione che emerge è legata allo stabilire quale percentuale dell’attività/della produzione complessivamente realizzata dall’organizzazione deve essere conseguita per ritenere che l’impresa operi nel settore agricolo. Esistono infatti molte organizzazioni definibili ‘multiprodotto’. Ad esempio, organizzazioni che si dedicano ad attività tra loro complementari e aventi ad oggetto lo stesso prodotto merceologico, ma appartenenti a settori diversi, quali l’agricoltura e l’industria alimentare di trasformazione dei prodotti agricoli. Allo stesso tempoesistono anche organizzazioni che differenziano completamente i propri settori di attività pur conducendo sotto un’unica impresa tutte le branche produttive, come nel caso di imprese che affiancano attività agricole a lavanderie ed attività industriali, o che affiancano la produzione di beni agricoli alla realizzazione di servizi sociali educativi o assistenziali. Sarebbe assai discriminante per queste organizzazioni non tenere presente la loro natura di imprese di agricoltura sociale anche se solo un piccolo nucleo operativo fosse coinvolto in questa attività e le entrate dell’organizzazione fossero determinate prevalentemente da altri settori produttivi. Non esiste quindi per definizione, dal punto di vista dello studioso, un ‘fatturato minimo’ che una impresa sociale agricola debba raggiungere per definirsi tale.

Il carattere ‘sociale’ dell’attività produttiva deve essere invece individuato nelle ricadute che la stessa ha in termini sociali. Se il riferimento fosse a qualsiasi esternalità positiva prodotta dall’organizzazione sulla comunità di riferimento o se l’accezione potesse essere rivolta a tutte quelle organizzazioni che producono beni di interesse e valenza sociale, certamente buona parte delle imprese agricole ricadrebbe in questa definizione. Sarebbero infatti incluse tutte quelle organizzazioni che producono alimenti biologici, innovando le tecnologie ed i processi per diminuire l’impatto ambientale, rivalorizzando aree abbandonate o non produttive, impiegando soggetti in territori a bassa occupazione e ad alta presenza di soggetti con bassi livelli di scolarizzazione, o ancora affiancando l’attività agricola a quella di educazione alimentare e al consumo.

In maniera più restrittiva, ci possiamo riferire invece a quelle imprese che sono sociali secondo quanto definito anche a livello giuridico dal D.Lgs. 118/2005, perché “esercitano in via stabile e principale un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale” dove i servizi di utilità sociale sono riferiti, oltre che ai settori tradizionali dei servizi soci-educativi e sanitario-assistenziali, a tutti quei settori di attività (compreso il settore agricolo quindi) in cui l’organizzazione si occupi comunque dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Adottando perciò la definizione di impresa agricola sociale come impresa sociale attiva nel settore dell’agricoltura, si giungono ad isolare, per requisiti giuridici, le sole imprese agricole:

  • in cui l'attività agricola è funzionale alla realizzazione di servizi di utilità sociale, educativa, riabilitativa, ricreativa e al soddisfacimento dei bisogni di categorie di soggetti deboli
  • in cui i lavoratori svantaggiati rappresentano almeno il 30% dei lavoratori impiegati a qualunque titolo nell’azienda, dove sono identificati come soggetti svantaggiati i lavoratori di cui dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera f), punti i), ix) e x), del regolamento (CE) n. 2204/2002 della Commissione, 5 dicembre 2002, della Commissione relativo all'applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato CE agli aiuti di Stato a favore dell'occupazione; ed i lavoratori disabili ai sensi dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera g), del citato regolamento (CE) n. 2204/2002;
  • che presentano per statuto l’assenza di scopo di lucro e che quindi non realizzano alcuna forma di distribuzione diretta o indiretta degli utili ai propri stakeholder ma destinano gli avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o all’incremento del patrimonio;

 

e per il rispetto dei requisiti scientifici (come definiti ad esempio dal gruppo EMES):

  • che gestiscono un’iniziativa collettiva;
  • che hanno come obiettivo esplicito la promozione del benessere di una collettività o di uno o più specifici gruppi di persone (socie o non socie) anche attraverso un'esplicita funzione distributiva;
  • la cui forma proprietaria e le cui modalità di gestione sono coerenti con l’obiettivo sociale e prevedono quindi assetti multistakeholder, livelli di partecipazione e coinvolgimento dei principali stakeholder dell’organizzazione(lavoratori e utenti per definizione anche giuridica), rendicontazioni non solo contabili ma anche sociali; tutti elementi in grado di garantire che le relazioni contrattuali e fiduciarie siano coerentemente strutturate rispetto all’obiettivo.

 

Se adottiamo questa definizione di impresa agricola sociale o di impresa sociale agricola, stiamo focalizzando la ricerca su quelle organizzazioni che: (i) svolgono un’attività imprenditoriale, i.e. economicamente e finanziariamente sostenibile, escludendo quindi organizzazioni soprattutto non profit che svolgano esclusivamente funzioni di advocacy e tutela ambientale e legata ai settori di interesse; (ii) che possono avere forma giuridica diversa, includendo prevalentemente le cooperative sociali, ma anche imprese e famiglie agricole, associazioni di volontariato e strutture pubbliche; (iii) che presentano un forte legame con le attività sociali e di conseguenza sono produttrici dirette di servizi sociali (educativi, terapeutici, ecc.) o produttrici responsabili di attività di inserimento formativo e occupazionale. Ciò indipendentemente dal tipo di attività specifica che esse conducono, dalla modalità con cui le imprese si approcciano al mercato finale della commercializzazione e, almeno in parte, dalla tipologia di prodotto che esse producono.

Dall’analisi del contesto italiano e da una survey della letteratura esistente sulle origini del fenomeno, emerge chiaramente che la maggior parte delle imprese agricole sociali sono state costituite sia attraverso l’apertura di imprese private e famiglie agricole ai temi della socialità e in particolare al tema dell’inserimento di soggetti svantaggiati e alla promozione di attività a beneficio di bambini, anziani, e persone problematiche, sia attraverso l’estensione dell’attività di cooperative sociali verso il settore agricolo. Quest’ultimo caso rappresenta, da una parte, un importante esempio evolutivo delle dinamiche imprenditoriali collettive e, dall’altra, il gruppo più chiaramente identificabile di imprese sociali agricole, considerando che i dataset camerali permettono, come si avrà modo di esplicitare nella parte metodologica, di incrociare le informazioni sul settore di attività con quelle sulla denominazione dell’organizzazione equindi con la sua dimensione sociale.[1] Per questi motivi, il paragrafo seguente introduce i principali tratti della cooperazione sociale italiana.

 

La cooperazione sociale: ruolo ed articolazione

Quello della cooperazione sociale è un fenomeno sviluppatosi a partire dagli anni ’80 come iniziativa auto-promossa da gruppi di cittadini per rispondere ad una domanda insoddisfatta di servizi di interesse sociale e esercitata prevalentemente da classi deboli di soggetti. Il ruolo delle cooperative sociali è quindi ben identificato fin dalle loro origini: essere organizzazioni produttive, differenziandosi così dalle molte organizzazioni non profit di sola advocacy o con esclusiva funzione redistributiva, e offrire servizi alle persone svantaggiate dal punto di vista economico e sociale. Esse vengono quindi ad assumere un ruolo fondamentale in quei settori di attività in cui la sola presenza dell’offerta pubblica di servizi era caratterizzata da standardizzazione e rigidità, in cui vi era incapacità di rispondere ad esigenze specifiche e all’emergere di una nuova domanda di servizi da parte delle cosiddette nuove povertà. Esse vengono inoltre a contrapporsi alle logiche di prezzo e di profitto che caratterizzano il mercato e gli attori privati for-profit, cercando di ricorrere anche a logiche diverse di assegnazione dei beni e in particolare ricorrendo alla discriminazione di prezzo ovvero all’erogazione di beni gratuiti o semigratuiti alle persone più bisognose grazie al ricorso a donazioni, lavoro volontario e alle logiche di non distribuzione dei profitti.

Se l’iniziativa nasce come movimento spontaneo, la forma giuridica viene al contrario esplicitamente riconosciuta con la legge 381/1991 istitutiva delle cooperative sociali. La normativa prevede che tali organizzazioni possano esercitare attività diverse e distingue a tal fine tra cooperative sociali di “tipo a” se l’attività principale riguarda la gestione di servizi socio-assistenziali ed educativi, e cooperative di “tipo b” per lo svolgimento di attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art.1).

La cooperazione sociale è così venuta negli anni a caratterizzarsi e ad acquisire interesse agli occhi di studiosi e policy maker sia per il continuo sviluppo e la forte crescita, con un conseguente rilevante impatto sociale, sia per la varietà delle attività da esse prodotte.

L’evoluzione del fenomeno è stata, come accennato in precedenza, consistente a partire proprio dagli anni ’90 grazie anche al riconoscimento giuridico intervenuto. I dati più recenti rilevati attraverso l’Osservatorio Euricse e le banche dati Aida contano la presenza in Italia a fine 2008 di 13.938 cooperative sociali, numero quasi raddoppiato rispetto alla precedente rilevazione Istat del 2005. Il loro impatto in termini occupazionali risulta molto elevato, con più di 317.000 lavoratori dipendenti complessivamente, per una media di 23 lavoratori a cooperativa e l’impiego in media di 530 soggetti ogni 100mila abitanti a livello nazionale. Se la dispersione territorialedelle cooperative sociali evidenzia un'elevata presenza al Nord-est (con quasi 3100 cooperative sociali), la crescita è stata comunque molto significativa negli ultimi anni soprattutto nel Sud e Isole, dove oggi si concentra il 43,3% del totale delle cooperative sociali, anche se la loro dimensione media è tale per cui complessivamente esse impiegano solo il 20,7% dei lavoratori del settore.

Distinguendo per settore di attività prevalente in cui le cooperative sociali operano, è possibile approssimare la distinzione delle cooperative sociali per tipo A e B. Emerge così che il 54,4% delle cooperative sociali opera certamente nei settori assimilabili alle attività delle cooperative sociali di tipo A, quali sanità e assistenza sociale, istruzione e attività artistiche, sportive e di intrattenimento. Le restanti cooperative svolgono la loro attività prevalente in altri settori, ma è prevedibile che spesso il settore d’attività prevalente dichiarato celi la natura di imprese produttrici contemporaneamente di beni e di servizi a soggetti svantaggiati.

Per definizione tipologica, sono le cooperative di tipo B le uniche a poter svolgere in maniera prevalente attività nel campo agricolo. Tuttavia, per queste realtà di cooperazione sociale agricola sono disponibili poche informazioni. Innanzitutto, l’ultima indagine approfondita Istat risale al 2003 e la banca dati Euricse rappresenta l’unica e più completa raccolta di informazioni economico-finanziarie e territoriali su queste organizzazioni. In secondo luogo, non sono state condotte analisi specifiche su queste organizzazioni, ma si dispone solamente di dati campionari che finora non sono stati sfruttati per verificare differenze nei settori di attività (ne è esempio la ricerca ICSI2007 promossa dall’Università di Trento in partenariato con altre università italiane).

Infine, la cooperazione sociale agricola presenta un potenziale interessante sotto molteplici punti di vista: (i) la capacità di recuperare in tempi più brevi e con migliori risultati i soggetti disabili (soprattutto psichici), grazie al rapporto con la natura e allo svolgimento di attività non alienanti; (ii) la capacità di trovare nel settore agricolo un settore proficuo e fonte di ricavi di natura privata, che renderebbe le cooperative sociali indipendenti dall’ente pubblico, e che permetterebbe di agire nel lungo periodo, trattandosi comunque di un settore a ridotta competitività, caratterizzato dalla scarsità di manodopera e con crescita della differenziazione di prodotto (con attenzione dei consumatori al biologico, al marchio, alla territorialità dei prodotti); (iii) la possibilità di realizzare partnership con organizzazioni cooperative non sociali e con produttori agricoli per il collocamento dei soggetti inseriti al termine del periodo formativo.

Su questi ed ulteriori spunti di riflessione si sta orientando l’attività di ricerca, ma risulta essenziale dare una quantificazione della cooperazione sociale agricola come forma più sviluppata e riconosciuta di impresa sociale agricola, quantomeno come punto di partenza per analisi più approfondite.

Non così facile sarebbe identificare invece le imprese o famiglie agricole con ruolo sociale, poiché in questo caso i registri camerali non permettono di discriminare le imprese agricole non cooperative per natura sociale della loro attività individuando quelle che si occupano di attività educative o di formazione-inserimento lavorativo di fasce deboli.



di EURICSE (Studio condotto per conto diINEA – Istituto Nazionale di Economia Agraria)

Pubblicato in Agricoltura Sociale

“…non riesco ad immaginare l’Impero Britannico o gli Stati Uniti divenire autenticamente socialisti, più di quanto non riesca ad immaginare un elefante che fa le capriole od un ippopotamo che salta una siepe.” (J. B. S. Haldane, Della misura giusta, 1927)
Mauro Bonaiuti (Docente di Economia alle Università di Modena e di Bologna)



Introduzione

Nel vivace dibattito che circonda l’economia solidale (ES) alcune domande sembrano ritornare ciclicamente, come irrisolte: innanzitutto ci si interroga se l’ES sia da considerarsi alternativa oppure complementare (2) rispetto all’economia dominante. Questo interrogativo rimanda a quale concezione dell’essere umano sia sottesa all’economia neoliberista, da un lato, e a quella solidale dall’altro e, soprattutto, quale sia il rapporto che quest’ultima debba intrattenere con il mercato. Seguendo l’approccio che da Mauss, attraverso Polanyi, arriva sino a Godbout e Laville, cercherò di offrire alcune risposte a queste domande. Si affronteranno poi, secondo un approccio sistemico, alcune questioni legate alla degenerazione del mondo cooperativo e alle forme istituzionali favorevoli all’affermarsi di un’economia autonoma, solidale e sostenibile. Una prospettiva in cui diviene strategico lo sviluppo dei Distretti di Economia solidale (DES), intesi come reti di soggetti in grado di proteggere le forme germinali di questa economia altra dalla concorrenza distruttiva del Mercato globale.


Naturalismo e universalismo

È questa la concezione secondo cui l’economia rispecchia leggi naturali e che porta a considerare le leggi economiche come a-temporali, valide cioè al di la di qualsiasi contesto storico. Per estensione a questa viene fatta corrispondere una concezione universalista secondo la quale, cioè, le leggi economiche sono applicabili in ogni contesto spaziale, istituzionale e culturale.


Questa concezione naturale o universale della scienza economica ha radici antiche: risale quantomeno all’illuminismo e fa tutt’uno con la pretesa della fisica classica di stabilire leggi semplici, valide in ogni tempo ed in ogni luogo. Tuttavia, come era solito ripetere Georgescu-Roegen, la fisica stessa ha perduto molte delle gemme di cui risplendeva ai tempi di Laplace. Limitandoci al piano antropologico è possibile mostrare, innanzitutto, che i tratti caratterizzanti l’HO non sono generalmente riscontrabili nelle civiltà premoderne(4): nel caso dell'Europa l’affermarsi del linguaggio dell’interesse è relativamente tardo, e indiscutibilmente connesso alla modernità, in particolare al trionfo della ragione scientifica e delle classi medie (Caillè, 1991).


Egoismo e scarsità procedono insieme e si collocano di fatto alla fine della storia umana e non all’inizio, come pretenderebbe la dottrina ortodossa e anche l’etica del lavoro, come l’egoismo, non hanno alcun connotato di “fatto antropologico primordiale”. Piuttosto queste caratteristiche si dimostrano espressione della modernità e di quella occidentale in particolare.


Come hanno mostrato in particolare gli studi di M. Sahlins (1980), nelle società arcaiche di cacciatori e raccoglitori non è rintracciabile alcuno sforzo di incrementare la produttività del lavoro, come dimostra il fatto che il tempo a esso dedicato non supera mediamente le quattro ore al giorno. La maggior parte della giornata è dedicata all'ozio, al gioco o alle celebrazioni rituali. Ancora in pieno medioevo, in Europa, usi e tradizioni religiose imponevano una settimana lavorativa assai più breve di quella oggi riconosciuta come frutto delle lotte sindacali. Per avere una misura di come l’avvento del mercato autoregolato e della rivoluzione industriale abbiano trasformato alla radice i valori e le motivazioni che orientano l’azione economica, basta ricordare che nelle culture dell’antichità si era pienamente uomini solo in quanto sottratti alle necessità materiali e all’obbligo del lavoro. Ne possiamo concludere che egoismo e centralità degli interessi materiali – lungi dal configurarsi come naturali – sono dunque tratti antropologici istituiti (Polanyi, 1974).


Nel contesto dei paesi più ricchi l’impossibilità di individuare leggi economiche universali ha portato ad un rinnovato interesse per la dimensione locale, con un’attenzione tesa a valorizzare le qualità peculiari dei luoghi e a promuovere l’autogoverno delle società locali (Magnaghi, 2000) e di cui l’economa solidale rappresenta, come vedremo, una delle più vivaci espressioni.

Caratteristiche e dilemmi dell'economia solidale

Come ha mostrato J. L. Laville (1998), seguendo le orme di K. Polanyi (1974), il contesto economico e sociale in cui si è sviluppata l’economia solidale è caratterizzato dalla compresenza di tre sfere, distinte, ma in reciproca relazione tra loro, ciascuna basata su un diverso principio di scambio sociale(5):

1. La sfera sociale, o settore tradizionale. In questo ambito, il principio che regola le relazioni sociali è, principalmente, il principio di reciprocità.

2. L'economia di mercato. È questa la sfera delle relazioni basate sul principio di scambio di equivalenti e ad essa generalmente corrisponde il settore privato dell'economia.

3. Economia non di mercato o settore pubblico. In questo ambito il principio che regola le relazioni sociali è, prevalentemente, il principio della distribuzione.


Come noto i rapporti tra queste tre sfere hanno subito nel tempo radicali trasformazioni. Nelle società arcaiche, come ci hanno mostrato gli studi Mauss e Sahlins, le relazioni economiche erano ispirate al principio e alla pratica della reciprocità. Sino a tempi recenti, ossia sino alla rivoluzione industriale borghese, l’attività economica era in ampia parte inglobata nell'ambito del settore tradizionale. Nonostante esistessero forme di mercato e di scambio, sia a livello locale che internazionale, la maggior parte delle relazioni economiche, soprattutto nelle campagne, era di tipo non monetario. In ogni caso il peso delle consuetudini e delle tradizioni (si pensi ai diritti feudali) erano tali da poter affermare che la sfera sociale dominava e dava forma a quella economica. Il settore pubblico aveva invece un ruolo assai limitato, che difficilmente andava oltre le tradizionali funzioni amministrative e militari.


Con l'espandersi del settore privato, in seguito ai processi di industrializzazione e modernizzazione, si è verificata una drastica riduzione delle funzioni di protezione sociale assicurate nell’ambito del settore tradizionale, che ha finito, nel mondo occidentale, per ridursi essenzialmente all’economia domestica. D’altro canto i noti "fallimenti" del mercato, in particolare nel fornire certe tipologie di beni pubblici e servizi sociali, hanno portato ad una altrettanto imponente espansione del settore pubblico, nel ruolo di Stato-Provvidenza. Negli anni del dopoguerra l’espansione dello stato sociale, assicurata dalle politiche economiche di stampo keynesiano, anziché limitare ha favorito l’ulteriore crescita del settore privato, sino a capovolgere quelle che erano le condizioni iniziali: è oggi possibile affermare che le relazioni di mercato, i rapporti di scambio, condizionano e danno forma alle relazioni sociali. Negli ultimi venti anni, con l’avanzare dei processi di globalizzazione, si è assistito ad un’ulteriore estensione della sfera del mercato ed ad una corrispondente ritirata sia della sfera pubblica che di quella sociale.


È in questo contesto che nasce e si sviluppa l’economia solidale. Un fenomeno che si caratterizza come una sorta di reazione evolutiva nei confronti dei processi in corso. Innanzitutto rispetto al vuoto, in termini relazionali, lasciato dalla progressiva disgregazione del settore tradizionale, che procede di pari passo con la mercificazione dei rapporti sociali indotti dall’economia di mercato. Se a questo quadro aggiungiamo la consapevolezza, ormai sempre più diffusa, dell’incapacità del settore pubblico di fare fronte efficacemente ai problemi sopra ricordati, comprendiamo quali siano le spinte propulsive che sono all’origine dell’emergere di esperienze di economia solidale. Non stupisce quindi che la diffusione e la forza di queste sia assai maggiore in quei paesi, America latina, Africa, ecc , in cui le forme di esclusione sociale sono più forti.


Per comprendere meglio in che senso l'economia solidale sia da un lato mutualmente connessa con l’economia di mercato e, dall’altro, in relazione con la sfera pubblica e sociale, consideriamo separatamente queste relazioni.


L’economia solidale intrattiene rapporti con il mercato in quanto le organizzazioni non profit scambiano, almeno in parte, i propri servizi sul mercato, ricevendone in cambio risorse che sono indispensabili per l’auto sostentamento di queste organizzazioni. Per quanto il baricentro del processo economico possa essere spostato dai mercati globali a quelli regionali e locali, e per quanto allo scambio monetario siano affiancate varie forme di reciprocità, è difficile immaginare forme di economia solidale che non intrattengano alcun rapporto con il mercato.


D’altro canto l’economia solidale ha rapporti con il settore pubblico, sia perché da questo riceve incentivi e sovvenzioni, sia in quanto lo stato contribuisce a definire la cornice istituzionale nella quale opera l’economia solidale. Il confronto politico con gli attori istituzionali (a livello globale come locale), nel quale molte organizzazioni dell’economia solidale sono attivamente impegnate, è evidentemente un aspetto di fondamentale rilevanza.


Ma l’economia solidale è in relazione anche, e forse in primo luogo, con la sfera sociale. Da questa non solo trae le risorse, in termini di impegno volontario, ma con essa condivide quella cultura di relazioni di reciprocità che ne costituisce il tratto dominante. In questa sfera gli individui si sentono persone, scambiandosi beni scambiano significati, e quindi senso, motivazione. Qui prendono la parola, discutono, partecipano, decidono.


È evidente che l’economia solidale può assumere una configurazione diversa a seconda della vicinanza più o meno stretta con le tre sfere sopra indicate e, a questo proposito, le posizioni, anche tra gli studiosi, differiscono significativamente: innanzitutto rispetto al diverso rapporto che questa dovrebbe intrattenere con il mercato. C’è chi, come Zamagni (1998, Bruni e Zamagni, 2004), è favorevole ad un’apertura dell’economia solidale al mercato, nella convinzione che vi sia spazio, in questo, sia per relazioni di scambio di equivalenti sia per relazioni di reciprocità. Secondo questa prospettiva, ampiamente condivisa nell’ambito dell’attuale terzo settore, le relazioni di reciprocità veicolate dallo scambio di beni relazionali sono in grado di contaminare i tradizionali rapporti di mercato, innescando una logica imitativa che dovrebbe portare ad una maggiore diffusione dei comportamenti reciprocanti propri dell’economia solidale. Altri, come Serge Latouche (2003) viceversa temono che l’abbraccio con il mercato si risolva nella mercificazione e nello svilimento dei principi dell’economia solidale, e pertanto suggeriscono una strategia "di nicchia" nella quale, cioè, l’economia solidale sia in qualche modo protetta dall’ingerenza del mercato. È questo, probabilmente, il “dilemma” principale in cui si dibatte oggi il variegato mondo delle economie alternative o solidali.


Dal mio punto di vista, seguendo un approccio sistemico, penso che l’economia solidale dovrà rifuggire ogni forma di riduzionismo, evitare cioè fughe verso una relazione troppo stretta con ciascuna delle tre sfere sopra indicate. Vediamo in che senso:

1) Evitare un abbraccio troppo stretto con il mercato e con le sue logiche mercificanti. L’economia solidale e i principi essenziali su cui si fonda, reciprocità e cooperazione, non sono nuovi. La sorte che ha subito, ad esempio, ampia parte del movimento cooperativo è una testimonianza di come un abbraccio troppo stretto con il mercato e le sue logiche possa condurre ad completo svilimento dei propri principi ispiratori. Ci sono molti riscontri empirici del fatto che un processo del genere è in corso anche nell’attuale terzo settore. D’altronde mi sembra chiaro che l’economia solidale non può fare a meno, in una qualche misura, del mercato. La dimensione del mercato ha infatti a che vedere non solo con la quantità e qualità dei beni e servizi scambiati, ma anche con gli spazi di libertà individuali, quantomeno nella misura in cui questi spazi sono connessi alle possibilità di accesso ad un pluralità d’offerta di beni e servizi. Inoltre il mercato consente alle organizzazioni dell’economia solidale di affermarsi autonomamente, in modo indipendente dal settore pubblico.


2) Evitare inoltre la fuga nella tradizione: l’economia solidale non può, credo, ridursi ad un ritorno all’economia tradizionale, centrata sull’auto-produzione e sull’assenza di scambi monetari; nonostante il fascino che il ritorno “alla natura” e a forme di vita comunitarie esercita su alcuni (penso al vasto movimento dei produttori biologici, ma non solo) e nonostante io condivida il carattere personale delle relazioni e l’agire sulla base del principio di reciprocità dell’economia tradizionale. Appare inoltre chiaro che ben difficilmente oggi gli individui acconsentirebbero ad un ritorno a forme di organizzazione sociale di tipo tradizionale : la storia testimonia come l’espansione dell’economia di mercato si sia di fatto accompagnata, almeno in Occidente, alla liberazione dai legami di natura personale caratteristici delle società tradizionali, una trasformazione che appare oggi quasi irreversibile.


3) È evidente peraltro che l’economia solidale deve guardarsi da un rapporto troppo stretto con gli Enti pubblici. La dipendenza finanziaria dal settore pubblico, legata ad un rapporto esclusivo con gli Enti locali e lo Stato, e la burocratizzazione e le logiche impersonali che sono proprie a queste istituzioni non possono evidentemente costituire la via verso un’autentica affermazione dell’economia solidale.


Va detto tuttavia che, se l’impersonalità della macchina burocratica impedisce a quest’ultima di porsi come valido sostituto dell’ES, è sempre bene tenere presente che la società civile non può rappresentare un valido sostituto del settore pubblico, in particolare in quanto garante del principio di equità e dei diritti fondamentali.


Possiamo a questo punto trarre alcune prime, parziali conclusioni. Da questa prima ricognizione emerge l’importanza di garantire autonomia e peso adeguato ad una pluralità di istituzioni: Stato, mercato e varie espressioni della società civile/economia solidale. Ciascuna di queste, oltre a ispirarsi a principi diversi, risponde, in qualche misura, a bisogni diversi. Semplificando potremmo dire che lo Stato si fa garante principalmente della sfera dei bisogni “primari” e dei diritti inalienabili mentre il mercato, attraverso la produzione di beni e servizi, alimenta quella che potremmo chiamare le sfera dell’utile. La società civile e l’economia solidale, infine, attraverso la generazione di beni relazionali, si incaricano essenzialmente del mantenimento del legame sociale. Il riconoscimento del carattere multidimensionale dei bisogni umani e della natura essenzialmente irriducibile di ciascuna tipologia (l’accesso ad internet non può essere in alcun modo un sostituto dell’accesso all’acqua potabile) e, quindi, il fatto che istituzioni diverse sono necessarie per soddisfare bisogni di natura diversa è, per quanto semplice, un passo in avanti di portata storica rispetto all’attuale subordinazione, nell’immaginario oltre che nella prassi, alla omnipervasività del mercato.


Alcune questioni restano tuttavia in sospeso. Quale dovrebbe essere, in particolare, il rapporto delle varie forme di economia solidale con il mercato? Da un lato infatti abbiamo visto come l’economia solidale risulta essere, sia per la concezione dell'essere umano che ne è all’origine, sia per i principi fondamentali a cui si ispira7, alternativa all’economia del Mercato globale. D’altro lato è difficile immaginare un’economia solidale in grado di espandersi senza qualche forma di scambio di equivalenti, cioè senza mercato. Quello che è indispensabile considerare è che dietro il concetto di mercato si nascondono significati ben diversi.

 

Nuove forme di mercato

La prima fra le varie istituzioni ad esser posta in discussione, nel progetto di una società autonoma e solidale, è naturalmente il mercato, ponendo innanzitutto il problema di quali forme di mercato possano favorire l’espansione di un’economia autonoma e solidale.


Ecco che l’approccio sistemico richiama lo sviluppo di una morfologia dell’impresa e del mercato, così come la biologia ha sviluppato un’anatomia (ed un’anatomia patologica!) del mondo animale e vegetale. Che cos’è oggi una multinazionale capace di fatturare una produzione maggiore del prodotto interno lordo di alcuni stati se non un caso manifesto di ipertrofia patologica? Quest’arte tassonomica, descrittiva, applicata all’universo economico è probabilmente ciò che Marshall immaginava quando parlava della biologia come la Mecca della scienza economica.13 Certo è normale che prima si siano scoperte le leggi della fisica classica, con il loro carattere universale ma che poi, anche per le scienze naturali, sia venuta l’era della termodinamica e della biologia, con il loro portato di evoluzione, diversità, qualità, descrizione.


Per cominciare, l’approccio bioeconomico mostra che, in termini molto generali, le tipologie di mercato più adeguate alla creazione di forme di economia autonoma e solidale non sono quelle “perfettamente competitive” quanto piuttosto quelle caratterizzate dalla compresenza di comportamenti competitivi e cooperativi. Inoltre, mentre in contesti espansivi gli atteggiamenti competitivi possono essere premianti, in contesti a somma zero (di crescita stagnante) come quelli che caratterizzano le economie mature, risultano vincenti i comportamenti cooperativi.


Dunque una prima conclusione (ma è evidente che l’applicazione di strumenti di derivazione sistemica all’analisi delle forme di mercato richiede ricerche più ampie) è che le tipologie di mercato più adeguate a favorire lo sviluppo di forme di economia autonoma e solidale non sono né quelle in cui la concorrenza è spinta verso un massimo (concorrenza perfetta), né quelle in cui, al contrario, si realizzano le forti concentrazioni oligopolistiche.


Com’è noto alla stessa teoria economia ortodossa, forme di mercato intermedie consentono anche ad organizzazioni di dimensioni medio-piccole di disporre di margini più ampi rispetto ai mercati perfettamente concorrenziali permettendo, da un lato, di formulare contratti di lavoro più rispettosi dei diritti (ad esempio riducendo la precarietà del lavoro e/o facendo un più limitato ricorso alla terziarizzazione) e, dall'altro, di sopportare i maggiori costi ambientali connessi al rispetto delle condizioni di sostenibilità ecologica.


Queste forme di mercato moderatamente competitivo, che tuttavia non degenerano in forme di oligopolio, possono essere ottenute in diversi modi. Possiamo evidenziarne, tuttavia, due modalità fondamentali. La prima, e più semplice, è quella di offrire sul mercato un prodotto o servizio che si distingue per un particolare connotato, come ad esempio quella di essere "etico" (finanza etica commercio equo), oppure ad elevata qualità ambientale (prodotti biologici e simili) o caratterizzandosi attraverso l’adozione di criteri di responsabilità sociale d'impresa ecc. È questa la via della differenziazione sociale, etica o ambientale che è stata imboccata dal cosiddetto "terzo settore", una sorta di applicazione del principio di diversificazione del posizionamento di mercato tipica delle teorie di marketing.


Esiste tuttavia un sistema ben più efficace ed incisivo per proteggersi dalla concorrenza dei mercati internazionali ed è quello di costituire una rete di soggetti (produttori e consumatori) che, sul territorio, si impegnano a scambiare i propri beni e servizi prioritariamente all’interno della rete. È la via proposta, ad esempio, da Euclides Mance (2003) e fatta propria da diverse reti di economia solidale nel mondo, in particolare in America Latina. Gli aderenti a queste reti si impegnano volontariamente a rispettare criteri che possono variare di caso in caso ma generalmente contengono i fondamentali principi di equità e sostenibilità ecologica. Ed è questa la logica che ha dato vita, in Italia, alla Rete di Economia Solidale (RES) e al suo interno ai Distretti di economia Solidale (DES). Come vedremo questa strategia delle reti consente ai soggetti dell’ES di raggiungere un’elevata autonomia dal Mercato capitalistico, un aspetto che non è stato sinora sufficientemente sottolineato. Questa autonomia consentirebbe loro anche, qualora raggiungessero una scala adeguata, di realizzare scelte ben più radicali in termini politici, sociali ed ecologici, di quelle possibili all’interno del comune “terzo settore”. Ma prima di commentare queste profonde differenze, cerchiamo di comprendere meglio quali sono le caratteristiche dei Distretti di Economia Solidale.


I Distretti di economia solidale (DES)

Dobbiamo innanzitutto dire che, in Italia, le reti di soggetti che si sono fatte promotrici della creazione dei DES comprendono, ad oggi, le imprese dell’economia solidale (Botteghe del commercio equo, cooperative sociali, piccoli artigiani); i consumatori (generalmente organizzati in Gruppi di Acquisto Solidale), i risparmiatori-finanziatori (ad esempio le realtà della finanza etica), ma che i distretti sono aperti a tutti i soggetti, in particolare gli Enti locali, che intendono sottoscrivere i principi contenuti nella Carta della Rete Italiana di Economia Solidale.


Vediamo quali sono questi principi:

1) Cooperazione e reciprocità. I rapporti tra i soggetti del Distretto si ispirano ai principi di cooperazione e reciprocità. Pur garantendo la pluralità dell’offerta e delle forme di scambio, i soggetti appartenenti al distretto si impegnano a realizzare gli scambi prioritariamente all’interno del distretto stesso, favorendo l’instaurarsi e il diffondersi di relazioni sociali ed economiche fondate sulla reciprocità e sulla cooperazione.


2) Valorizzazione della dimensione locale. I distretti intendono valorizzare le caratteristiche peculiari dei luoghi (conoscenze, saperi tradizionali, peculiarità ambientali, ricchezze sociali e relazionali) […]. In questa concezione il territorio non va inteso come sistema chiuso (localismo difensivo), ma come sottosistema aperto di un più vasto sistema economico e sociale sostenibile (cfr. "Carta del Nuovo Municipio").


3) Sostenibilità sociale ed ecologica. I DES intendono muovere verso forme di organizzazione economico-sociale sostenibili, sia da un punto di vista sociale (equità) che ecologico. A tale proposito essi definiscono autonomamente le dimensioni del proprio territorio (scala). In questa prospettiva essi potranno inoltre individuare dei limiti (soglie) di reddito minimo e massimo per i soggetti aderenti al Distretto. […] I soggetti aderenti ai DES si impegnano inoltre a svolgere le proprie attività economiche secondo modalità tali da consentire una riduzione dell'impronta ecologica del distretto e comunque tali da non compromettere, nel lungo periodo, la capacità di carico degli ecosistemi. Si ritiene strategico, a tale fine, favorire la chiusura locale dei cicli di produzione e consumo.


La realizzazione pratica dei tre principi fondamentali enunciati viene perseguita attraverso il metodo della partecipazione attiva dei soggetti, nell'ambito dei distretti, alla definizione delle modalità concrete di gestione dei processi economici propri del distretto stesso”.


In sintesi, il DES si configura come un tentativo di immaginare e praticare forme, seppur germinali, di economia autonoma, solidale e sostenibile. Questo tentativo è certamente molto ambizioso in quanto implica, per le organizzazioni che intendono aderire, sia la definizione partecipata delle modalità di organizzazione/cooperazione all’interno della rete, sia un certo controllo sulla tecnologia – controllo normalmente di esclusivo appannaggio dell’imprenditore - al fine di perseguire gli obiettivi dell’autonomia e della sostenibilità ecologica.


Per non concludere…

Siamo ora in grado di riprendere alcune delle domande poste in apertura, in particolare se le varie forme di ES siano da considerarsi alternative o piuttosto complementari rispetto all’economia di mercato capitalista. Per quanto attiene alle Reti di Economia Solidale, la risposta ci sembra essere chiara: alternativa, come abbiamo visto, è anzitutto la concezione dell’essere umano che le sostiene. Inoltre, facendo proprio il principio della sostenibilità ecologica e sociale, le reti di economia solidale accolgono l’idea di limite al proprio interno, contrapponendosi, in questo modo, al principio base del capitalismo, fondato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata del capitale. In alcuni casi, come per i Distretti di Economia solidale, sono previsti esplicitamente dei limiti di reddito massimo per i soggetti aderenti alla rete16. Se non anti-capitaliste, queste reti si inscrivono sicuramente in un contesto che potremmo comunque definire alter-capitalista.


Certamente oggi, affinché l’ES possa diffondersi su vasta scala, e in particolare considerando la pervasiva colonizzazione che l’immaginario collettivo ha subito da parte dell’ideologia dominante (individualismo, egoismo, competizione selvaggia ecc.), sembra necessario un vero salto antropologico. Il lavoro da fare da questo punto di vista è enorme, anche se, qualora le istituzioni preposte alla in/formazione (mezzi di comunicazione e scuola innanzitutto) fossero orientate in questo senso, apprendere la cultura della cooperazione non sarebbe, come hanno dimostrato biologi ed antropologi, né più difficile né meno naturale che apprendere la cultura dell’individualismo e della competizione.


Resta tuttavia un aspetto irrisolto. Le relazioni di reciprocità, poiché presuppongono la conoscenza di tipo personale sono possibili solo ad una certa scala, assai limitata, e certamente insufficiente per sostenere la tecnologia di cui abbiamo necessità per soddisfare i nostri bisogni. Questo ci obbliga a immaginare nuove forme organizzative, e di scambio, di tipo ibrido in cui la relazione personale sia mescolata con qualche forma di scambio impersonale (di mercato). Anche se le relazioni di cooperazione sembrano possibili ad una scala più ampia di quelle di reciprocità, la vera sfida che ogni autentica forma di economia alternativa dovrà affrontare nel prossimo futuro è come trovare i giusti rapporti sulla base dei quali mescolare cooperazione, efficienza e controllo della tecnologia.


Questo genere di sperimentazioni richiede in ogni caso, e soprattutto negli stadi iniziali, un significativo livello di protezione nei confronti del Mercato globale. A questo fine è strategica, appunto, quella “rivoluzione delle reti” di cui abbiamo parlato e che è, in questa fase, forse il solo strumento in grado di garantire sufficiente protezione al nuove realtà dell’ES, possibilmente in cooperazione con le istituzioni locali. Un’alleanza, quella con la parte più vitale e partecipata delle istituzioni politiche locali, dalla quale ben difficilmente un progetto di economia autonoma e solidale può prescindere oggi.


Bibliografia


Amin S. 1997. Il capitalismo nell'era della globalizzazione, Asterios, Trieste.

Bassi A:, 2000. Dono e fiducia. Le forme della solidarietà nelle società complesse, Edizioni Lavoro, Roma.

Bateson G., 1976. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano. Tit. or. Step to an Ecology of Mind, Ballantine, New York, 1972.

Beccattini G., 1998, Distretti industriali e made in Italy, Bollati Boringhieri, Torino.

Beccattini G., 2000, Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino.

Bonaiuti M. 2001. La teoria bioeconomica. La nuova economia di N. Georgescu-Roegen. Carocci. Roma.

Boulding K. E., 1966. The economics of the Coming Spaceship Earth, in H. Jiarret (a cura di), "Environmental Quality in a Growing Economy," Johns Hopkins University Press, Baltimora.

Boulding K. E., 1981. Evolutionary economics, Sage Pubblications, London.

Bruni L. Porta P.L., Felicità ed economia, Guerini e associati, Milano..

Bruni L. Zamagni S., 2004. Economia Civile, Il Mulino, Bologna.

Caillé A. 1998. Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati-Boringhieri,Torino.

Caillè A., 1991. Critica della ragione utilitaria, Bollati Boringhieri, Torino.

Castoriadis C.,1995. L’istituzione immaginaria della società. Bollati Boringhieri, Torino.

Chambers N., 2000. Simmons C., Wackernagel M., Manuale delle impronte ecologiche, ed. Ambiente, Milano, tit. or. Sharing Nature's Interest, Earthscan Publications Ltd, 2002.

Clark, W.C. and Munn, R.E. (Editors)., 1986. Sustainable Development of the Biosphere, Cambridge Univ. Press

Coluccia P., 2001, La banca del tempo. Un'azione di solidarietà e di reciprocità, Bollati Boringhieri, Torino.

Daly H.E. and Cobb J.B., 1989. For the Common Good. Beacon Press, Boston.

De Ruta e Bonomi, 1998, Manifesto per lo sviluppo locale. Dall'azione di comunità ai Patti territoriali, Bollati Boringhieri, Torino.

Derrida J., 1996. Donare il tempo. La moneta falsa. Raffaello Cortina, Milano.

Georgescu-Roegen N., 1998. Energia e miti economici, Bollati Boringhieri, Torino.

Georgescu-Roegen N., 2003. Bioeconomia. Verso un'economia socialmente ed ecologicamente sostenibile. (Introduzione a cura di M. Bonaiuti), Bollati Boringhieri, Torino.

Gesualdi F.,1999. Manuale per un consumo responsabile, Feltrinelli, Milano.

Gesualdi F. 2005. Sobrietà, Feltrinelli, Milano.

Godbout J.T., 1998. Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, Torino.

Godbout J.T., 1998. L'esperienza del dono, Bollati Boringhieri, Torino.

Godbout J.T.,1993. Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino.

Haldane J.B.S. Della misura giusta e altri saggi, Garzanti, Milano.

Hènaff M., 2002. Le prix de la verité, Seuil, Paris.

Hirsch F., 1981. I limiti sociali allo sviluppo, ed. Fabbri-Bompiani, Milano, tit. or. Social Limits to Growth, Routledge, London, 1976.

Illich I., 1974. La convivialità, Mondadori, Milano.

Latouche S., 1993. Il pianeta dei naufraghi, Bollati Boringhieri, Torino;

Latouche S., 1995. La megamacchina, Bollati Boringhieri, Torino.

Latouche S. 2000. La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino.

Latouche S. 2000. L'Altra Africa. Tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, Torino.

Latouche S., 2003. Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, Torino.

Laville, J.L., 1998. L'economia solidale, Bollati Boringhieri, Torino.

Laville, J.L., 1999. Le iniziative locali in Europa, Bollati Boringhieri, Torino.

Lorenz K., 1974. Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, ed. Adelphi, Milano.

Magnaghi A.,2000. Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino.

Mance E. 2003. La rivoluzione delle reti. EMI, Bologna.

Mauss M., 1965. Essai sur le don, Quadrige/Presses Universitaries de France, Paris 1999; trad. it. in De Martino E. (a cura di ), Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino.

Morin E., 1977. La Methode I. Ed. Seuil, Paris, tr. it. Il Metodo, Feltrinelli, Milano.

Morin E., 1988. Il pensiero ecologico, ed. H. Monster, Firenze, tit. or. L'ecologie Generalisèe, ed. Du Seuil, Paris, 1980.

Perna A., 1998, Fair Trade. La sfida etica al mercato mondiale. Bollati Boringhieri, Torino.

Perulli (a cura di), 1997, Neoregionalismo, L'economia-Arcipelago, Bollati Boringhieri, Torino.

Polanyi K., 1974. La grande trasformazione, Einaudi, Torino, tit or. The Great Transformation, ed. Holt, Rinehart & W., New York, 1944.

Prigogine I. and Stengers. I., 1984. Order Out of Chaos. London.

Prigogine I., 1996. La fin des certitudes. Tr. It.: La fine delle certezze, Bollati Boringheri, Torino, 1997.

Ranci C. 2001. (a cura di) Il mercato sociale dei servizi alla persona, Carocci, Roma.

Razeto L. 2003. Le dieci strade dell'economia di solidarietà, EMI, Bologna.

Sacco P., Zamagni S. 2002. Complessità relazionale e comportamento economico, Il Mulino, Bologna.

Sachs W. (eds.) 1992. The Development Dictionary, Zed Books Ltd., London.

Sachs W., 1999. Planet Dialectics, Zed Books Ltd., London, tr. it. Ambiente e giustizia sociale, Editori Riuniti, Roma, 2002.

Sahlins M., 1980. L'economia dell'età della pietra. Scarsità ed abbondanza nelle società primitive. Bompiani, Milano.

Sen A. 2002. Lo sviluppo è libertà. Mondadori, Milano.

Shiva, V. 1988. Staying alive: Women, Ecology and Survival in India, Zed Books Ltd., London; tr. it. Sopravvivere allo sviluppo, Petrini ed., Torino, 1990.

Yunus M., Jolis A., (1997) Vers un monde sans pauvreté, J.C. Lattès; tr. it. Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano, 1998.

Zamagni S., 1994 Economia e Etica, AVE; Roma.

Zamagni, S. 1998. Il non profit come economia civile, Il Mulino, Bologna.

 

di Mauro Bonaiuti (Docente di Economia alle Università di Modena e di Bologna).

Pubblicato in Agricoltura Sociale

I mercati lasciati a se stessi stanno provocando effetti deleteri per il bene comune e la coesione sociale e le istituzioni mostrano tutta la propria debolezza non solo nel regolarli, ma anche nel varare gli interventi necessari per ridurre il debito pubblico e promuovere la  crescita economica. L’Italia è tra i paesi maggiormente coinvolti da questa morsa; e, ancora una volta, è il vincolo europeo a costringerla ad adottare le misure urgenti per evitare la totale perdita di controllo dei conti pubblici e la prospettiva di un declino ineluttabile.

La crisi economica e finanziaria interagisce con l’aumento e la volatilità a livello globale del prezzo del cibo che, insieme alla crescita abnorme della popolazione mondiale e ai cambiamenti climatici, contribuiscono ad aumentare il numero delle persone denutrite. Tra le cause dell’innalzamento dei prezzi degli alimenti va considerata innanzitutto la lievitazione della domanda di petrolio, una risorsa necessaria allo sviluppo economico dei paesi emergenti. L’aumento della domanda di combustibile nell’ultimo periodo ha reso generalmente più costoso l’utilizzo di questa fonte energetica per impiegare le macchine nei processi produttivi agricoli, creare la base chimica nella produzione di fertilizzanti e pesticidi e trasportare le derrate, determinando un’impennata dei prezzi dei prodotti. Mettendo insieme la capacità di fabbricare la fertilità dei suoli con la possibilità di convogliare le derrate alimentari verso nazioni la cui sopravvivenza dipende dalle importazioni e considerando che, entrambe queste funzioni, si siano rette in questi ultimi cinquant’anni su risorse energetiche abbordabili, alcuni osservatori ritengono l’attuale sistema alimentare del tutto insostenibile in un mondo caratterizzato da costi energetici elevati e dipingono il futuro prossimo con tinte inquietanti.

Per affrontare nodi siffatti, ci vorrebbe una politica globale del cibo e della sicurezza alimentare che presuppone una capacità dei diversi paesi di mettere da parte interessi egoistici, evitare divisioni e sovrapposizioni nelle sedi internazionali e dotarsi di regole e strumenti efficaci nell’ambito di una nuova organizzazione dei mercati agricoli e finanziari. Il tentativo della presidenza francese del G20 di raggiungere un accordo globale sulla sicurezza alimentare al summit di Cannes non sembra andare a buon fine. Mancano del tutto indicazioni precise per istituire una governance delle diverse politiche: scongiurare la speculazione finanziaria; stabilizzare i mercati alimentari globali e l’estrema volatilità dei prezzi agricoli; coordinare gli incentivi delle diverse fonti energetiche rinnovabili; porre un freno all’accaparramento di terreni da parte di paesi emergenti in Africa, in Sud America e ora anche in Islanda; sostenere finanziariamente le politiche agricole dei paesi in via di sviluppo e prevedere regole di mercato e liberalizzazioni differenziate per le diverse macroaree, a seconda del livello di sviluppo conseguito. L’Unione europea sta definendo le proprie politiche future e la sua preoccupazione prevalente è quella di ridurre il meno possibile le risorse pubbliche e i meccanismi protezionistici per la propria agricoltura, senza mostrare interesse alcuno a guidare un processo di rafforzamento delle regole e degli strumenti per coordinare le diverse politiche globali. L’Italia, alle prese con le continue emergenze, non sta dando alcun contributo al dibattito pubblico nelle sedi internazionali, sebbene il Senato abbia discusso il tema e approvato mozioni che affrontano organicamente i suoi vari aspetti.

Le diverse crisi che si vanno intrecciando sono principalmente dovute al calo di quelle risorse indispensabili per il buon funzionamento sia del mercato che delle istituzioni, che sono la fiducia, la collaborazione, lo spirito di coesione, la solidarietà. Ma noi siamo soliti guardare al mercato e allo stato come se questi istituti fossero primordiali e non invece frutto dell’iniziativa di persone che vivono in società. E’, dunque, la società civile, intesa come insieme di corpi intermedi organizzati (associazioni di cittadini, associazioni professionali, cooperative, autonomie funzionali, organizzazioni non governative, fondazioni, ecc.), il luogo dove si crea quel capitale sociale che costituisce il presupposto per la nascita e il corretto funzionamento sia del mercato che dello stato (inteso anche come sistema politico) a salvaguardia di una democrazia liberale anziché dispotica.  Un luogo non spaziale ma fatto di relazioni sociali e di qualità relazionali che si costituiscono sulla base di un impulso valoriale non egoistico. Relazioni fatte di amicizia e fiducia che devono sempre andare di pari passo con la responsabilità. La responsabilità è l’obbligo di rendere conto agli altri di quel che si fa e di come lo si fa; è rispondere ai bisogni e alle richieste dell’altro. Se l’amicizia si imposta solo sul vantaggio reciproco e non sul mutuo aiuto è destinata ad estinguersi. Se viceversa l’amicizia si alimenta di fiducia e responsabilità si accresce anche il senso di fraternità. Quando le relazioni si formalizzano e non sono più fraterne tendono a svanire nella loro essenza più profonda.

Tra le cause dell’attuale crisi economica e finanziaria c’è da annoverare anche la riduzione della scienza economica ad una sorta di pseudo-psicologia dei comportamenti ottimizzanti, ignorando che la condotta dell’uomo è fortemente influenzata non solo dalla ricerca del profitto e da motivazioni materiali ma anche da istituzioni, culture, valori, norme etiche e relazioni sociali che conformano la società in cui vive. Al riduzionismo utilitarista va, infatti, attribuita in buona parte l’incapacità dell’economia di far presa sui grandi problemi che affliggono la nostra società: l’aumento delle disuguaglianze, il degrado ambientale, il tendenziale svuotamento della democrazia, l’aumento dell’esclusione sociale, la perdita di senso delle relazioni interpersonali, la diminuzione della felicità pubblica pur in presenza dell’aumento dei livelli di reddito pro capite. La teoria economica è ferma all’economia fordista, in cui l’imprenditore persegue il suo obiettivo in modo individualistico, costruendo relazioni esclusive coi propri fornitori e clienti, e non sa cogliere la capacità di sviluppo che si ottiene generando valore attraverso la costruzione di reti di relazioni. Ma continuare pigramente a leggere con la lente del riduzionismo utilitarista anche la società post-fordista non ci fa valutare i rischi gravissimi che comporta la spersonalizzazione esasperata degli scambi economici e le grandi opportunità che invece sono insite in una società civile vivida.  

 

L’eclisse della società civile

E’ indubbio che dalla formazione dello stato unitario il nostro paese ha registrato una lunga fase di crescita simultanea dello stato e del mercato e un’eclisse della società civile che ancora perdura. Tale eclisse è dovuta ad una pluralità di fattori culturali molto importanti.

Dal medioevo alla modernità l’Italia aveva conosciuto una straordinaria fioritura della società civile: i movimenti religiosi nel medioevo e poi nella modernità sono stati fattori formidabili di innovazione sociale e civile in ambiti ben più complessi della sola dimensione di fede. Basti pensare ai monti di pietà o al movimento del credito cooperativo e popolare che ad essi ha fatto seguito; alle confraternite o alle chiese ricettizie; alle misericordie  o alle società di mutuo soccorso. A siffatte pratiche solidali andrebbero aggiunte quelle legate ai domini collettivi, agli usi civici e ai consorzi di bonifica su vasti territori agricoli. Tutta questa fioritura di istituzioni era autenticamente società civile.

Con la rivoluzione liberale e con il Risorgimento, in Italia ci fu giustamente una forte reazione contro la chiesa istituzione, che di fatto impediva la modernizzazione degli assetti sociali e istituzionali. Ma in questo moto liberatorio  venne condannata a scomparire anche gran parte della società civile che si richiamava culturalmente a idealità religiose e, tuttavia, spesso non aveva alcun legame gerarchico con la chiesa. In nome della laicità si dette vita in sostanza al fenomeno dello statalismo. Similmente ci fu anche una forte reazione contro la proprietà collettiva - come forma differenziata di possesso dei beni rispetto alla proprietà pubblica e a quella privata -  ritenendola a torto un residuo feudale che avrebbe impedito lo sviluppo economico. Sicché, i domini collettivi e i demani civici di proprietà delle popolazioni native, utilizzati per rispondere ai bisogni primari dei ceti rurali più poveri, vennero per gran parte privatizzati, al fine di tentare la formazione di una borghesia agraria, o incamerati dallo stato e dai comuni. In nome della modernizzazione delle campagne si affermò di fatto l’idea che la proprietà privata della terra fosse l’unica forma di possesso che avrebbe permesso all’agricoltura di progredire. Per quanto riguarda, invece, i consorzi di bonifica, sorti nel medioevo come strumenti privatistici di auto-difesa delle popolazioni dai dissesti idrogeologici e dal rischio idraulico, questi presero la forma di enti pubblici economici pur conservando la natura associativa. Va, infine, considerato che nei primi anni dell’Unità le azioni terroristiche messe in atto dall’esercito per debellare il fenomeno del brigantaggio alimentarono una profonda sfiducia e un senso di distacco delle classi subalterne meridionali nei confronti dello Stato, determinando nei fatti quella carenza di spirito civico che si protrarrà per lungo tempo. 

Successivamente, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, sono nati i sindacati e le cooperative ma in modo intrecciato con il sorgere dei partiti mediante una sovrapposizione tra sfera politica e quella civile. Tale accavallamento non ha aiutato la crescita di una vera e propria società civile distinta dallo stato, oltre che dal mercato, ma ha confermato un processo storico iniziato con l’Unità che vede costantemente il sistema politico eclissare la società civile. Successivamente il regime fascista ha  perseguitato ogni forma di rappresentanza sociale, inquadrando e spegnendo nel sistema corporativo le libere associazioni, i sindacati e il movimento cooperativo.

In età repubblicana, invece, si è registrata una ripresa della società civile per iniziativa principalmente della Dc e del Pci nella forma ancor più accentuata, rispetto al periodo giolittiano,  di un’occupazione dell’ambito politico di quello civile,  dalla quale si fa ancora oggi una gran fatica ad uscire. Se permangono ancora divisioni tra i diversi sindacati di categoria e se i tentativi di unificazione del movimento cooperativo e del mondo della piccola e media impresa sono ancora allo stadio primordiale, la causa principale di questa situazione - che di fatto impedisce la crescita di questa importante infrastrutturazione della società - è la permanenza di subculture che risentono della sovrapposizione tra sfera politica e sfera civile.

In tale quadro va, peraltro, esaminata e capita la debolezza endemica delle organizzazioni economiche degli agricoltori, strette tra sistemi regolatori asfissianti – introdotti inizialmente dalla Pac per cogestire le politiche di mercato – e controllo politico esercitato dai partiti e da organizzazioni professionali che hanno continuato a rimanere divise sulla base delle iniziali appartenenze ideologiche. L’evoluzione sociale ed economica del mondo agricolo è avvenuta nella storia e continua ad avvenire nei paesi in via di sviluppo sulla spinta di aspirazioni profonde di tante persone alla libertà d’iniziativa, alla creatività, all’autonomia da condizionamenti esterni e alla proprietà della terra come occasione per stabilire un legame anche affettivo con un fattore indispensabile e irriproducibile e, dunque, da preservare nel migliore dei modi. Si tratta di aspirazioni che interagivano e continuano ad integrarsi – nelle aree del mondo più povere molto più che da noi - con legami sociali fondati sulla reciprocità. Con la modernizzazione agricola avvenuta nei paesi industrializzati in modo esplosivo negli ultimi sessanta anni e il cui motore è stato un intenso sostegno pubblico volto ad alimentare l’interazione tra tecnologia e impresa concepita astrattamente e in modo esclusivo come meccanismo di produzione a movente utilitaristico, le precedenti aspirazioni alla libertà e all’autonomia del mondo contadino si sono inesorabilmente sconnesse da relazioni sociali fondate sulla reciprocità, sul mutuo aiuto e sul senso di responsabilità verso gli altri e verso la natura. Sono state, dunque, le politiche pubbliche a determinare un’erosione crescente di beni relazionali, capitale sociale e risorse naturali nei territori rurali, non avendo rispettato il pluralismo culturale delle comunità locali e privilegiando, invece, il sostegno alla convergenza dei diversi modelli economici e imprenditoriali verso quelli ritenuti più validi dalle componenti sociali più forti.  


Ma questi processi non riguardano solo le campagne. Anche i movimenti nati dalle battaglie per i diritti civili negli anni Settanta, fino a quelli odierni per la cosiddetta rivoluzione gentile promossa dalle donne o per la gestione collettiva dell’acqua, si trovano ineluttabilmente dinanzi al problema del rapporto con il sistema politico, sempre per l’incapacità (o mancanza di volontà) dei partiti di riconoscere l’autorganizzazione della società civile come spazio distinto dal sistema politico e in rapporto dialettico con esso.

E, tuttavia, una libera, forte e riconosciuta società civile è il presupposto di un corretto funzionamento sia del mercato che dello stato, inteso anche come sistema politico. Constatiamo ogni giorno con raccapriccio la mancanza di un costume diffuso che sostenga comportamenti corretti e responsabili nel pubblico e nel privato e il dilagare dei fenomeni di corruzione che investono la pubblica amministrazione e le imprese, del caporalato che ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo, nonché degli aumenti ingiustificati dei prezzi dei prodotti agricoli da parte di intermediari senza scrupolo che colpiscono, nello stesso tempo, sia i consumatori che i produttori. E ciò si deve al deficit cronico di società civile intesa come consenso universalistico su valori di civiltà condivisi tra i diversi gruppi sociali e fra le culture che essi esprimono.

 

Interazione tra società civile e mercato

Per ben funzionare e durare a lungo, un’economia di mercato ha bisogno che vengano rispettate, in aggiunta alle norme legali, due altre categorie di regole. Quelle sociali che fanno riferimento al capitale reputazionale (un soggetto sa di dover incorrere in rilevanti costi personali in caso di trasgressione della norma, dal momento che la sua reputazione verrebbe messa a dura prova dall’atto anti-sociale) e quelle morali che nascono dalla costituzione morale del soggetto che agisce nel mercato.

Queste due ultime categorie di regole, mentre arrecano grande beneficio alla collettività, possono non apportare un vantaggio diretto e immediato a coloro che le mettono in pratica. Si tratta, infatti, di quelle consuetudini adottate normalmente nelle relazioni sociali per minimizzare o addirittura neutralizzare i vari comportamenti opportunistici, che sono all’origine dei vari casi di fallimento o di crollo del mercato.

Per far funzionare la prima categoria di regole, cioè le norme legali, è sufficiente avere un efficace assetto istituzionale unitamente ad una ben oliata macchina della giustizia in grado di sanzionare i comportamenti devianti. Per dotare l’economia di mercato delle altre due categorie di regole, cioè quelle sociali e morali, è necessario, invece, intervenire sugli aspetti motivazionali dei soggetti, vale a dire sulla loro adesione convinta a valori condivisi, quali la solidarietà, la fiducia, la reciprocità, la giustizia sociale, la promozione umana. E come si è già detto, il luogo dove questi valori vengono generati e praticati è proprio la società civile.

Promuovere e riconoscere la società civile significa anche favorire il pluralismo delle culture d’impresa, tra cui la lunga e gloriosa tradizione dell’impresa civile, che non può essere vista come frutto di arretratezza culturale ed economica e, come tale, destinata a cedere prima o poi il passo all’impresa for profit. Le cooperative, le fondazioni, le istituzioni di microcredito, le forme molteplici di cittadinanza economica attiva, le gestioni collettive di beni comuni, le imprese individuali e societarie che spontaneamente antepongono all’obiettivo del profitto quello dell’utilità sociale della propria attività  appartengono alla cultura e alla tradizione di un popolo e come tali vanno rispettate. Non possiamo pensare che l’economia e la finanza non abbiano nulla a che vedere con la cittadinanza attiva e il civismo solo perché siamo imbevuti del pregiudizio che il gioco del mercato debba avere soprattutto fredde motivazioni utilitaristiche. E’ invece necessario popolare di vita, di persone appassionate, tutti i luoghi dell’umano, quindi anche l’economia e la finanza. Del resto, la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo è anche il frutto di culture che, essendo basate sulla separazione netta tra sfera economica e sfera civile e sulla dimenticanza delle forti connessioni che invece le contraddistinguono, hanno tentato di insegnare una dannosa e apparentemente persuasiva menzogna: che gli scambi economici sono più efficienti quanto più avvengono in modo spersonalizzato. E così le persone hanno lasciato i luoghi dell’economia e della finanza e li hanno abbandonati in mano ai soli addetti ai lavori: le banche e le imprese. Non basta ora chiedere a quest’ultime di essere responsabili: occorre anche ripopolare di gente i luoghi dell’economia e della finanza, immettendo in esse relazioni sociali e valori associativi, quali prodotti precipui della società civile. Scriveva Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di economia  civile (1765-67) che “la reciprocità, come legge fondamentale delle relazioni umane, è il legame che unisce i soggetti dell’economia civile nell’amore per il bene comune”.

 

Interazione tra società civile e stato

Sappiamo che lo strumento principale di cui lo stato si serve per far rispettare le regole del gioco economico è la sua capacità di sanzionare i comportamenti illegali: una capacità che discende dal fatto che lo stato è l’unica istituzione che detiene il potere di coercizione. Ma sappiamo anche che la possibilità di rafforzare i comportamenti pro-sociali degli agenti economici tramite le sanzioni legali è realmente praticabile soltanto quando questi comportamenti sono già relativamente diffusi in partenza tra la popolazione; in caso contrario le sanzioni legali comportano costi sociali talmente elevati da essere di fatto impraticabili. Questo significa che in assenza di una ben organizzata società civile, capace di instillare nei cittadini il senso di responsabilità e il rispetto per l’altro, nonché la passione per il bene comune e per la giustizia sociale, è perfettamente inutile – anzi controproducente – invocare uno stato forte e ben funzionante.

Se i comportamenti economici degli uomini sono mossi congiuntamente da passioni civili e da incentivi materiali, non si capisce perché le istituzioni di mercato debbano favorire, nella pratica, solo i comportamenti fondati sui secondi a tutto svantaggio di quelli fondati sulle prime, scoraggiandone di fatto la fioritura. Se nella scena economica ci sono soggetti pro-sociali, anti-sociali e a-sociali, l’organizzazione economica non può essere disegnata come se tutti i soggetti fossero anti-sociali e a-sociali. E’ questa una forma inaccettabile di violenza morale nei confronti dei soggetti pro-sociali che, per fortuna, esistono e sono tanti.

I problemi del settore pubblico (debito pubblico, elefantiasi burocratica, ecc.) sono per gran parte causati dal fatto che negli ultimi decenni la crescita simultanea di stato e mercato non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo della società civile. Il rimedio non può allora consistere nell’estremizzare l’alternativa stato / mercato del tipo: rafforziamo lo stato oppure lasciamo fare tutto al mercato. Piuttosto, la via va ricercata in un’estensione di tutte quelle forme di organizzazione economica che la società civile è in grado di esprimere, se lasciata libera di farlo. Allo stato spetterebbe pur sempre un duplice, importante ruolo. Da un lato, riconoscere l’autorganizzazione dei soggetti civili in tutti gli ambiti in cui ritengono, in piena autonomia, di avere interessi legittimi da tutelare. Dall’altro, garantire le regole di esercizio di questa autorganizzazione (trasparenza, accesso alle fonti di finanziamento, regimi fiscali), facendo in modo che sia la competizione leale a stabilire il confine tra i diversi soggetti economici e non già interventi dirigisti dall’alto.

 

Il riconoscimento della società civile

Il riconoscimento della società civile passa attraverso il riconoscimento dell’autorganizzazione dei soggetti civili, che può avvenire mediante l’applicazione piena del principio di sussidiarietà. Esiste un primo stadio applicativo di tale principio che si realizza quando l’organo superiore semplicemente delega o distribuisce quote di sovranità all’organo inferiore. Si tratta di una sussidiarietà ottriata o concessa che avviene quando si attiva il decentramento amministrativo di una funzione pubblica. Non è questo il caso dei rapporti che intercorrono tra stato e società civile che si auto-organizza. In tali relazioni non c’è da concedere un bel nulla  ma si riconosce quanto l’organo inferiore è in grado di realizzare da sé. E’ a quel punto che lo stato decide anche di favorire l’autorganizzazione dei soggetti civili perché riconosce il vantaggio per la collettività derivante dalle funzioni esercitate dalla società civile.

Nel dibattito sui modelli di welfare si tende a radicalizzare il confronto tra lo stato assistenziale, che decide paternalisticamente e fornisce direttamente ciò che è bene per i cittadini, e l’idea di stato minimo, secondo cui lo stato deve garantire solo le leggi, l’ordine pubblico, la moneta e la difesa, lasciando il resto al mercato. Entrambe sono concezioni asfittiche che tendono a ridurre la complessità sociale alla mera dialettica tra stato e mercato, ignorando consapevolmente il ruolo già svolto e che potrebbe assolvere in modo ancor più marcato la società civile a vantaggio della collettività.

Oltre lo stato e il mercato esiste, infatti,  anche una terza possibilità che poggia sul riconoscimento della società civile e della sua capacità di autorganizzazione: è ciò che Stefano Zamagni definisce stato limitato e abilitante. Uno stato capace di intervenire, magari in maniera forte, in certi ambiti e non in altri, mentre riconosce – ma non concede – la più ampia autonomia al libero articolarsi della società civile, nonché promuove e incoraggia la fioritura di tutte le forme economiche che hanno effetti pubblici. In tal modo la sussidiarietà tenderebbe a realizzare una simbiosi virtuosa tra la mano invisibile del mercato, la mano visibile dello stato e la mano fraternizzante della società civile. Di tutte e tre le mani abbiamo bisogno per superare l’obsoleta visione di un’economia di mercato fondata sull’indifferenza e il conflitto, incapace di lasciare spazio ai comportamenti pro-sociali. Si tratta di dar vita a strutture di governance oltre lo stato e il mercato (ma in modo interrelato con essi), capaci di affrontare le sfide della globalizzazione, prime fra tutte quelle dell’accesso al lavoro (inteso anche come inclusione dei soggetti fragili), del nuovo modello di welfare (da connettere allo sviluppo locale), del nuovo ordine economico internazionale (creando l’infrastrutturazione sociale che potrebbe rendere effettivo l’accesso al cibo).

 

Le agricolture civili come nuovo modello di welfare

Nelle campagne italiane si vanno diffondendo da qualche tempo pratiche economicamente sostenibili che producono ben-essere e inclusione, mediante processi produttivi e  beni relazionali propri dell’agricoltura e delle tradizioni civili di solidarietà e mutuo aiuto del mondo rurale. Si tratta di attività in cui persone provate da varie forme di svantaggio o disagio danno un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità, misurandosi con ritmi naturali, ambienti aperti, processi produttivi che forniscono risultati tangibili, diretti e comprensibili, in termini di miglioramento delle proprie condizioni di salute, e permettono percorsi più efficaci di apprendimento, autostima e partecipazione.

Tali esperienze sono legate ad un’idea d’impresa in cui viene praticata una diversa gerarchia degli obiettivi imprenditoriali: in particolare, quelli riferiti alla promozione umana e alla giustizia sociale precedono quello della massimizzazione del profitto. Per i protagonisti di queste pratiche non si tratta di auto-infliggersi un sacrificio e trovarlo gratificante perché finalizzato ad una causa nobile, ma di ricercare nuove convenienze economiche in una competizione di mercato intesa come intreccio complesso di cooperazione e concorrenza. Per descrivere la concorrenza cooperativa è stato creato il neologismo co-opetition che distingue tale modello dal prevalente modello competitivo di tipo posizionale (c’è chi vince e c’è chi perde come in una gara sportiva) in quanto si fonda sul mutuo vantaggio dei soggetti dello scambio di mercato. In sostanza, tali soggetti (persone deboli inserite nell’attività, imprenditori agricoli, operatori sociali, consumatori, soggetti pubblici e privati del territorio) agiscono come un team per raggiungere obiettivi comuni in grado di avvantaggiare tutti i partecipanti dello scambio economico. In questa ottica, la scelta di perseguire prioritariamente l’obiettivo di produrre beni relazionali inclusivi accresce, nel soggetto imprenditoriale che la compie, reputazione e visibilità nelle comunità locali. In tal modo diventa più facile costruire relazioni con gruppi di acquisto e network di consumatori,  al fine di creare ulteriori quote di mercato, in grado di compensare gli eventuali costi aggiuntivi per  inserimenti lavorativi rispettosi della dignità umana e per servizi sociali non sempre e non del tutto sostenuti dal pubblico.  

La co-opetition permette di rendere economicamente sostenibile l’iniziativa imprenditoriale di coloro che scelgono di praticarla perché, negli ultimi decenni, sono emerse alcune novità di rilievo nell’agricoltura e nei rapporti urbano/rurale. La prima è l’entrata in scena di una particolare tipologia di consumatore che vuol essere partecipe del progetto con cui si crea il prodotto agricolo (per definirlo i francesi hanno coniato il termine consumacteur, che noi potremmo tradurre consumattore). Egli non si limita ad informarsi sui diversi prodotti, guardare l’etichetta e acquistare passivamente il bene in qualunque punto vendita; vuole, invece, essere protagonista del progetto imprenditoriale partecipando attivamente al rapporto di scambio dopo essersi aggregato, anche informalmente, in gruppi di acquisto. Finora le finalità prevalenti di tali aggregazioni riguardano la ricerca del rapporto diretto produttori/consumatori e della genuinità dei prodotti. Si tratta, dunque, di proporre una nuova finalità - da aggiungere a quelle esistenti soprattutto nell’ambito di quei gruppi sociali sensibili ai bisogni delle persone svantaggiate – che riguarda il sostegno diretto da parte dei cittadini ai sistemi di welfare mediante l’acquisto di prodotti alimentari delle fattorie sociali (dal momento che quello indiretto, attuato coi meccanismi redistributivi classici, sempre più risulterà insufficiente e inefficace in una società che tende ad invecchiare).  


La seconda novità - strettamente collegata alla prima - è l’emergere, tra le diverse culture alimentari, quella delle comunità di cibo che si creano intorno alle attività legate al cibo locale (km zero, farmer’s market, autoconsumo, presidi di prodotti tradizionali). Tali comunità finora hanno guardato al cibo solo nella dimensione riferita alla genuinità e naturalità e non in quella collegata alla qualità dei beni relazionali associati al cibo. Ma la ruralità, qualora non dovesse evocare i valori di reciprocità e mutuo aiuto che hanno caratterizzato da sempre le comunità locali, rischierebbe alla lunga di rimanere un guscio vuoto e subirebbe un processo ineluttabile di banalizzazione. E, dunque, i prodotti delle fattorie sociali potrebbero connotare in modo completo il legame tra comunità di cibo e ricerca dei valori rurali.


La terza novità – che anticipa le prime due creandone i presupposti -  è il fenomeno della rurbanizzazione che riguarda singoli individui e gruppi che dai centri urbani si spostano nelle aree periurbane  e rurali alla ricerca di stili di vita e forme dell’abitare meno stressanti  e più sostenibili, nonché attività agricole e rurali meno industrializzate e più legate a logiche di competizione di tipo cooperativo. Andando a riabitare le campagne, questi cittadini agricoltori ripristinano la peculiarità insita nella nascita dell’agricoltura come creazione di comunità sedentarie e di proto-città e come rottura dell’economia predatoria. Peculiarità messa pesantemente in discussione dai processi di modernizzazione che hanno investito il settore agricolo, rendendolo di fatto un reparto all’aperto dell’industria. I neo-contadini (che provengono prevalentemente dalle città) si rendono oggi protagonisti di una nuova mutazione antropologica delle campagne: da non-luoghi dove operano sistemi agroalimentari delocalizzati e predatori, che ricercano ovunque nel mondo materie prime a minor costo, a luoghi dove si ri-genera  un’agricoltura relazionale e di territorio. Il loro obiettivo non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli.


L’insieme dei suddetti elementi permette alle strutture economiche agricole, indipendentemente dalla forma giuridica for profit o no profit che le caratterizza, di adottare i percorsi di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) non più nella logica di mera cosmesi per migliorare l’immagine, ma come sviluppo di effettive strategie competitive per modificare la concorrenza e vincere la sfida della sostenibilità economica, mediante l’attenzione – liberamente scelta - alle esternalità sociali e ambientali dell’azione dell’impresa. La ricostituzione del nesso agricoltura - comunità  permette, inoltre, di riconoscere il rapporto tra agri-colture – natura – culture. Un trinomio che esprime il fondamento della diversità. In questo nuovo approccio territoriale e comunitario viene, dunque, a cadere l’idea di agricoltura come modello unico ma dobbiamo parlare di agricolture, al plurale, legate a specifiche comunità.


Questa nuove agricolture che si sono venute a creare e che potremmo definire agricolture civili costituiscono un’opportunità per le famiglie e per le istituzioni dal momento che mettono in gioco risorse inusuali, come quelle ambientali  e produttive, e legami comunitari fondati sulla reciprocità e informalità per incrementare i servizi socio-educativi all’infanzia, diversificare e personalizzare con maggiore flessibilità i servizi alla persona e realizzare percorsi inclusivi attivi.


Si tratta di una vera e propria innovazione sociale nei modelli di welfare che integra economie locali e offerta di servizi alla persona, assunzioni di responsabilità diffuse e forme di collaborazione  tra soggetti pubblici, soggetti operanti nel terzo settore e soggetti privati secondo il principio di sussidiarietà. Oggi c’è una separazione netta tra un’economia che produce guasti sociali e ambientali e un’area molto autoreferenziale e protetta (no profit, volontariato, terzo settore) che provvede ad aggiustare quei guasti. Le agricolture civili contribuiscono a rompere gli argini e creare sinergie tra imprese profit e no profit su obiettivi di responsabilità e utilità sociale, puntando su progetti innovativi che danno effettivi risultati di ben-essere sociale.

 

Il pluralismo delle agricolture civili

I percorsi civili in agricoltura si realizzano innanzitutto attraverso l’assunzione, in imprese agricole già esistenti, di soggetti svantaggiati (invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione) oppure di lavoratori svantaggiati (immigrati, donne che hanno lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare tempi di vita lavorativa e tempi di vita familiare, persone sole con figli a carico, persone affette da dipendenze, disoccupati ultracinquantenni o di lungo periodo, ex detenuti). Ad essi si aggiungono le donne che hanno subito violenze e altri soggetti provati da diverse forme di disagio. Percorsi civili sono anche quelli che vedono protagonisti soggetti svantaggiati o  con disagi nella creazione di nuove fattorie sociali in forma singola o associata su terreni di proprietà privata, pubblica e collettiva.  Pratiche di agricoltura civile sono, infine, tutti gli altri servizi ricompresi nelle politiche sociali ed  erogati da una struttura agricola, come i servizi socio-educativi per la prima infanzia o le attività rivolte a minori in difficoltà o che vedono protagonisti gli anziani o ancora che si attivano per accogliere e integrare gli immigrati regolari.

Le agricolture civili sono di diverso tipo. Ci sono quelle imprenditoriali che si caratterizzano per la presenza di imprese profit di responsabilità sociale o di cooperative sociali. Accanto a queste forme esistono anche agricolture civili di cittadinanza attiva: esse si realizzano mediante la produzione di cibo destinato all’autoconsumo su piccoli appezzamenti di terra di proprietà di gruppi familiari, di case di cura, di scuole, di istituti penitenziari o di enti locali che organizzano orti sociali. Si possono, infine, sviluppare agricolture civili sui domini collettivi e di uso civico qualora si rivitalizzassero, nei percorsi di ammodernamento del welfare contemporaneo, le antiche funzioni solidaristiche che da sempre hanno caratterizzato gli usi (appunto civici) di questi beni.

Tutte queste forme creano beni pubblici se inserite in reti di economie civili che valorizzino il paesaggio, il patrimonio culturale dei luoghi e le capacità creative dei soggetti che operano nei territori rurali e periurbani.

 

Le reti di economie civili

Le economie civili esprimono tutte le loro potenzialità laddove si creano le condizioni perché una pluralità di soggetti possano interagire. Si tratta di far cooperare mondi diversi: a) imprese di settori diversi che adottano strategie di responsabilità sociale; b) reti informali di mutuo aiuto, cittadinanza attiva, comunità di cibo, consumattori, hobby farmer’s, ospitalità, cultura, arte, sport e attività fondate sul metodo terapeutico omeopatico e sulla riscoperta della relazione tra uomo e animale; c) gestioni di patrimoni civici; d) pratiche di valorizzazione dei beni paesaggistici e architettonici; e) reti formali dei servizi e degli spazi pubblici; f) sistema della conoscenza. E’ in tal modo che nascono e si diffondono competenze e attività innovative e si realizza una dimensione territoriale della competitività di tipo cooperativo che permette di fronteggiare meglio la globalizzazione. In siffatti contesti in cui si espandono le relazioni sociali nei territori e tra le diverse aree territoriali, è più facile lo sviluppo spontaneo delle organizzazioni economiche per la concentrazione dell’offerta, la valorizzazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli, le cui carenze sono un tratto distintivo dell’agricoltura italiana perché qui più che altrove la rapidità della modernizzazione agricola e la sua virulenza hanno maggiormente eroso il capitale sociale. Costruendo le reti territoriali si compete su come cooperare dentro la comunità e con altre comunità e territori, uscendo dall’isteria suicida della competizione di tutti contro tutti. La co-opetition non è, tuttavia, in contrasto con il merito e con la necessità di potare iniziative che impediscono alle reti territoriali di crescere. Per rinverdire la pianta dobbiamo tagliare rami secchi, ma anche quelli che hanno scelto di espandersi verso l’interno e non lasciano spazio ai rami che, evolvendo verso l’esterno, servono alla crescita delle reti territoriali. Sono operazioni dolorose perché riguardano rami vivi; e, nel costruire e monitorare le reti, vanno effettuate con logiche partecipative ed inclusive. 

Le economie civili manifestano tutta la loro carica innovativa se si abbandona una cultura architettonica e urbanistica che ha fatto il suo tempo, strettamente legata ad un modello di welfare che vede nettamente separata, non solo dal punto di vista degli spazi ma soprattutto dal versante delle funzioni e dei meccanismi regolativi, la produzione di ricchezza da una parte e gli interventi abitativi, sociali, educativi, culturali dall’altra, da realizzare con politiche di tipo redistributivo e gestite direttamente dalla mano pubblica. Una cultura architettonica e urbanistica strettamente legata anche ad una visione urbanocentrica del governo del territorio, che vede nettamente sconnesse le funzioni della città da quelle svolte dalla campagna. Si tratta, invece, di riconoscere e valorizzare comunità di cittadini rurbanizzati che abitano luoghi dove si sono venuti a sovrapporre spontaneamente processi di urbanizzazione e ruralizzazione, creando una sorta di continuum urbano-rurale, in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è città da ciò che è campagna.

Non ha, dunque, senso una visione del governo del territorio fondata esclusivamente sulla lotta al cosiddetto consumo di suolo e non invece sull’interazione tra economie civili e forme reali, possibili e sostenibili dell’abitare (co-housing, eco-villaggi, ecc.). Finora la sola tutela dei terreni agricoli dall’edificazione non è stata, infatti, sufficiente a garantirne il mantenimento perché tali aree, prive di una funzione specifica corrispondente alla propria vocazione e alle esigenze di una comunità, diventano non luoghi in attesa di essere edificati. Si tratta, invece, di superare anche nelle politiche pubbliche la separazione tra urbano e rurale e promuovere sviluppo economico e sociale guardando al territorio nel suo insieme. Va, in sostanza, eliminata una sorta di tacita e a volte opportunistica divisione del lavoro tra chi pianifica e realizza i quartieri e i servizi tradizionalmente considerati urbani e ne gestisce le problematicità e chi, invece, è addetto alla pianificazione e gestione delle aree agricole, a partire da quelle protette.

Le economie civili spesso rigenerano  pratiche tradizionali di mutuo aiuto che, come abbiamo visto, sono state abbandonate perché ritenute un impaccio per la modernizzazione dell’economia e della società  e che potrebbero oggi trasformarsi nei diversi territori in risorsa, in identità riconosciuta e riconquistata. Si tratta di ripetere per il patrimonio storico di valori e pratiche solidali lo stesso percorso effettuato per il recupero di prodotti tipici e tradizionali, facendoli diventare eccellenze alimentari. In tal modo, le reti di economie civili potranno contribuire a rafforzare i tratti identitari delle comunità non rinchiudendole in se stesse ma all’insegna dell’accoglienza e dell’apertura al diverso. Bisognerebbe associare alle reti di economie civili l’idea del viaggio che ha da sempre caratterizzato le comunità umane (migrazioni, transumanze, pellegrinaggi, ecc.), favorendo la cultura della mescolanza, dell’ibridazione e della contaminazione e ricostituendo continuamente le identità come aree comuni di scambio tra persone, prodotti e culture diverse. Se oggi l’antidoto ai ritmi stressanti è il turismo eccitante e insostenibile, promuovere una cultura dell’accoglienza che privilegia  il viaggiare in treno, il camminare lungo i sentieri, lo scambiarsi i beni di persona, deve indurre stili di vita più lenti e umanizzati.  

Riconoscersi come agricolture ed economie civili di territori che si identificano mediante il trinomio agri-colture – natura – cultura significa guardare al Mezzogiorno d’Italia  come ad una grande comunità dai tratti identitari ben distinti. Quest’area del paese ha subito dalla formazione dello stato unitario e del mercato nazionale – anche per responsabilità delle sue classi dirigenti - forme di saccheggio economico prima e di dipendenza poi, fino allo stabilizzarsi di un dualismo economico e sociale che con la globalizzazione ha assunto i caratteri della marginalizzazione e dell’esclusione.  Le reti di economie civili di questa mega-regione dovrebbero instaurare rapporti di cooperazione con mega-regioni che hanno radici diverse ma processi analoghi di formazione storico-sociale (Polonia Orientale, Germania dell’Est, ecc.) ed esposte come il Mezzogiorno italiano a processi di marginalizzazione economica e destabilizzazione sociale e politica. Con queste mega-regioni (i Mezzogiorno d’Europa) il Sud Italia dovrebbe stabilire rapporti per modificare le politiche europee di coesione sociale dall’attuale orientamento produttivistico – che avvantaggia le mega-regioni europee dominanti - verso indicatori che enfatizzino i contenuti sociali della produzione, del consumo e della valorizzazione del territorio.

Un ulteriore livello di cooperazione è quello delle meso-regioni di appartenenza che per il Mezzogiorno d’Italia è il Mediterraneo, e per la Germania Est e la Polonia Orientale sono i paesi dell’Est.  Oggi si parla di Mezzogiorno e Mediterraneo solo in chiave di logistica. Molti osservatori fanno, infatti, notare che il Mezzogiorno italiano si trova oggi al centro della formazione di un nuovo sistema logistico per il trasporto e lo scambio di merci tra l’Asia, l’Africa e l’Europa. Sicché, si possono intravedere due possibili scenari: 1) il Mezzogiorno diventa solo un ponte logistico per un sistema di trasporto e comunicazione rivolto a servire le regioni ricche dell’Europa Occidentale, senza il coinvolgimento delle agricolture e delle economie civili delle regioni del Sud d’Italia; 2) il Mezzogiorno diviene, invece, parte di un nuovo sistema di scambi internazionali centrato sulla propria società civile, sui propri mercati e sui propri potenziali di crescita. Se si vuole evitare un’impostazione ancora una volta subalterna, la logistica va accompagnata con un’azione per costruire reti di economie civili delle regioni del Mezzogiorno da orientare verso il Mediterraneo, l’Africa e l’Estremo Oriente. In questo modo si renderebbe questa mega-regione più forte nel Sud e più attrattiva nel Nord e le agricolture civili meridionali potrebbero svolgere funzioni rilevanti, associando allo scambio dei prodotti agricoli la diffusione di modelli di welfare alternativi a quelli redistributivi.

 

I percorsi partecipativi delle reti di economie civili

Le reti di economie civili sono l’esito di una progettualità territoriale, spesso non formalizzata, che si ottiene e si rafforza mediante percorsi partecipativi. Per dare continuità alla progettazione territoriale - da intendere come confronto incessante finalizzato a rafforzare i legami di comunità – occorrerebbe garantire ai tavoli locali la presenza di facilitatori di comunità. Ad essi andrebbero affidate talune funzioni importanti che si possono così enucleare: 1) gestire il dialogo tra attori con competenze diverse; 2) aiutare a costruire i partenariati; 3) indicare il metodo per inventariare i bisogni e le risorse; 4) redigere i protocolli d’intesa; 5) favorire il passaggio dall’idea progettuale al vero e proprio progetto; 6) introdurre nella progettazione un’azione efficace di verifica, monitoraggio e valutazione. Si tratta, in particolare, di garantire che al partenariato partecipino non soltanto organizzazioni di rappresentanza ed enti pubblici ma anche singole strutture (imprese, cooperative, associazioni, ecc.) e singoli cittadini (persone e gruppi familiari). Il partenariato non va considerato una sede dove le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza mediano interessi, ma deve essere inteso come una tessitura continua di relazioni tra soggetti che decidono di fare un percorso condiviso di progettazione partecipativa. Tanti fallimenti nelle forme di progettazione dal basso e nella costruzione delle reti hanno a che fare con relazioni spente, utilitaristiche, formali, divenute tali perché non più alimentate da fiducia e responsabilità e quindi non più amichevoli e fraterne.

La costruzione del partenariato concepita come tessitura di relazioni personali, di amicizia e di fraternità permette di: a) concentrare l’attenzione su territori specifici piuttosto che sui singoli settori; b) creare una visione comune circa l’evoluzione di un territorio; c) favorire la divisione dei compiti, delle responsabilità, del coordinamento delle azioni, evitando sovrapposizioni o conflitti; d) facilitare la partecipazione dei soggetti più deboli alle attività economiche e sociali del territorio.

L’esame del contesto socio-economico del territorio di riferimento è la condizione (e il pre-requisito) fondamentale per avviare la costruzione di una rete di economie civili. L’analisi dei bisogni territoriali non deve essere solo uno studio descrittivo di tipo quantitativo (numero dei disabili, tipologia, ecc.), ma deve poter fornire anche indicazioni qualitative (distribuzione nel territorio, concentrazione, caratteristiche a livello economico e sociale, ecc.). Questa analisi dovrebbe, in sostanza, portare alla lettura di un’intera realtà locale nella sua complessità, attingendo a fonti statistiche e utilizzando taluni strumenti come le interviste e il dialogo con gli attori coinvolti. Si tratta di adottare il modello della ricerca-azione, multi-obiettivo e multi-disciplinare, vale a dire una procedura d’analisi che conduca, nelle sue conclusioni, a pianificare le azioni del progetto che si intende realizzare, da fondare sulle informazioni provenienti dalla ricerca, sulle relazioni che si svilupperanno e sulle potenzialità che da essa emergeranno.

Un’analisi dei bisogni e delle risorse territoriali che sia in grado di suggerire, strada facendo, quei cambiamenti che si dovessero rendere necessari al mutare delle esigenze dovrebbe accompagnarsi ad un’azione di verifica, monitoraggio e valutazione. A tal fine, un disegno di valutazione dovrà essere predisposto nella fase iniziale della ricerca, in cui verranno definite metodologie e strutture teoriche di riferimento. La centralità della valutazione in tale processo sarà determinante per monitorare l’andamento dell’analisi e per replicare tra gli attori della ricerca un metodo partecipativo di auto-verifica che si intende diffondere nella comunità oggetto di studio e soggetto d’azione.

Per essere efficace la progettualità territoriale andrebbe praticata indipendentemente dalle politiche pubbliche. In tal modo i suoi esiti potrebbero costituire elementi utili per orientare l’intervento pubblico ad adottare obiettivi, azioni e misure volte ad incrementare il capitale sociale e i beni relazionali e non, invece, come purtroppo accade sovente, a distruggerli. Inoltre, potrebbe favorire un cambio di mentalità sia nel mercato, promuovendo la relazionalità responsabile e la cittadinanza attiva, sia nello stato, proponendo la collaborazione tra settori diversi, la competenza partecipativa e il riconoscimento dell’economia civile.

 

Le modificazioni nelle forme della rappresentanza sociale

Il paradigma delle reti di economie civili e i relativi percorsi partecipativi che le caratterizzano ribaltano, infine, le logiche della rappresentanza sociale tipiche del contrattualismo dell’economia fordista e dello stato assistenziale. Alcuni caratteri di fondo che connotano le forme correnti della rappresentanza sociale si possono così definire: 1) diffusa persistenza del collateralismo politico che frena la capacità dell’organizzazione di determinare autonomamente la propria evoluzione; 2) attenzione agli elementi quantitativi degli interessi rappresentati (numero addetti, contributo al PIL, ecc.), in funzione di un approccio alla partecipazione di tipo competitivo e contrattualistico (mediazione di interessi) e non già di stampo cooperativo; 3) individuazione degli interessi rappresentati in rapporto ai settori merceologici convenzionali e alle politiche pubbliche di riferimento  e non già in base all’evoluzione dei fenomeni sociali; 4) importanza degli schemi giuridici adottati dai soggetti organizzati (for profit / no profit, conduzione familiare / forma societaria, ecc.) nel definire i contenuti valoriali della struttura di rappresentanza; 5) scarsa attitudine a percorsi partecipativi connessi alla progettazione territoriale.

Gli elementi che sembrano, invece, caratterizzare le forme della rappresentanza nelle reti di economie civili sono i seguenti: a) ci si aggrega in modo spontaneo sulla base di valori, principi e programmi condivisi, rifuggendo da schemi di collateralismo politico; b) non si delimitano a priori ambiti e confini, ma si mantiene continuamente la porta aperta a nuove competenze e attività che risultino coerenti coi programmi; c) si riconoscono appartenenze plurime; d) ci si esprime come comunità di pratiche informali e/o come forum di aggregazioni già più o meno strutturate; e) l’approccio alla partecipazione non è di tipo concorrenziale e contrattualistico (mediazione di interessi), bensì di stampo cooperativo, mettendo in gioco non tanto la forza dei numeri, quanto invece la capacità di produrre beni pubblici in una logica reciprocamente solidale; f) l’eventuale espansione organizzativa avviene per cerchi concentrici (settoriali e territoriali) in un processo moltiplicativo delle reti.

Si tratta, evidentemente, solo di linee di tendenza che sovente scontano il condizionamento esercitato dal sistema politico e dagli schemi di regolazione adottati dalle politiche pubbliche. La tentazione statalista è, infatti, sempre in agguato volta ad ingessare regolazione e rappresentanza in forme subalterne e autoreferenziali tipiche dei vecchi modelli di welfare, eclissando così le prerogative proprie della società civile. Il rischio è l’imporsi di una sussidiarietà intesa come concessione da parte dello stato di una funzione da svolgere secondo modelli di tipo pubblicistico e non già come riconoscimento del libero espletarsi dell’autorganizzazione da parte di soggetti civili.  In pericolo sono i caratteri innovativi delle reti di fattorie sociali e di economie civili che si possono così riassumere: a) presenza significativa di soggetti economici a movente ideale che potrebbe essere rimpiazzata dall’aggrumarsi di soggetti prevalentemente attratti da meccanismi pubblici di tipo assistenziale; b) libera interazione di reti informali e reti formali che operano sul territorio che potrebbe essere soppiantata da freddi meccanismi burocratici, capaci di frenare la gemmazione di nuove competenze e attività; c) pluralismo delle tipologie esistenti che vanno da quelle imprenditoriali a quelle di cittadinanza attiva, fino alle pratiche esercitate sui domini collettivi e di uso civico, e che potrebbero subire un processo riduzionistico, determinando un impoverimento delle esperienze.

E’ quanto mai utile seguire da vicino questi processi perché sarà proprio l’evoluzione delle forme della rappresentanza sociale e delle norme giuridiche a costituire nel prossimo futuro la cartina di tornasole della crescita delle agricolture e delle economie civili e del loro riconoscimento.

Pubblicato in Agricoltura Sociale
Mercoledì, 29 Giugno 2016 18:18

Agricoltura Sociale


La Canaperia Italiana® è un’impresa sociale che ha tra i suoi obiettivi lo sviluppo di progetti e servizi di Agricoltura Sociale (AS).

L’AS nasce alla fine degli anni ’90 con una direttiva europea sulla multifunzionalità in agricoltura che promuove la creazione di servizi socio – educativi e riabilitativi nelle aziende agricole. In Italia compaiono le prime esperienze dalla fine degli anni ‘90, anche se, in Italia, le attività agricole erano già usate a scopo terapeutico, negli anni ’60 con i primi “preti di strada” che ai tossicodipendenti facevano coltivare e allevare come forma di terapia (ergoterapia).

Nel 2005 viene fatto il primo Convegno Nazionale sull’Agricoltura Sociale al Centro Nazionale Ricerche di Roma e da allora le esperienze strutturate e i progetti si sono moltiplicate, coinvolgendo in molti casi la Pubblica Amministrazione, creando nuove linee di finanziamento pubblico e non solo, cambiando il modo di lavorare degli operatori e di dare significato ai servizi sociali da parte dei fruitori dei servizi stessi.

In Italia e nel mondo, l’AS sta diventando un modello di agricoltura sostenibile e di welfare rigenerativo, in grado non solo di offrire servizi come la pet – therapy, la terapia orticolturale e il reinserimento lavorativo, ma di creare vere e proprie “economie civili” che sviluppano circoli virtuosi di valori, scambi relazionali e scambi economici, protezione sociale e sviluppo sostenibile, in grado di offrire un’alternativa vera e propria al modello sociale ricorrente.

Questo è avvenuto anche grazie al formarsi di Gruppi d’Acquisto Solidale (divenuti nel tempo anche qualcosa di più complesso come i Distretti di Economia Solidale), nelle aziende agricole dove i servizi di AS vengono erogati, tra i genitori, gli operatori, gli amici, fino a creare le fattorie sociali che oggi cominciano a prendere la forma di vere e proprie “piccole economie locali” e che sono capaci di sostenere non solo l’agricoltore ma l’intera comunità.

Solidarietà ed economia possono stare insieme, e questa è la nostra esperienza, insieme promuovono legami forti nel tessuto sociale, tra agricoltori, associazioni, istituzioni e singole persone, formando una Rete d’Economia Solidale – RES, che sviluppa un “sistema” di Community Supported Agriculture – CSAcapace di creare e sviluppare valori etici per la comunità.

Sono i consumatori e i produttori stessi, infatti, a stabilire il valore dei prodotti in base alla loro qualità e al rispetto dei valori civici, insieme raccolgono e insieme distribuiscono, correndo dei rischi insieme se il raccolto non va bene, insieme sostengono la comunità offrendo accoglienza, nutrimento e conoscenze.

 

MO.R.E.S.

MOLISE – Rete d’Economia Solidale

La RES che la Cooperativa intende far sviluppare e promuovere, ha una visione dell’agricoltura sociale che supera i limiti di una visione “personalistica”, destinata solo a persone svantaggiate (e alle loro famiglie), ma la amplia, rivolgendo il proprio sguardo a tutto il territorio che diventa il vero oggetto dell’intervento di “pedagogia di comunità” e fa diventare l’azienda agricola, una fattoria sociale.

I membri della RES sono prevalentemente imprese, cooperative, associazioni e gruppi informali di cittadini, ma vi possono aderire tutti i soggetti coinvolti in vario modo e che intendono impegnarsi per lo sviluppo dei Principi della Rete che promuove una RES agricola e sociale nel Molise con il progetto MO.R.E.S. – Molise Rete d’Economia Solidale (mores dal latino comportamento, condotta) e che mirano alla crescita di un modello di economia e società diversi dai modelli (fallimentari) che l’economia e la finanza globali hanno proposto:

  • nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su principi di cooperazione e reciprocità;
  • giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali) e dell’ambiente naturale;
  • partecipazione e condivisione al Progetto di rete e impegno a sviluppare progetti sostenibili e rigenerativi;
  • disponibilità a entrare in rapporto con il territorio partecipando a iniziative e progetti locali;
  • investimenti per scopi di utilità sociale (Responsabilità Sociale d’Impresa) condivisi;
  • il consumo responsabile e sostenibile, la diffusione di prodotti alimentari naturali, eco-compatibili, etici, sani e nutrienti che provengano da aziende che investono sul proprio territorio;
  • il sostegno ai piccoli produttori stabilendo rapporti diretti che garantiscano un’equa remunerazione;
  • la creazione e la promozione in accordo con la Pubblica Amministrazione (servizi sociali, ASL), associazioni, cooperative sociali e di volontariato, di servizi psicopedagogici, riabilitativi, d’integrazione socio-lavorativa.

 

 

Condividi