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CANAPICOLTURA


Lunedì, 11 Luglio 2016 09:06

Inflorescenze

Le infiorescenze per molto tempo sono state considerate parti di scarto per l'industria delle fibre. Il profumo pungente della canapa non ha origine dai cannabinoidi ma dai terpeno-fenolici, prodotti dai peli ghiandolari che si sviluppano sulla maggior parte delle superfici aeree della pianta e dai monoterpeni.

La pianta della canapa possiede una vasta gamma di prodotti chimici e composti. Oltre all’ormai conosciuto CBD (cannabidiolo) circa 140 molecole  appartengono ad una vasta classe di idrocarburi organici aromatici noti come terpeni  e i terpenoidi. Le parole terpeni e terpenoidi sono sempre più usate come sinonimi, anche se questi termini hanno significati diversi. La differenza principale tra terpeni e terpenoidi è che terpeni sono idrocarburi (ovvero gli unici elementi presenti sono carbonio e idrogeno); considerando che i terpenoidi sono stati denaturati per ossidazione (essiccazione fiori) o chimicamente modificati.

 

Cannabidiolo (CBD)

Il cannabidiolo (CBD) ha dimostrato di possedere diverse proprietà farmacologiche, anche in assenza delle proprietà psicoattive del THC, che sono di solito associate con i cannabinoidi. Sebbene i livelli di CBD rilevati nell'olio erano bassi a 10 mg/kg, la sua presenza può ancora fornire qualche beneficio. Il potenziale analgesico e antinfiammatorio è stato riportato in studi su animali dimostrando come il meccanismo con cui il CBD realizza le sue proprietà anti-infiammatorie è probabilmente correlato al suo effetto sul metabolismo arachidonico.

In particolare il CBD ha dimostrato di inibire la crescita dei batteri Gram-positivi, come lo Streptomyces griseus e lo Staphylococcus aureus siano particolarmente sensibili agli estratti di canapa.

Il CBD è uno delle 80 e più molecole trovate nella canapa che appartengono ad una classe di chiamata cannabinoidi. Di questi composti, CBD e THC sono di solito presenti nelle concentrazioni più elevate, e sono quindi i più riconosciuti e studiati.

Il CBD non è psicoattivo a differenza del THC a causa della sua mancanza di affinità per i recettori CB1 che si trovano in alte concentrazioni nel cervello e sono i responsabili degli effetti psicoattivi del THC.

Numerosi studi suggeriscono che il CBD agisce per contrastare gli effetti del THC, tra cui i disturbi della memoria e la paranoia ma, nonostante un diverso percorso di azione, il CBD sembra possedere molti degli stessi benefici di THC. Secondo una revisione 2013 pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, gli studi hanno trovato che il CBD di possedere le seguenti proprietà mediche:

Proprietà mediche dei cannabinoidi

Il CBD è una molecola presente nella canapa, che ha molteplici virtù terapeutiche che nella medicina cinese è stata usata per migliaia di anni per curare molte malattie. Purtroppo, la maggior parte dei pazienti sono poco informati su questa pianta, perché non ci sono molti medici specializzati in questo tipo di trattamento.

I prodotti contenenti CBD vengono consumati per via orale e si trovano principalmente in forma di olio, capsula o  a spruzzo sotto la lingua.

Il CBD può anche essere usato in creme e unguenti e l’applicazione topica è particolarmente efficace contro problemi cutanei localizzati quali acne o psoriasi.

Uno studio pubblicato nel febbraio 2015 a «Pharmacology & Pharmacy» mostra che un estratto di pianta di canapa con un alto contenuto di CBD, è più efficace nel migliorare i sintomi rispetto al CBD utilizzato nella sua forma pura, grazie alla presenza di altri cannabinoidi, come i terpeni, e centinaia di altre molecole della pianta, che agiscono in sinergia per migliorare l'azione naturale del CBD, compreso il suo dosaggio ed efficacia.

Su più di 1.500 pubblicazioni scientifiche sul CBD, fin dalla sua scoperta da parte del Professor Mechoulam nel 1964, circa la metà sono stati condotte nel corso degli ultimi 5 anni. Questo mostra un aumento significativo dell’interesse che circonda la ricerca medica circa le proprietà terapeutiche di questa molecola. Questi studi scientifici dimostrano, che il CBD ha un effetto davvero eccezionali sui disturbi neurologici e fisiologici e fino ad ora non ci sono noti effetti collaterali rilevanti.

I disturbi più noti che vengono trattati con il CBD e gli altri cannabinoidi sono:

  • Infezioni antibiotico-resistenti
  • Patologie Immuno-soppressive
  • Artrite reumatoide
  • Psoriasi
  • Attacchi d'ansia
  • Cardiopatie e disturbi vascolari
  • Diabete
  • Alcolismo
  • Spasmi
  • Sclerosi multipla)
  • Epilessia
  • Dolore cronico
  • Schizofrenia e psicosi

 

Altri ben noti effetti benefici del CBD si ottengono quando viene utilizzato per:

  • Sollievo dal dolore
  • Sopprimere l'appetito
  • Riduzione vomito e nausea
  • Riduzione contrazioni dell'intestino tenue
  • Allevia l'ansia
  • Gestione delle psicosi
  • Ridurre le convulsioni
  • Sopprime gli spasmi muscolari
  • Aumenta l'efficacia del sistema immunitario
  • Riduce i livelli di zucchero nel sangue
  • Riduce la degenerazione del sistema nervoso
  • Trattamento della psoriasi
  • Riduce il rischio di ostruzione delle arterie
  • Blocca o rallenta la crescita batterica
  • Infezione fungina
  • Inibisce la crescita cellulare nei tumori
  • Promuove la crescita delle ossa
  • Promuove la crescita di tessuto cerebrale in alcolismo
  • Riduce il desiderio di nicotina

 

Vediamo adesso nel particolare alcune di queste patologie trattate con CBD:

 

Dipendenza da nicotina

In un doppio cieco, controllato con placebo, 24  fumatori sono stati scelti in modo casuale per utilizzare un inalatore di CBD o un placebo. I partecipanti sono stati invitati a prendere un soffio ogni volta che avevano una voglia di fumare una sigaretta. Nel corso della settimana, quelli con inalatori placebo non ha visto alcun cambiamento nel loro numero totale di sigarette consumate, mentre coloro che stavano prendendo CBD, ha visto un calo di quasi il 40 per cento nella loro assunzione.

 

Acne

Uno studio pubblicato nel Journal of Clinical Investigation e il National Institute of Health ha scoperto che il CBD può fornire un trattamento per l'acne. I ricercatori hanno lo hanno ​​sulle ghiandole sebacee e sono giunti alla conclusione che il CBD agisce come un agente sebostatico e anti-infiammatorio molto efficace inibendo la sintesi dei lipidi.

 

Diabete

In uno studio condotto sul CBD, lo sviluppo del diabete nei topi diabetici non obesi è stato impedito. Anche se non ci fosse un effetto diretto sui livelli di glucosio, il trattamento ha impedito la produzione di IL-12 da splenociti. Prevenire questa citochina è importante perché svolge un ruolo enorme in molte malattie autoimmuni.

 

Fibromialgia

I comuni trattamenti per la fibromialgia sono farmaci anti-infiammatori, analgesici oppioidi e corticosteroidi. Uno studio del 2011, che si è concentrato sul trattamento per la fibromialgia,  ha dimostrato che il CBD ha prodotto risultati molto promettenti per usi futuri nel trattamento della patologia. La metà dei 56 partecipanti ha utilizzato CBD, mentre l'altra metà ha usato metodi tradizionali. Coloro che ha utilizzato il CBD ha visto una grande riduzione dei sintomi e del dolore, mentre quelli che utilizzano metodi tradizionali non ha avuto miglioramenti rilevanti.

 

Disturbo Post-Traumatico da Stress

Il CBD è noto per li suoi effetti anti-ansia e anti-infiammatori e i pazienti con DPTS sono spesso aiutati dal CBD contro l'ansia e lo stress. I benefici antipsicotici forniscono un ambiente mentale stabile per coloro che più ne hanno bisogno.

 

Schizofrenia

Nel 2012, un gruppo di ricercatori tedeschi ha pubblicato uno studio sulla rivista Translational Psychiatry. Il potente antipsicotico amisulpride e CBD sono stati confrontati tra 42 pazienti con schizofrenia. I due trattamenti sono stati ritenuti efficaci, ma il breve profilo di effetti collaterali del CBD hanno aumentato l’efficacia farmaceutica.

 

Morbo di Crohn

Alcuni scienziati affermano che il CBD potrebbe essere un trattamento efficace per le malattie intestinali come il morbo di Crohn. THC e CBD interagiscono con il sistema che controlla la funzione intestinale nel corpo, cosa di cui i pazienti di Crohn soffrono. La componente anti-infiammatoria porta molto sollievo a coloro che soffrono di questa condizione.

 

Sclerosi multipla

Gli scienziati dell'Istituto Cajal hanno utilizzato modelli animali e colture cellulari per scoprire che il CBD contrasta le risposte infiammatorie e serve come protezione durevole dagli effetti della sclerosi multipla. I topi con 10 giorni di trattamento con CBD aveva capacità motorie superiori e ha mostrato un miglioramento progressivo.

 

Insonnia

Uno dei pochi effetti collaterali del CBD è la stanchezza, ma per molti, è quello che cercano. Dal momento che i prodotti farmaceutici per aiutare il sonno portano un rischio di dipendenza il CBD viene preferito nel trattamento dell’insonnia.

 

 

Terpeni

I terpeni sono sintetizzati nella canapa in cellule secernenti all'interno peli ghiandolari, la cui produzione è aumentata con l'esposizione alla luce. Questi terpeni si trovano principalmente in alte concentrazioni nel non fecondate fiori di canapa femminili prima di senescenza (la condizione o il processo di deterioramento con l'età). L'olio essenziale viene estratto dal materiale vegetale per distillazione a vapore o vaporizzazione. Molti terpeni vaporizzano attorno alla stessa temperatura THC (che bolle a circa 157 ° C), ma alcuni terpeni sono più volatili di altri. Terpeni svolgono un ruolo estremamente importante, fornendo la pianta con protezione naturale da batteri e funghi, insetti e altri stress ambientali.

Alcuni studi di laboratorio hanno dimostrato che mostrano cambiamenti biochimici quando la canapa viene attaccata da malattie,  erbivori e in risposta a stress abiotici, con conseguente produzione e il rilascio di sostanze volatili aromatiche che sono benefiche per la difesa diretta o indiretta indotta.

In particolare, due monoterpeni generalmente presenti nella canapa, limonene e alfa-pinene, così come altri monoterpeni, hanno dimostrato di respingere potentemente insetti erbivori mentre i sesquiterpeni tendono ad essere correlati all'assunzione di cibo dal pascolo degli animali. ha dimostrato che nella canapa il rapporto monoterpene: sesquiterpene nelle foglie e nelle infiorescenze sono molto diverse a causa della presenza dominante di tricomi sessili sul fogliame, con i monoterpeni più volatili che dominano nelle infiorescenze per respingere gli insetti ed i sesquiterpeni (più amari) che dominano nelle foglie e che agiscono come difesa dagli insetti erbivori.

I contenuti medi relativi dei composti dominanti rilevati nei aromi volatili di tutti i ceppi sono:

Principali terpeni della canapa sativa (valore medio)
 Beta-myrcene 46,1 ± 2,6%
 Alfa-pinene 14,0 ± 1,5%
 Alfa-terpinolene 10,2 ± 1,8%
 Limonene 7,3 ± 1,3%
 Trans-β-ocimene 6,6 ± 0,7%
 Alfa-pinene 6,1 ± 0,4%
 Alfa-terpinene 3,6 ± 1,0%
 Beta-cariofillene  1,2 ± 0,2%
 1,8 cineolo  1,1 ± 0,2%
 Alfa-fellandrene  0,7 ± 0,1%
 Delta-3-carene  0,6 ± 0,1%

 

I terpeni sono costituenti comuni di aromi e profumi e  a differenza dei cannabinoidi, sono responsabili per l'aroma della pianta.

Diversi enti di ricerca hanno riconosciuto come i terpeni:

  • agiscono sui recettori e neurotrasmettitori, sono inclini a combinare o sciogliere in lipidi o i grassi
  • agiscono come inibitori della ricaptazione della serotonina (simile agli antidepressivi come il Prozac)
  • che migliorano l'attività della norepinefrina (simile agli antidepressivi triciclici come Elavil)
  • aumentano l'attività della dopamina

E' un monoterpene, il più piccolo dei terpeni, si trova in concentrazioni molto elevate anche nel  basilico, luppolo, mango. Il mircene è descritto come avente un odore simile terroso, fruttato, ma può essere molto pungente in concentrazioni più elevate, come in birre pesantemente luppolate. Non sorprendentemente, luppolo e canapa sono cugini, entrambi membri della famiglia Cannabaceae. Il mircene prende il nome da Myrcia sphaerocarpa, un arbusto medicinale dal Brasile che contiene quantità molto elevate di mircene e che è stato usato per secoli come rimedio popolare per il diabete, dissenteria, diarrea e ipertensione.

Uno studio del 1997 condotto in Svizzera ha analizzato diverse varietà di cannabis per 16 terpeni e trovato che il mircene è il terpene più abbondante della canapa e per alcuni ceppi, il contenuto di mircene può essere più della metà del contenuto totale di terpeni.

Il mircene è cruciale nella formazione di altri terpeni ed è un sinergizzante del potenziale antibiotico degli altri terpeni. Una ragione per cui il mircene potrebbe essere così comunemente trovato nella canapa, diono alcuni studi, perché può modificare la permeabilità delle membrane cellulari e consentire un maggiore assorbimento dei cannabinoidi da parte del cervello.

Gli studi sui terpeni si stanno moltiplicando in questi ultimi anni anche se i primi effettuati risalgono agli anni ’70, studi che hanno constatato che il mircene reca numerosi benefici:

Alcuni tra i più studiati sono il mircene che si trova in grande quantità ed il limonene.

 

 Analgesico Allevia il dolore
 Antibatterico Rallenta la crescita batterica
 Anti Diabetico Aiuta a mitigare gli effetti del diabete
 Antinfiammatorio Riduce infiammazione sistemica
 Anti insonnia Favorisce il sonno
 Antiproliferativa/Anti mutageni Inibisce la mutazione delle cellule, comprese le cellule tumorali
 Antipsicotico Tranquillante, effetti alleviare i sintomi di psicosi
 Antispasmodico Sopprime spasmi muscolari



Diabete: L'Università di Jordan è stata la prima università di ricerca che ha indagato circa l’utilizzo come rimedio popolare de mircene come una cura per il diabete. Questo studio, fatto sui topi, del 2007 ha dimostrato in maniera convincente che il mircene e un altro terpene, il tujone, mitigavano gli effetti del diabete.

Analgesici: il mircene ha la capacità unica di stimolare il rilascio di oppioidi endogeni nel corpo, consentendo la riduzione del dolore senza bisogno di pillole oppiacee esterne. Gli effetti analgesici del mircene sono stati conosciuti circa dal 1990, quando un paio di studi hanno dimostrato il potere antidolorifico di questo terpeni. Lorenzetti ed altri (1991) hanno trovato mircene di essere abbastanza promettente per diventare una nuova classe di farmaci come l'aspirina, ma che hanno usato un canale completamente diverso nel corpo.

Sedativo: il mircene ha dimostrato di produrre effetti sedativi barbiturici come nei topi a dosi molto elevate in uno studio del 2002. È stato anche dimostrato che questi effetti sono aumentati se il citrale, una miscela di altri terpeni, era presente.

Antidepressivo e ansilitico: Alcuni studiosi hanno cercato di analizzare gli effetti di neuro – comportamentali del mircene sui topi. Hanno trovato che, pur avendo forti poteri analgesici e sedativi, non ha avuto impatto sulla riduzione dell'ansia, della depressione o della psicosi. Questo studio del 2002 sul Journal of Fitomedicine ha rilevato che a dosi elevate il mircene può effettivamente aumentare l'ansia, piuttosto che ridurla

 

Limonene

Il limonene è un monoterpene ciclico che ha un odore di agrumi pronunciato e un sapore, un po’ dolce, un pò piccante e un po’ amaro. Non sorprende, il limonene è più comunemente trovato in alte concentrazioni nelle scorze degli agrumi. Un terpene con una vasta gamma di usi, il limonene è un terpene comunemente usato in profumi, detergenti per la casa, cibo e medicine. Una delle principali ragioni per l'uso diffuso è la sua tossicità molto bassa.

Usi terapeutici

  • Antidepressivo
  • Antifungini
  • Anti-infiammatorio
  • Ansiolitico
  • Antiproliferativa
  • Reusso gastroesofageo
  • Immunostimolante

 

Attualmente in fase di studio per:

Ansia: Uno studio pubblicato nel numero di aprile 2012 di Brain Research ,ha rilevato che limonene ha effetti ansiolitici così potentei e con così pochi effetti collateral,i che è stato il raccomandato come un nuovo trattamento per l'ansia.

Depressione: il limonene ha dimostrato di essere un trattamento efficace non solo per l'ansia, ma anche come trattamento per la depressione. Questo studio ha esaminato nel 2012 il ruolo del limonene come fattore di rilascio della corticotropina nel cervello dei roditori e trovato efficace in modo significativo per curare la depressione.

Infiammazioni: Uno studio del 2010 ha esaminato gli effetti anti-infiammatori di limonene e a scoperto di poter essere un potenziale trattamento per l'asma a causa della sua capacità di inibire le citochine. Un altro studio fatto sul limonens ha dimostrato l’efficacia nella lotta contro il cancro, stimolando l'apoptosi e altri meccanismi.

Cancro (glioblastoma, della prostata, del pancreas, del seno, della pelle): Come molti cannabinoidi, il limonene è stato identificato per aiutare a combattere la diffusione di vari tipi di cancro, in questo caso glioblastoma. A partire dal 2011, l'alcool perillyl, un consituente del  limonene ha dimostrato la sua “capacità di arrestare la crescita del glioma”.  <anche il delta-limonene  ha molteplici effetti antitumorali” e può essere efficace per combattere i tumori avanzati, contro numerosi tipi, tra cui mammella, della prostata, della pelle e del pancreas.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Da Porto C*, Decorti D, Natolino A – Department of Food Science, University of Udine, Udine, Italy Cannabinoid and Terpenoid Reference Guide: Ultrasound-assisted extraction of volatile compounds from industrial Cannabis sativa L. inflorescences - 05/2016.
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Angelo A. Izzo – Department of Experimental Pharmacology, University of Naples Federico II, Naples, Italy. Journal of Neurochemistry, 2004,

  • Department of Experimental Pharmacology, University of Naples Federico II, Naples, Italy
  • Casano, S., Grassi, G., Martini, V., & Michelozzi, M. (2011). Variations In Terpene Profiles Of Different Strains Of Cannabis Sativa L. Acta Hortic. Acta Horticulturae, (925), 115-121. doi:10.17660/actahortic.2011.925.1
  • Elzinga S, Fischedick J, Podkolinski R, Raber JC (2015) Cannabinoids and Terpenes as Chemotaxonomic Markers in Cannabis. Nat Prod Chem Res 3:181. doi:10.4172/2329-6836.1000181
  • McPartland, J. M., & Russo, E. B. (2001). Cannabis and Cannabis Extracts. Journal of Cannabis Therapeutics, 1(3-4), 103-132. doi:10.1300/j175v01n03_08
  • Russo, E. B. (2011). Taming THC: Potential cannabis synergy and phytocannabinoid-terpenoid entourage effects. British Journal of Pharmacology,163(7), 1344-1364. doi:10.1111/j.1476-5381.2011.01238.x
  • Vallianou I, Peroulis N, Pantazis P, Hadzopoulou-Cladaras M (2011) Camphene, a Plant-Derived Monoterpene, Reduces Plasma Cholesterol and Triglycerides in Hyperlipidemic Rats Independently of HMG-CoA Reductase Activity. PLoS ONE 6(11): e20516. doi:10.1371/journal.pone.0020516

 

Pubblicato in Alimentazione

Il progetto sperimentale agriTATA

Coldiretti Piemonte, nell’ambito dei percorsi progettuali dell’Osservatorio Regionale sull’Agricoltura Sociale, ha promosso un innovativo progetto sperimentale denominato “agriTATA”, in collaborazione con la Regione Piemonte (Assessorato Politiche Sociali, Assessorato Agricoltura, Assessorato Formazione Lavoro): con tale sperimentazione si intende sviluppare un nuovo servizio qualificatoper la prima infanzia, alternativo a quelli già esistenti, facilmente realizzabile nel contesto rurale piemontese, con l’obiettivo, da un lato, di favorire nuovi sbocchi occupazionali in ambito agricolo e nuove forme di reddito per le imprese, dall’altro, di offrire, sui territori extraurbani sempre più spesso sforniti di servizi, maggiori opportunità per le famiglie.

Si tratta di un ulteriore importante passo di Coldiretti nella linea di forza sociale, viva e attiva, non soltanto per le imprese agricole associate, ma per la società tutta.

Chi è l’agriTATA?

L’agriTATA è una persona adeguatamente formata che offre un servizio di educazione e di cura, presso il proprio domicilio, a bambini di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni.

Dove lavora l’agriTATA?

L’attività viene svolta all’interno della casa, collocata presso l’azienda agricola. Qui il bambino è fortemente stimolato a vivere la domesticità, ovvero spazi, tempi e attività che sono familiari nell’età infantile. La casa acquista un valore simbolico educativo; è il luogo dove osservare, ascoltare, sperimentare.

Ulteriore elemento rafforzativo nella pedagogia dell’agriTATA è che nell’azienda agricola il bambino può trascorre tempo all’aria aperta, sperimentare i colori e i profumi delle stagioni, prendersi curadi piccoli animali e familiarizzare con alcune  semplici attività agricole.

Che cosa offre il servizio agriTATA?

  • Il progetto educativo

Ogni agriTATA elabora un progetto educativo “personalizzato” da condividere con la famiglia utente.

  • Il piccolo gruppo di bambini

L’agriTATA può accogliere nella propria abitazione al massimo 5 bambini contemporaneamente. La casa dell’agriTATA diventa il luogo di una reale socializzazione in quanto il gruppo ristretto favorisce lo sviluppo della relazione; la compresenza di bambini con età differenti permette ai piccoli di apprendere dai grandi.

  • La figura di riferimento stabile per il bambino e per la famiglia Il bambino è affidato sempre alla stessa agriTATA; questo permette la costruzione di una relazione affettiva stabile e una presenza rassicurante.
  • Il rispetto dei tempi dei bambini

L’agriTATA è attenta all’unicità di ogni bambino e ne stimola lo sviluppo rispettando i tempi di crescita di ciascuno, la linea educativa è basata sul “dare tempo”.

  • La continuità educativa

L’agriTATA riconosce la famiglia del bambino come principale attore educativo e condivide con essa il progetto educativo e la definizione dei bisogni del bambino nel rispetto e nella continuità dei valori e della cultura della famiglia.

  • La flessibilità e la personalizzazione del servizio

Il servizio non ha orari predeterminati ma può essere attivato per tutti i giorni della settimana (inclusi sabato e domenica), secondo le esigenze della famiglia utente e la disponibilità dell’agriTATA.

La rete

L’agriTATA, pur lavorando in casa propria, è in stabile collegamento con le altre agritate del territorio e con la cooperativa “Linfa Solidale”, l’ente gestore del servizio che la sostiene e la supporta nel lavoro. Tale ente garantisce, nei confronti delle famiglie utenti, il mantenimento degli standard qualitativi previsti dal punto di vista ambientale ed educativo.

Quali garanzie offre il servizio?

  • AgriTATE professionalmente formate e costantemente aggiornate.
  • Monitoraggio e verifica delle norme igienico-sanitarie, ambientali e di sicurezza in ambito domestico.
  • Monitoraggio costante del lavoro delle agritate.
  • Disponibilità di una équipe di esperti a disposizione delle agritate e delle famiglie utenti.
  • Supervisione pedagogica e psicologica del servizio.

 

di Francesco Di Iacovo, professore di Economia agraria. Dipartimento di Patologia Animale, Profilassi e Igiene degli Alimenti. Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università di Pisa.

Pubblicato in Agricoltura Sociale
Venerdì, 08 Luglio 2016 07:45

La Cooperazione Sociale Agricola in Italia

La visione parziale del fenomeno dell’agricoltura sociale in Italia è dovuta almeno in parte all’assenza di una definizione univoca di ‘agricoltura sociale’ e all’inclusione in questa categoria imprenditoriale di organizzazioni con caratteristiche e forma giuridica alquanto diversa. In primo luogo risulta quindi necessario cercare di capire cosa intenderemo in questo breve rapporto per agricoltura sociale.

 

Quale definizione?

 

Una prima definizione di agricoltura sociale è stata data dalla Commissione Europea, che si è focalizzata sull’identificazione degli aspetti multifunzionali dell’agricoltura affermando che: “L’attività agricola, oltre a fornire alimenti e fibre, modella il paesaggio, produce benefici ambientali quali la conservazione del suolo, la tutela della biodiversità, la gestione sostenibile delle risorse naturali rinnovabili e contribuisce alla vitalità socio economica di molte aree rurali” (Commissione Europea, 1998). Più recentemente, anche il Terzo Asse del piano strategico nazionale elaborato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha individuato la necessità di promuovere e sostenere le imprese agricole che operano nel campo dell’agricoltura sociale, prestando particolare attenzione al ruolo che queste hanno nel campo terapeutico-riabilitativo, in quello occupazionale-formativo e in quello didattico-culturale.

Guardando alla definizione di Senni (2005, p.10) per agricoltura sociale si intende un “insieme di attività a carattere agricolo, inteso in senso lato (coltivazione, allevamento, selvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, agriturismo, ecc.) con l’esplicito proposito di generare benefici per fasce particolari della popolazione (persone con bisogni speciali, anziani, bambini)”.

Da un confronto immediato delle tre definizioni si nota come il concetto di agricoltura sociale possa essere più o meno esteso: da un elemento di tutela prevalentemente ambientale e paesaggistica di cui beneficia l’intera comunità per la Commissione Europea, ad un’istituzione con prevalente natura sociale e rivolta a specifici gruppi di cittadini nell’accezione italiana di Senna e del Ministero.

Ai fini di questo rapporto, la definizione di agricoltura sociale viene articolata prendendo in considerazione l’oggetto ‘agricoltura’ e l’obiettivo ‘sociale’ e facendo rientrare nella categoria soltanto quelle organizzazioni che rispettano entrambe i criteri. In modo molto intuitivo, la produzione di beni agricoli e il posizionamento dell’organizzazione nel settore agricolo deve risultare criterio identificativo rispetto all’attività. Utilizzando questi criteri, una complicazione che emerge è legata allo stabilire quale percentuale dell’attività/della produzione complessivamente realizzata dall’organizzazione deve essere conseguita per ritenere che l’impresa operi nel settore agricolo. Esistono infatti molte organizzazioni definibili ‘multiprodotto’. Ad esempio, organizzazioni che si dedicano ad attività tra loro complementari e aventi ad oggetto lo stesso prodotto merceologico, ma appartenenti a settori diversi, quali l’agricoltura e l’industria alimentare di trasformazione dei prodotti agricoli. Allo stesso tempoesistono anche organizzazioni che differenziano completamente i propri settori di attività pur conducendo sotto un’unica impresa tutte le branche produttive, come nel caso di imprese che affiancano attività agricole a lavanderie ed attività industriali, o che affiancano la produzione di beni agricoli alla realizzazione di servizi sociali educativi o assistenziali. Sarebbe assai discriminante per queste organizzazioni non tenere presente la loro natura di imprese di agricoltura sociale anche se solo un piccolo nucleo operativo fosse coinvolto in questa attività e le entrate dell’organizzazione fossero determinate prevalentemente da altri settori produttivi. Non esiste quindi per definizione, dal punto di vista dello studioso, un ‘fatturato minimo’ che una impresa sociale agricola debba raggiungere per definirsi tale.

Il carattere ‘sociale’ dell’attività produttiva deve essere invece individuato nelle ricadute che la stessa ha in termini sociali. Se il riferimento fosse a qualsiasi esternalità positiva prodotta dall’organizzazione sulla comunità di riferimento o se l’accezione potesse essere rivolta a tutte quelle organizzazioni che producono beni di interesse e valenza sociale, certamente buona parte delle imprese agricole ricadrebbe in questa definizione. Sarebbero infatti incluse tutte quelle organizzazioni che producono alimenti biologici, innovando le tecnologie ed i processi per diminuire l’impatto ambientale, rivalorizzando aree abbandonate o non produttive, impiegando soggetti in territori a bassa occupazione e ad alta presenza di soggetti con bassi livelli di scolarizzazione, o ancora affiancando l’attività agricola a quella di educazione alimentare e al consumo.

In maniera più restrittiva, ci possiamo riferire invece a quelle imprese che sono sociali secondo quanto definito anche a livello giuridico dal D.Lgs. 118/2005, perché “esercitano in via stabile e principale un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale” dove i servizi di utilità sociale sono riferiti, oltre che ai settori tradizionali dei servizi soci-educativi e sanitario-assistenziali, a tutti quei settori di attività (compreso il settore agricolo quindi) in cui l’organizzazione si occupi comunque dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Adottando perciò la definizione di impresa agricola sociale come impresa sociale attiva nel settore dell’agricoltura, si giungono ad isolare, per requisiti giuridici, le sole imprese agricole:

  • in cui l'attività agricola è funzionale alla realizzazione di servizi di utilità sociale, educativa, riabilitativa, ricreativa e al soddisfacimento dei bisogni di categorie di soggetti deboli
  • in cui i lavoratori svantaggiati rappresentano almeno il 30% dei lavoratori impiegati a qualunque titolo nell’azienda, dove sono identificati come soggetti svantaggiati i lavoratori di cui dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera f), punti i), ix) e x), del regolamento (CE) n. 2204/2002 della Commissione, 5 dicembre 2002, della Commissione relativo all'applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato CE agli aiuti di Stato a favore dell'occupazione; ed i lavoratori disabili ai sensi dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera g), del citato regolamento (CE) n. 2204/2002;
  • che presentano per statuto l’assenza di scopo di lucro e che quindi non realizzano alcuna forma di distribuzione diretta o indiretta degli utili ai propri stakeholder ma destinano gli avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o all’incremento del patrimonio;

 

e per il rispetto dei requisiti scientifici (come definiti ad esempio dal gruppo EMES):

  • che gestiscono un’iniziativa collettiva;
  • che hanno come obiettivo esplicito la promozione del benessere di una collettività o di uno o più specifici gruppi di persone (socie o non socie) anche attraverso un'esplicita funzione distributiva;
  • la cui forma proprietaria e le cui modalità di gestione sono coerenti con l’obiettivo sociale e prevedono quindi assetti multistakeholder, livelli di partecipazione e coinvolgimento dei principali stakeholder dell’organizzazione(lavoratori e utenti per definizione anche giuridica), rendicontazioni non solo contabili ma anche sociali; tutti elementi in grado di garantire che le relazioni contrattuali e fiduciarie siano coerentemente strutturate rispetto all’obiettivo.

 

Se adottiamo questa definizione di impresa agricola sociale o di impresa sociale agricola, stiamo focalizzando la ricerca su quelle organizzazioni che: (i) svolgono un’attività imprenditoriale, i.e. economicamente e finanziariamente sostenibile, escludendo quindi organizzazioni soprattutto non profit che svolgano esclusivamente funzioni di advocacy e tutela ambientale e legata ai settori di interesse; (ii) che possono avere forma giuridica diversa, includendo prevalentemente le cooperative sociali, ma anche imprese e famiglie agricole, associazioni di volontariato e strutture pubbliche; (iii) che presentano un forte legame con le attività sociali e di conseguenza sono produttrici dirette di servizi sociali (educativi, terapeutici, ecc.) o produttrici responsabili di attività di inserimento formativo e occupazionale. Ciò indipendentemente dal tipo di attività specifica che esse conducono, dalla modalità con cui le imprese si approcciano al mercato finale della commercializzazione e, almeno in parte, dalla tipologia di prodotto che esse producono.

Dall’analisi del contesto italiano e da una survey della letteratura esistente sulle origini del fenomeno, emerge chiaramente che la maggior parte delle imprese agricole sociali sono state costituite sia attraverso l’apertura di imprese private e famiglie agricole ai temi della socialità e in particolare al tema dell’inserimento di soggetti svantaggiati e alla promozione di attività a beneficio di bambini, anziani, e persone problematiche, sia attraverso l’estensione dell’attività di cooperative sociali verso il settore agricolo. Quest’ultimo caso rappresenta, da una parte, un importante esempio evolutivo delle dinamiche imprenditoriali collettive e, dall’altra, il gruppo più chiaramente identificabile di imprese sociali agricole, considerando che i dataset camerali permettono, come si avrà modo di esplicitare nella parte metodologica, di incrociare le informazioni sul settore di attività con quelle sulla denominazione dell’organizzazione equindi con la sua dimensione sociale.[1] Per questi motivi, il paragrafo seguente introduce i principali tratti della cooperazione sociale italiana.

 

La cooperazione sociale: ruolo ed articolazione

Quello della cooperazione sociale è un fenomeno sviluppatosi a partire dagli anni ’80 come iniziativa auto-promossa da gruppi di cittadini per rispondere ad una domanda insoddisfatta di servizi di interesse sociale e esercitata prevalentemente da classi deboli di soggetti. Il ruolo delle cooperative sociali è quindi ben identificato fin dalle loro origini: essere organizzazioni produttive, differenziandosi così dalle molte organizzazioni non profit di sola advocacy o con esclusiva funzione redistributiva, e offrire servizi alle persone svantaggiate dal punto di vista economico e sociale. Esse vengono quindi ad assumere un ruolo fondamentale in quei settori di attività in cui la sola presenza dell’offerta pubblica di servizi era caratterizzata da standardizzazione e rigidità, in cui vi era incapacità di rispondere ad esigenze specifiche e all’emergere di una nuova domanda di servizi da parte delle cosiddette nuove povertà. Esse vengono inoltre a contrapporsi alle logiche di prezzo e di profitto che caratterizzano il mercato e gli attori privati for-profit, cercando di ricorrere anche a logiche diverse di assegnazione dei beni e in particolare ricorrendo alla discriminazione di prezzo ovvero all’erogazione di beni gratuiti o semigratuiti alle persone più bisognose grazie al ricorso a donazioni, lavoro volontario e alle logiche di non distribuzione dei profitti.

Se l’iniziativa nasce come movimento spontaneo, la forma giuridica viene al contrario esplicitamente riconosciuta con la legge 381/1991 istitutiva delle cooperative sociali. La normativa prevede che tali organizzazioni possano esercitare attività diverse e distingue a tal fine tra cooperative sociali di “tipo a” se l’attività principale riguarda la gestione di servizi socio-assistenziali ed educativi, e cooperative di “tipo b” per lo svolgimento di attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art.1).

La cooperazione sociale è così venuta negli anni a caratterizzarsi e ad acquisire interesse agli occhi di studiosi e policy maker sia per il continuo sviluppo e la forte crescita, con un conseguente rilevante impatto sociale, sia per la varietà delle attività da esse prodotte.

L’evoluzione del fenomeno è stata, come accennato in precedenza, consistente a partire proprio dagli anni ’90 grazie anche al riconoscimento giuridico intervenuto. I dati più recenti rilevati attraverso l’Osservatorio Euricse e le banche dati Aida contano la presenza in Italia a fine 2008 di 13.938 cooperative sociali, numero quasi raddoppiato rispetto alla precedente rilevazione Istat del 2005. Il loro impatto in termini occupazionali risulta molto elevato, con più di 317.000 lavoratori dipendenti complessivamente, per una media di 23 lavoratori a cooperativa e l’impiego in media di 530 soggetti ogni 100mila abitanti a livello nazionale. Se la dispersione territorialedelle cooperative sociali evidenzia un'elevata presenza al Nord-est (con quasi 3100 cooperative sociali), la crescita è stata comunque molto significativa negli ultimi anni soprattutto nel Sud e Isole, dove oggi si concentra il 43,3% del totale delle cooperative sociali, anche se la loro dimensione media è tale per cui complessivamente esse impiegano solo il 20,7% dei lavoratori del settore.

Distinguendo per settore di attività prevalente in cui le cooperative sociali operano, è possibile approssimare la distinzione delle cooperative sociali per tipo A e B. Emerge così che il 54,4% delle cooperative sociali opera certamente nei settori assimilabili alle attività delle cooperative sociali di tipo A, quali sanità e assistenza sociale, istruzione e attività artistiche, sportive e di intrattenimento. Le restanti cooperative svolgono la loro attività prevalente in altri settori, ma è prevedibile che spesso il settore d’attività prevalente dichiarato celi la natura di imprese produttrici contemporaneamente di beni e di servizi a soggetti svantaggiati.

Per definizione tipologica, sono le cooperative di tipo B le uniche a poter svolgere in maniera prevalente attività nel campo agricolo. Tuttavia, per queste realtà di cooperazione sociale agricola sono disponibili poche informazioni. Innanzitutto, l’ultima indagine approfondita Istat risale al 2003 e la banca dati Euricse rappresenta l’unica e più completa raccolta di informazioni economico-finanziarie e territoriali su queste organizzazioni. In secondo luogo, non sono state condotte analisi specifiche su queste organizzazioni, ma si dispone solamente di dati campionari che finora non sono stati sfruttati per verificare differenze nei settori di attività (ne è esempio la ricerca ICSI2007 promossa dall’Università di Trento in partenariato con altre università italiane).

Infine, la cooperazione sociale agricola presenta un potenziale interessante sotto molteplici punti di vista: (i) la capacità di recuperare in tempi più brevi e con migliori risultati i soggetti disabili (soprattutto psichici), grazie al rapporto con la natura e allo svolgimento di attività non alienanti; (ii) la capacità di trovare nel settore agricolo un settore proficuo e fonte di ricavi di natura privata, che renderebbe le cooperative sociali indipendenti dall’ente pubblico, e che permetterebbe di agire nel lungo periodo, trattandosi comunque di un settore a ridotta competitività, caratterizzato dalla scarsità di manodopera e con crescita della differenziazione di prodotto (con attenzione dei consumatori al biologico, al marchio, alla territorialità dei prodotti); (iii) la possibilità di realizzare partnership con organizzazioni cooperative non sociali e con produttori agricoli per il collocamento dei soggetti inseriti al termine del periodo formativo.

Su questi ed ulteriori spunti di riflessione si sta orientando l’attività di ricerca, ma risulta essenziale dare una quantificazione della cooperazione sociale agricola come forma più sviluppata e riconosciuta di impresa sociale agricola, quantomeno come punto di partenza per analisi più approfondite.

Non così facile sarebbe identificare invece le imprese o famiglie agricole con ruolo sociale, poiché in questo caso i registri camerali non permettono di discriminare le imprese agricole non cooperative per natura sociale della loro attività individuando quelle che si occupano di attività educative o di formazione-inserimento lavorativo di fasce deboli.



di EURICSE (Studio condotto per conto diINEA – Istituto Nazionale di Economia Agraria)

Pubblicato in Agricoltura Sociale
Giovedì, 07 Luglio 2016 16:03

Palata, coltivano canapa per uso industriale

In territorio di Palata da oltre un anno è partito il progetto Sativa Molise. Si tratta di una mega piantagione di canapa industriale, una pianta che ha la stessa forma della marjuana - per farla breve - ma non ha tassi di cannabinoidi o sostanze psicotrope tali da vietarne l’utilizzo. Tutto regolare e autorizzato nella distesa di centinaia di migliaia di piante. Rosario Scotto, presidente dell’associazione, ha illustrato il progetto. Grazie a questo investimento si potranno produrre farina e olio alimentare, fibre tessili e materiali per l’edilizia. Non manca l’impatto ambientale ed ecosostenibile.

Pubblicato in News
Giovedì, 07 Luglio 2016 15:32

L'impresa sociale, il motore del cambiamento

L’ultimo censimento ISTAT ha evidenziato come il Terzo Settore sia il comparto più dinamico dal punto di vista occupazionale.

In dieci anni il numero delle cooperative sociali è raddoppiato raggiungendo le 12.000 unità e 365.000 addetti, 35.000 sono persone delle categorie svantaggiate di cui la metà sono disabili, seguiti dai malati psichici, tossicodipendenti, alcoldipendenti e detenuti,, più altri 20.000 addetti considerati categoria svantaggiate ai sensi del Regolamento CE 800/2008 (nuove povertà: giovani ed ultracinquantenni disoccupati, famiglie a basso reddito).

Il fatturato aggregato si attesta sui 12 miliardi di euro dii servizi resi a 7 milioni di cittadini, coinvolgendo più di 40 mila volontari.

Il saldo occupazionale in 10 anni delle cooperative sociali, su quello complessivo nazionale, è del 38%.

 

Ma la crisi che stanno attraversando i servizi del welfare, riguardaprincipalmente la spesa pubblica e l’efficienza delle politiche pubbliche, ma anche lacapacità di mettere in relazione la domanda con l’offerta, adeguando quest’ultima all’aumentoe alla richiesta di differenziazione della prima.

Con la domanda di servizi, i cittadinichiedono oggi di unire criteri di equità, efficacia ed efficienza.

La Pubblica Amministrazione, nella visione della Social Innovation, si occupadel primo criterio (equità), mentre gli altri due dovrebbero essere terreno di competizioneper le realtà organizzate, attive nello spazio sociale.

 

L’impresa economica profit può garantireefficienza, ma rappresenta una formula organizzativa poco efficace per rispondere abisogni collettivi ad alto contenuto simbolico e relazionale. Viceversa l’impresa sociale si è dimostrata una formula organizzativa che può competere sulpiano simbolico, adottando anche criteri di economicità perché agisce su un concetto dimercato più ampio di quello tradizionale, basato sul solo criterio di profitto economico.

 

Anche la crisi economica globale ha presentato una sfida ancora maggiore per il nostro modo di affrontare i bisogni umani più basilari della società. 

E’ drasticamente diminuita la spesa nei sistemi di welfare pubblici dei Paesi occidentali e, di conseguenza, l’Impresa Sociale (Social Entrepreneurship) e l’Innovazione Sociale(Social Innovation) sono visti come un’opportunità per affrontare le questioni sociali in presenza di risorse pubbliche limitate.

Ma la crisi economica ci pone di fronte a domande sempre più complesse sullo sviluppo economico, la salvaguardia dei posti di lavoro e il rilanciodella competitività.

 

Come può un modello imprenditoriale, quale è quello dell’impresa sociale che coniuga criteri di produttività con finalità sociale contribuire al rilancio dell’economiae, più nello specifico, far ripartire lo sviluppo sia in termini economici che sociali?

Nella visione della sussidiarietà cooperativa o sussidiarietà circolare non si tratta di sostituire o sottomettere un modello in sofferenza, quello della piccolaazienda profit, a un altro modello, quello dell’impresa sociale, che è in fase di sviluppo.

Si vuole piuttosto valorizzare e arricchire il sottosistemaeconomico e quindi il mercato con modalità del fare impresa innovative e complementariai modelli tradizionali.

Le caratteristiche, i punti di forza del modello di impresa sociale sono stati più volte richiamati:

flessibilità, attenzione agli aspetti relazionali e motivazionali, sviluppo del capitale

umano, dimensione fortemente localistica, organizzazione multi-stakeholder.

Valorizzando questi aspetti, la disciplina dell’impresa sociale come delineatanel d.lgs. 155/2006 può essere opportunamente utilizzata  nell’ambito delle politicheindustriali e delle politiche del lavoro. In tale direzione, in questo ultimo anno sonostati avviati alcuni progetti sperimentali che riguardano lo sviluppo di imprese sociali comeforme di accompagnamento alla riconversione di piccole aziende profit in crisi e/o comestrumento per la ripresa del mercato del lavoro. Tali imprese sociali sono state definite “save company”.

 

A livello nazionale, il D. Lgs. n. 155 del 2006, in attuazione della L. D. n.118 del 13 giugno 2005, ha introdotto nel nostro ordinamento l’impresa sociale, la quale non è un nuovo soggetto di diritto, bensì una nuova veste giuridica finalizzata a costituire uno strumento di unione per due categorie di enti giuridici in apparenza dicotomici, importando il concetto di imprenditorialità quale elemento strutturale degli enti senza scopo di lucro. L’iter legislativo si è concluso nel gennaio del 2008 con l’emanazione dei decreti necessaria dare attuazione alla disciplina dell’impresa sociale. In particolare, i quattro provvedimenti in questione riguardano:

  • la definizione dei criteri quantitativi per il computo della percentuale dei ricavi complessivi dell’impresa;
  • la definizione degli atti che devono essere depositatipresso l’ufficio del registro delle imprese;
  • le lineeguida per la redazione del bilancio sociale;
  • le lineeguida relative alle operazioni straordinarie.

 

In tal modo, il settore non profit viene dotatodi uno strumento caratterizzato da una maggiore soliditàe viene introdotto il concetto di imprenditorialità qualeelemento strutturale degli enti senza scopo di lucro. Ilconcetto di “impresa”si associa quasi sempre a un’attivitàdi tipo commerciale, finalizzata all’esclusivo soddisfacimentodegli interessi dei soggetti che ne detengonoil capitale. L’istituto dell’impresa sociale dimostra comenon è affatto scontato che ogni impresa debba inevitabilmenteuniformarsi all’esclusivo obiettivo della ricercadel massimo profitto. Una concezione che cristallizza unanecessità ampiamente diffusa nel terzo settore e che rappresenta un passaggio cruciale nella marcia di avvicinamentodegli enti senza scopo di lucro al “mercato” e che,oggi, trova ulteriore consenso nel mondo politico e nellasocietà civile.

 

Non per ultima, l’Unione Europea che con la Dichiarazione di Strasburgo del 17 gennaio 2014 afferma che “Occorre reinventare il modello economico e sociale europeo: abbiamo bisogno di una crescita più equa e più verde, radicata nei territori, di un modello che valorizzi la coesione sociale come autentica fonte di benessere collettivo.Le imprese sociali sono riconosciute quale veicolo di coesione sociale ed economica in tutta Europa poiché contribuiscono a creare un'economia sociale di mercato pluralista e resiliente. Partendo dai punti di forza di una lunga tradizione in materia di economia sociale, gli imprenditori sociali rappresentano anche un motore del cambiamento, in grado di trovare soluzioni innovative alle grandi sfide odierne. Agendo nell'interesse generale, creano posti di lavoro, forniscono prodotti e servizi innovativi e promuovono un'economia più sostenibile. Grazie ai valori di solidarietà e responsabilizzazione su cui si fondano, sono artefici di opportunità e speranza per il futuro.”

 

Esperienze in Italia

In Italia sono numerose e sempre in dinamica evoluzione le esperienze innovative che, in controtendenza, sono oggi in crescita e producono reddito, posti di lavoro, benessere sociale.

Numerose le esperienze di piattaforme on line di servizicollaborativi (sharing economy), di green economy, upcycling (riciclo creativo), coworking o di filiera alimentare che coinvolge carcerati e disabili (agricoltura sociale).

Numerose anche le testimonianze di cooperazione tra imprese sociali e Pubblica Amministrazione come quella tra AEres e il Comune di Venezia che hanno stipulato un Patto di Sussidiarietà attraverso il quale il Comune di Venezia riconosce ad AEres una funzione pubblica in termini di promozione, sostegno e valorizzazione dell’economia sociale e solidale in città. AEres nasce nel 2008 al termine di un percorso avviato dal Comune di Venezia per agevolare lo sviluppo sinergico e la collaborazione dei soggetti che operano nell’ambito dell’economia etica nel territorio veneziano, perseguendo la costruzione di una Rete di Economia Solidale (RES) e la creazione di condizioni idonee alla nascit adi un distretto di Economia Sociale veneziano. Possono aderire ad AEres soggetti collettivi privati o pubblici (di natura economica e non) ed imprenditori individuali che pratichino, nel territorio della provincia di Venezia, attività che attengono agli ambiti dell’altra economia, che si impegnino a realizzare attività socialmente utili.

 

Un altro esempio con la PA sono le attività progettuali in fase di sperimentazione nella regione Lombardia sono state organizzate in due direzioni.

La prima si concentra su azioni di spin-off organizzativo imprenditoriale da parte dell’impresa sociale verso l’azienda profit. In tale contesto ciò avviene mediante modalità basate sulla trasformazione del vecchio assetto proprietario delle imprese in azionariato allargato alla partecipazione dei lavoratori, per svolgere servizi accessori alla stessa impresa o per avviare ex novo attività di esternalizzazione di attività produttiva.

La seconda attività progettuale in fase di sperimentazione, riguarda più nello specifico il ruolo dell’impresa sociale come strumento innovativo di ammortizzatore sociale. Tale attivitàha come beneficiari diretti i lavoratori a rischio di espulsione dal mercato del lavoro in seguito alla crisi della loro azienda profit. A tali lavoratori, mediante forme di partenariato tra imprese sociali e le stesse aziende di appartenenza, vengono proposte attività tesealla riqualificazione professionale e al ricollocamento lavorativo, senza uscire dal mercato del lavoro.

Si propone così una tipologia di relazione del tutto nuova tra impresa profit, non profit e amministrazione pubblica.

Viene capovolta completamente la logica delle esperienze sinoad ora maturate nell’ambito della collaborazione profit/non profit, basate sul sostegnofinanziario e di gestione manageriale che le profit offrono alle non profit per la realizzazionedi progetti nell’ambito sociale.

Al contrario, l’impresa sociale si propone all’impresa profitin crisi entrando nella gestione economica dei costi e ricavi dell’azienda.

 

Notevoli anche i risultati ottenuti nei progetti di azioni dal basso per nuovispazi pubblici come L’ExFaddadove il comuneSan Vito dei Normanni in provincia di Brindisi, ha messo a disposizione di una cordata di organizzazioni locali, attive nei campi dellacomunicazione, della cultura e del sociale, uno stabilimento enologico abbandonato da50 anni. Oggi lo spazio (di 4 mila mq al coperto ed oltre un ettaro di giardino) viene cogestito da organizzazioni che lo stanno trasformando inun centro per la creatività, l’aggregazione e l’innovazione sociale.

L’ExFadda è stato inaugurato “a basso regime” nell’autunno 2010, con l’aperturadi un nido per l’infanzia e di un caffè. A seguito dei lavorisono stati riqualificati e resi funzionali circa 2 mila mq di struttura.

 

La RES - Rete di economia sociale” di Caserta,invece, è sostenuta dalla Fondazione Con il Sudche ha attuato un partenariato di 32 soggetti (pubblici eprivati), con i quali s’intende promuovere e sperimentare, su una porzione del territoriocasertano, un modello di sviluppo locale integrato.

Le imprese, attraverso il Contratto “Rete di imprese per lo sviluppo locale” (ai sensi della normativa L. 99/09 e 122/10 e s.m.i.) si impegnano a collaborare e coordinare le proprie attività con le organizzazioni che utilizzano i beni confiscati alla criminalità organizzata, scambiandosi informazioni e prestazioni di natura industriale, commerciale,tecnica ed esercitando in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa. Per realizzare il programma le parti contraenti stanno istituendo un fondo patrimoniale comune, finalizzato sia a sostenere iniziative sociali, sia a sperimentare la creazione di un fondo di garanzia per il micro credito per soggetti svantaggiati e/o immigrati anche in un’ottica di avvio d’impresa sociale.

La stessa Fondazione Con il Sud promuove a livello nazionale numerose iniziative volte allo sviluppo dell’impresa sociale come in Campania con il progetto “Liberare la speranza”che prevede percorsi di orientamento e accompagnamento al lavoro per ex-detenuti, con un'agenzia interinale, e l'attivazione di Housing Sociale con il coinvolgimento delle famiglie o “Pescaturismo con i ragazzi di Napoli” che intende invece offrire opportunità lavorative che portino a costituire una cooperativa per la promozione del territorio attraverso il mare e il pesca turismo, formando manodopera nell'ambito cantieristico navale; in Sicilia sarà avviato il progetto “Oltre i confini” per favorire l'inserimento socio-lavorativo, con tirocini formativi, sperimentazioni di percorsi personalizzati di occupabilità presso la rete delle cooperative e delle fattorie sociali siciliane, o il progetto “Buoni dentro…e fuori” per la costituzione di un'impresa sociale con 10 detenuti che si occuperà della produzione e trasformazione delle farine di cultura biologica in pasta secca; sono previsti inoltre laboratori di arte-terapia per i figli dei detenuti. 



 

Secondo una ricerca delle Camere di Commercio del 10 febbraio 2014 la Regione Lazio è la terza Regione in Italia per start-up innovative (169) dopo Lombardia (328) ed Emilia Romagna (176).

Notevoli sono infatti le esperienze regionali maturate in questi ultimi anni come il coworking che permette di unire il bello del lavoro indipendente (la flessibilità, l’autonomia) e il piacere di condividere ciò che si fa e si sa con altri professionisti. È uno spazio personale in un ambiente aperto che supera la tradizionale idea di “ufficio" od “incubatore” e che spinge le persone che condividono inevitabilmente anche tempo,  interessi, esperienze e knowhow; o le tagesmutter(che in tedesco significa “mamma di giorno”) donne opportunamente formate che accudiscono presso il proprio domicilio un numero di bimbi aventi un’età compresa tra i 6 e i 36 mesi. In Germania questa professione è svolta comunemente anche da uomini (tagesvater) e, come in Inghilterra, Irlanda (childminders) ed in Francia (nourricespartagées), è totalmente istituzionalizzata, prevedendo l’iscrizione ad appositi albi.

 

Anche il Turismo Sociale da anni è promosso da imprese sociali che hanno come finalità principalmente il benessere dei “clients”, categorie svantaggiate come anziani, giovani,, disabili e nuove povertà e che sono maggiormente caratterizzate da attori del non profit (Associazioni, Cooperative) che cercano un sistema di promozione, marketing ,comunicazione e reddito, pari alle aziende profit che si occupano di turismo.

 

Nella Regione Lazio, inoltre, si è sviluppata l’Agricoltura Sociale che ha promosso centinaia di nuove realtà “agricolo-sociali”, le fattorie sociali, imprese sociali innovative, impegnate nella produzione agricola, prevalentemente biologica, un settore in netta controtendenza con un +58% in 10 anni (Nomisma, 2013), e nella erogazione di  servizi alla persona innovativi e d’inserimento lavorativo per le categorie svantaggiate.

 

La ricerca delle possibili fonti di reddito delle cooperative sociali di produzionee lavoro che operano in agricoltura costituisce la premessa necessaria alla valutazionedella sostenibilità economica di un’impresa agricola che si pone l’obiettivosociale riabilitare, formare ed occupare dei membri della classe svantaggiata. Tali realtàrappresentano lo strumento attraverso cui le capacità terapeutiche e riabilitativedelle attività agricole si coniugano e si integrano con la conduzione di attività produttive rivolte al mercato.

La componente produttiva e commerciale, oltretutto, è anche funzionale allo svolgimento ed ai risultati di quella sociale, in quanto, consente ai soggetti svantaggiati di confrontarsi con il mondo esterno e di percepire il valore oggettivo del loro impegno lavorativo. D’altro canto non va ignorato il contributo alla vitalità economica dell’impresa assicurato dalla remunerazione ottenuta per lo svolgimento della funzione sociale; questa può tradursi nel sostegno degli enti pubblici responsabili dell’assistenza e del recupero dei disabili, nell’accesso a finanziamenti per la formazione e l’occupazione di lavoratori svantaggiati e nella promozione commerciale del contenuto sociale dei prodotti agricoli.

Il miglioramento della qualità dei servizi erogati alle categorie svantaggiate nelle fattorie sociali, ha evidenziato che alla produttività e all’efficienza si uniscono, elevate prestazioni di cura e riabilitazione.

Dai dati raccolti dall’Università di Pisa e A.R.S.I.A. per la Toscana e dall’Università della Tuscia di Viterbo per il Lazio ed I.N.E.A., sono emerse le caratteristiche della ricaduta sociale/territoriale dei progetti e servizi creati dall’agricoltura sociale sulla comunità locale:

  • i servizi erogati consentono di allargare tipologia e gamma dei servizi diffusi sul territorio, anche a fronte di una riduzione delle risorse disponibili per finanziare i sistemi di welfare;
  • consentono di stabilire nuove reti multi-stakeholders promuovendo la rigenerazione del capitale sociale ed accrescendo la reputazione di questi territori;
  • favoriscono la presa in carico e la responsabilità degli operatori privati rispetto alla comunità locale, stimolando la rivisitazione dei concetti di accoglienza, reciprocità e apertura che rendono le aree rurali attraenti dall’esterno;
  • assicurano la tessitura di legami improntati sulla responsabilità sociale, dell’imprese e della comunità locale;
  • realizzano specifici servizi di prevenzione e cura improntati sulla valorizzazione di risorse specifiche, immediate.

 

In conclusione, si ritiene opportuno promuovere alcune misure di sistema allo scopo dii implementare il settore dell’Imprenditoria e dell’Innovazione Sociale quali: 

  • raccolta e divulgazione delle best practicesed implementazione della Rete delle Imprese Sociali del Lazio attraverso un Festivalsull’Innovazione e sull’Impresa Sociale con la partecipazione di università, centri studi, amministratori pubblici, attori del Terzo Settore ed imprenditori sociali, allo scopo di sviluppare una rete che sarà funzionale per tutto il struttura socio-economica e del welfare regionale. Il coinvolgimento di una pluralità di soggetti individuali e collettivi rappresenta infatti il principale elemento distintivo dell’impresa sociale ed anche la normativa, del resto, definisce questa forma d’impresa per il fatto di coinvolgere alcuni interlocutori chiave come i prestatori d’opera (lavoratori e volontari) e i beneficiari dei servizi (utenti e loro reti sociali);
  • azioni di promozione e finanziamento dell’agricoltura sociale allo scopo di far sviluppare le esperienze più innovative d’imprenditoria agricolo-sociale; 
  • promozione e sviluppo delle imprese sociali femminili attraverso la creazione di uno piattaforma lavorativa che diventi un vero e proprio laboratorio di coworking, la creazione di nuove imprese sociali femminili e uno spazio Agorà di promozione per la commercializzazione dei prodotti delle artigiane e delle donne imprenditrici;
  • sostegno alle imprese sociali del settore del turismo sociale attraverso la creazione di una rete di sostegno alle imprese e di un marchio di qualità per le imprese che aderiranno alla rete. Si considera di notevole importanza inoltre sviluppare eventi culturali sul territorio nazionali ed internazionali allo scopo di diffondere il turismo sociale nel Lazio.

di Massimo Testa (La Canaperia Italiana)

Pubblicato in Agricoltura Sociale

I mercati lasciati a se stessi stanno provocando effetti deleteri per il bene comune e la coesione sociale e le istituzioni mostrano tutta la propria debolezza non solo nel regolarli, ma anche nel varare gli interventi necessari per ridurre il debito pubblico e promuovere la  crescita economica. L’Italia è tra i paesi maggiormente coinvolti da questa morsa; e, ancora una volta, è il vincolo europeo a costringerla ad adottare le misure urgenti per evitare la totale perdita di controllo dei conti pubblici e la prospettiva di un declino ineluttabile.

La crisi economica e finanziaria interagisce con l’aumento e la volatilità a livello globale del prezzo del cibo che, insieme alla crescita abnorme della popolazione mondiale e ai cambiamenti climatici, contribuiscono ad aumentare il numero delle persone denutrite. Tra le cause dell’innalzamento dei prezzi degli alimenti va considerata innanzitutto la lievitazione della domanda di petrolio, una risorsa necessaria allo sviluppo economico dei paesi emergenti. L’aumento della domanda di combustibile nell’ultimo periodo ha reso generalmente più costoso l’utilizzo di questa fonte energetica per impiegare le macchine nei processi produttivi agricoli, creare la base chimica nella produzione di fertilizzanti e pesticidi e trasportare le derrate, determinando un’impennata dei prezzi dei prodotti. Mettendo insieme la capacità di fabbricare la fertilità dei suoli con la possibilità di convogliare le derrate alimentari verso nazioni la cui sopravvivenza dipende dalle importazioni e considerando che, entrambe queste funzioni, si siano rette in questi ultimi cinquant’anni su risorse energetiche abbordabili, alcuni osservatori ritengono l’attuale sistema alimentare del tutto insostenibile in un mondo caratterizzato da costi energetici elevati e dipingono il futuro prossimo con tinte inquietanti.

Per affrontare nodi siffatti, ci vorrebbe una politica globale del cibo e della sicurezza alimentare che presuppone una capacità dei diversi paesi di mettere da parte interessi egoistici, evitare divisioni e sovrapposizioni nelle sedi internazionali e dotarsi di regole e strumenti efficaci nell’ambito di una nuova organizzazione dei mercati agricoli e finanziari. Il tentativo della presidenza francese del G20 di raggiungere un accordo globale sulla sicurezza alimentare al summit di Cannes non sembra andare a buon fine. Mancano del tutto indicazioni precise per istituire una governance delle diverse politiche: scongiurare la speculazione finanziaria; stabilizzare i mercati alimentari globali e l’estrema volatilità dei prezzi agricoli; coordinare gli incentivi delle diverse fonti energetiche rinnovabili; porre un freno all’accaparramento di terreni da parte di paesi emergenti in Africa, in Sud America e ora anche in Islanda; sostenere finanziariamente le politiche agricole dei paesi in via di sviluppo e prevedere regole di mercato e liberalizzazioni differenziate per le diverse macroaree, a seconda del livello di sviluppo conseguito. L’Unione europea sta definendo le proprie politiche future e la sua preoccupazione prevalente è quella di ridurre il meno possibile le risorse pubbliche e i meccanismi protezionistici per la propria agricoltura, senza mostrare interesse alcuno a guidare un processo di rafforzamento delle regole e degli strumenti per coordinare le diverse politiche globali. L’Italia, alle prese con le continue emergenze, non sta dando alcun contributo al dibattito pubblico nelle sedi internazionali, sebbene il Senato abbia discusso il tema e approvato mozioni che affrontano organicamente i suoi vari aspetti.

Le diverse crisi che si vanno intrecciando sono principalmente dovute al calo di quelle risorse indispensabili per il buon funzionamento sia del mercato che delle istituzioni, che sono la fiducia, la collaborazione, lo spirito di coesione, la solidarietà. Ma noi siamo soliti guardare al mercato e allo stato come se questi istituti fossero primordiali e non invece frutto dell’iniziativa di persone che vivono in società. E’, dunque, la società civile, intesa come insieme di corpi intermedi organizzati (associazioni di cittadini, associazioni professionali, cooperative, autonomie funzionali, organizzazioni non governative, fondazioni, ecc.), il luogo dove si crea quel capitale sociale che costituisce il presupposto per la nascita e il corretto funzionamento sia del mercato che dello stato (inteso anche come sistema politico) a salvaguardia di una democrazia liberale anziché dispotica.  Un luogo non spaziale ma fatto di relazioni sociali e di qualità relazionali che si costituiscono sulla base di un impulso valoriale non egoistico. Relazioni fatte di amicizia e fiducia che devono sempre andare di pari passo con la responsabilità. La responsabilità è l’obbligo di rendere conto agli altri di quel che si fa e di come lo si fa; è rispondere ai bisogni e alle richieste dell’altro. Se l’amicizia si imposta solo sul vantaggio reciproco e non sul mutuo aiuto è destinata ad estinguersi. Se viceversa l’amicizia si alimenta di fiducia e responsabilità si accresce anche il senso di fraternità. Quando le relazioni si formalizzano e non sono più fraterne tendono a svanire nella loro essenza più profonda.

Tra le cause dell’attuale crisi economica e finanziaria c’è da annoverare anche la riduzione della scienza economica ad una sorta di pseudo-psicologia dei comportamenti ottimizzanti, ignorando che la condotta dell’uomo è fortemente influenzata non solo dalla ricerca del profitto e da motivazioni materiali ma anche da istituzioni, culture, valori, norme etiche e relazioni sociali che conformano la società in cui vive. Al riduzionismo utilitarista va, infatti, attribuita in buona parte l’incapacità dell’economia di far presa sui grandi problemi che affliggono la nostra società: l’aumento delle disuguaglianze, il degrado ambientale, il tendenziale svuotamento della democrazia, l’aumento dell’esclusione sociale, la perdita di senso delle relazioni interpersonali, la diminuzione della felicità pubblica pur in presenza dell’aumento dei livelli di reddito pro capite. La teoria economica è ferma all’economia fordista, in cui l’imprenditore persegue il suo obiettivo in modo individualistico, costruendo relazioni esclusive coi propri fornitori e clienti, e non sa cogliere la capacità di sviluppo che si ottiene generando valore attraverso la costruzione di reti di relazioni. Ma continuare pigramente a leggere con la lente del riduzionismo utilitarista anche la società post-fordista non ci fa valutare i rischi gravissimi che comporta la spersonalizzazione esasperata degli scambi economici e le grandi opportunità che invece sono insite in una società civile vivida.  

 

L’eclisse della società civile

E’ indubbio che dalla formazione dello stato unitario il nostro paese ha registrato una lunga fase di crescita simultanea dello stato e del mercato e un’eclisse della società civile che ancora perdura. Tale eclisse è dovuta ad una pluralità di fattori culturali molto importanti.

Dal medioevo alla modernità l’Italia aveva conosciuto una straordinaria fioritura della società civile: i movimenti religiosi nel medioevo e poi nella modernità sono stati fattori formidabili di innovazione sociale e civile in ambiti ben più complessi della sola dimensione di fede. Basti pensare ai monti di pietà o al movimento del credito cooperativo e popolare che ad essi ha fatto seguito; alle confraternite o alle chiese ricettizie; alle misericordie  o alle società di mutuo soccorso. A siffatte pratiche solidali andrebbero aggiunte quelle legate ai domini collettivi, agli usi civici e ai consorzi di bonifica su vasti territori agricoli. Tutta questa fioritura di istituzioni era autenticamente società civile.

Con la rivoluzione liberale e con il Risorgimento, in Italia ci fu giustamente una forte reazione contro la chiesa istituzione, che di fatto impediva la modernizzazione degli assetti sociali e istituzionali. Ma in questo moto liberatorio  venne condannata a scomparire anche gran parte della società civile che si richiamava culturalmente a idealità religiose e, tuttavia, spesso non aveva alcun legame gerarchico con la chiesa. In nome della laicità si dette vita in sostanza al fenomeno dello statalismo. Similmente ci fu anche una forte reazione contro la proprietà collettiva - come forma differenziata di possesso dei beni rispetto alla proprietà pubblica e a quella privata -  ritenendola a torto un residuo feudale che avrebbe impedito lo sviluppo economico. Sicché, i domini collettivi e i demani civici di proprietà delle popolazioni native, utilizzati per rispondere ai bisogni primari dei ceti rurali più poveri, vennero per gran parte privatizzati, al fine di tentare la formazione di una borghesia agraria, o incamerati dallo stato e dai comuni. In nome della modernizzazione delle campagne si affermò di fatto l’idea che la proprietà privata della terra fosse l’unica forma di possesso che avrebbe permesso all’agricoltura di progredire. Per quanto riguarda, invece, i consorzi di bonifica, sorti nel medioevo come strumenti privatistici di auto-difesa delle popolazioni dai dissesti idrogeologici e dal rischio idraulico, questi presero la forma di enti pubblici economici pur conservando la natura associativa. Va, infine, considerato che nei primi anni dell’Unità le azioni terroristiche messe in atto dall’esercito per debellare il fenomeno del brigantaggio alimentarono una profonda sfiducia e un senso di distacco delle classi subalterne meridionali nei confronti dello Stato, determinando nei fatti quella carenza di spirito civico che si protrarrà per lungo tempo. 

Successivamente, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, sono nati i sindacati e le cooperative ma in modo intrecciato con il sorgere dei partiti mediante una sovrapposizione tra sfera politica e quella civile. Tale accavallamento non ha aiutato la crescita di una vera e propria società civile distinta dallo stato, oltre che dal mercato, ma ha confermato un processo storico iniziato con l’Unità che vede costantemente il sistema politico eclissare la società civile. Successivamente il regime fascista ha  perseguitato ogni forma di rappresentanza sociale, inquadrando e spegnendo nel sistema corporativo le libere associazioni, i sindacati e il movimento cooperativo.

In età repubblicana, invece, si è registrata una ripresa della società civile per iniziativa principalmente della Dc e del Pci nella forma ancor più accentuata, rispetto al periodo giolittiano,  di un’occupazione dell’ambito politico di quello civile,  dalla quale si fa ancora oggi una gran fatica ad uscire. Se permangono ancora divisioni tra i diversi sindacati di categoria e se i tentativi di unificazione del movimento cooperativo e del mondo della piccola e media impresa sono ancora allo stadio primordiale, la causa principale di questa situazione - che di fatto impedisce la crescita di questa importante infrastrutturazione della società - è la permanenza di subculture che risentono della sovrapposizione tra sfera politica e sfera civile.

In tale quadro va, peraltro, esaminata e capita la debolezza endemica delle organizzazioni economiche degli agricoltori, strette tra sistemi regolatori asfissianti – introdotti inizialmente dalla Pac per cogestire le politiche di mercato – e controllo politico esercitato dai partiti e da organizzazioni professionali che hanno continuato a rimanere divise sulla base delle iniziali appartenenze ideologiche. L’evoluzione sociale ed economica del mondo agricolo è avvenuta nella storia e continua ad avvenire nei paesi in via di sviluppo sulla spinta di aspirazioni profonde di tante persone alla libertà d’iniziativa, alla creatività, all’autonomia da condizionamenti esterni e alla proprietà della terra come occasione per stabilire un legame anche affettivo con un fattore indispensabile e irriproducibile e, dunque, da preservare nel migliore dei modi. Si tratta di aspirazioni che interagivano e continuano ad integrarsi – nelle aree del mondo più povere molto più che da noi - con legami sociali fondati sulla reciprocità. Con la modernizzazione agricola avvenuta nei paesi industrializzati in modo esplosivo negli ultimi sessanta anni e il cui motore è stato un intenso sostegno pubblico volto ad alimentare l’interazione tra tecnologia e impresa concepita astrattamente e in modo esclusivo come meccanismo di produzione a movente utilitaristico, le precedenti aspirazioni alla libertà e all’autonomia del mondo contadino si sono inesorabilmente sconnesse da relazioni sociali fondate sulla reciprocità, sul mutuo aiuto e sul senso di responsabilità verso gli altri e verso la natura. Sono state, dunque, le politiche pubbliche a determinare un’erosione crescente di beni relazionali, capitale sociale e risorse naturali nei territori rurali, non avendo rispettato il pluralismo culturale delle comunità locali e privilegiando, invece, il sostegno alla convergenza dei diversi modelli economici e imprenditoriali verso quelli ritenuti più validi dalle componenti sociali più forti.  


Ma questi processi non riguardano solo le campagne. Anche i movimenti nati dalle battaglie per i diritti civili negli anni Settanta, fino a quelli odierni per la cosiddetta rivoluzione gentile promossa dalle donne o per la gestione collettiva dell’acqua, si trovano ineluttabilmente dinanzi al problema del rapporto con il sistema politico, sempre per l’incapacità (o mancanza di volontà) dei partiti di riconoscere l’autorganizzazione della società civile come spazio distinto dal sistema politico e in rapporto dialettico con esso.

E, tuttavia, una libera, forte e riconosciuta società civile è il presupposto di un corretto funzionamento sia del mercato che dello stato, inteso anche come sistema politico. Constatiamo ogni giorno con raccapriccio la mancanza di un costume diffuso che sostenga comportamenti corretti e responsabili nel pubblico e nel privato e il dilagare dei fenomeni di corruzione che investono la pubblica amministrazione e le imprese, del caporalato che ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo, nonché degli aumenti ingiustificati dei prezzi dei prodotti agricoli da parte di intermediari senza scrupolo che colpiscono, nello stesso tempo, sia i consumatori che i produttori. E ciò si deve al deficit cronico di società civile intesa come consenso universalistico su valori di civiltà condivisi tra i diversi gruppi sociali e fra le culture che essi esprimono.

 

Interazione tra società civile e mercato

Per ben funzionare e durare a lungo, un’economia di mercato ha bisogno che vengano rispettate, in aggiunta alle norme legali, due altre categorie di regole. Quelle sociali che fanno riferimento al capitale reputazionale (un soggetto sa di dover incorrere in rilevanti costi personali in caso di trasgressione della norma, dal momento che la sua reputazione verrebbe messa a dura prova dall’atto anti-sociale) e quelle morali che nascono dalla costituzione morale del soggetto che agisce nel mercato.

Queste due ultime categorie di regole, mentre arrecano grande beneficio alla collettività, possono non apportare un vantaggio diretto e immediato a coloro che le mettono in pratica. Si tratta, infatti, di quelle consuetudini adottate normalmente nelle relazioni sociali per minimizzare o addirittura neutralizzare i vari comportamenti opportunistici, che sono all’origine dei vari casi di fallimento o di crollo del mercato.

Per far funzionare la prima categoria di regole, cioè le norme legali, è sufficiente avere un efficace assetto istituzionale unitamente ad una ben oliata macchina della giustizia in grado di sanzionare i comportamenti devianti. Per dotare l’economia di mercato delle altre due categorie di regole, cioè quelle sociali e morali, è necessario, invece, intervenire sugli aspetti motivazionali dei soggetti, vale a dire sulla loro adesione convinta a valori condivisi, quali la solidarietà, la fiducia, la reciprocità, la giustizia sociale, la promozione umana. E come si è già detto, il luogo dove questi valori vengono generati e praticati è proprio la società civile.

Promuovere e riconoscere la società civile significa anche favorire il pluralismo delle culture d’impresa, tra cui la lunga e gloriosa tradizione dell’impresa civile, che non può essere vista come frutto di arretratezza culturale ed economica e, come tale, destinata a cedere prima o poi il passo all’impresa for profit. Le cooperative, le fondazioni, le istituzioni di microcredito, le forme molteplici di cittadinanza economica attiva, le gestioni collettive di beni comuni, le imprese individuali e societarie che spontaneamente antepongono all’obiettivo del profitto quello dell’utilità sociale della propria attività  appartengono alla cultura e alla tradizione di un popolo e come tali vanno rispettate. Non possiamo pensare che l’economia e la finanza non abbiano nulla a che vedere con la cittadinanza attiva e il civismo solo perché siamo imbevuti del pregiudizio che il gioco del mercato debba avere soprattutto fredde motivazioni utilitaristiche. E’ invece necessario popolare di vita, di persone appassionate, tutti i luoghi dell’umano, quindi anche l’economia e la finanza. Del resto, la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo è anche il frutto di culture che, essendo basate sulla separazione netta tra sfera economica e sfera civile e sulla dimenticanza delle forti connessioni che invece le contraddistinguono, hanno tentato di insegnare una dannosa e apparentemente persuasiva menzogna: che gli scambi economici sono più efficienti quanto più avvengono in modo spersonalizzato. E così le persone hanno lasciato i luoghi dell’economia e della finanza e li hanno abbandonati in mano ai soli addetti ai lavori: le banche e le imprese. Non basta ora chiedere a quest’ultime di essere responsabili: occorre anche ripopolare di gente i luoghi dell’economia e della finanza, immettendo in esse relazioni sociali e valori associativi, quali prodotti precipui della società civile. Scriveva Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di economia  civile (1765-67) che “la reciprocità, come legge fondamentale delle relazioni umane, è il legame che unisce i soggetti dell’economia civile nell’amore per il bene comune”.

 

Interazione tra società civile e stato

Sappiamo che lo strumento principale di cui lo stato si serve per far rispettare le regole del gioco economico è la sua capacità di sanzionare i comportamenti illegali: una capacità che discende dal fatto che lo stato è l’unica istituzione che detiene il potere di coercizione. Ma sappiamo anche che la possibilità di rafforzare i comportamenti pro-sociali degli agenti economici tramite le sanzioni legali è realmente praticabile soltanto quando questi comportamenti sono già relativamente diffusi in partenza tra la popolazione; in caso contrario le sanzioni legali comportano costi sociali talmente elevati da essere di fatto impraticabili. Questo significa che in assenza di una ben organizzata società civile, capace di instillare nei cittadini il senso di responsabilità e il rispetto per l’altro, nonché la passione per il bene comune e per la giustizia sociale, è perfettamente inutile – anzi controproducente – invocare uno stato forte e ben funzionante.

Se i comportamenti economici degli uomini sono mossi congiuntamente da passioni civili e da incentivi materiali, non si capisce perché le istituzioni di mercato debbano favorire, nella pratica, solo i comportamenti fondati sui secondi a tutto svantaggio di quelli fondati sulle prime, scoraggiandone di fatto la fioritura. Se nella scena economica ci sono soggetti pro-sociali, anti-sociali e a-sociali, l’organizzazione economica non può essere disegnata come se tutti i soggetti fossero anti-sociali e a-sociali. E’ questa una forma inaccettabile di violenza morale nei confronti dei soggetti pro-sociali che, per fortuna, esistono e sono tanti.

I problemi del settore pubblico (debito pubblico, elefantiasi burocratica, ecc.) sono per gran parte causati dal fatto che negli ultimi decenni la crescita simultanea di stato e mercato non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo della società civile. Il rimedio non può allora consistere nell’estremizzare l’alternativa stato / mercato del tipo: rafforziamo lo stato oppure lasciamo fare tutto al mercato. Piuttosto, la via va ricercata in un’estensione di tutte quelle forme di organizzazione economica che la società civile è in grado di esprimere, se lasciata libera di farlo. Allo stato spetterebbe pur sempre un duplice, importante ruolo. Da un lato, riconoscere l’autorganizzazione dei soggetti civili in tutti gli ambiti in cui ritengono, in piena autonomia, di avere interessi legittimi da tutelare. Dall’altro, garantire le regole di esercizio di questa autorganizzazione (trasparenza, accesso alle fonti di finanziamento, regimi fiscali), facendo in modo che sia la competizione leale a stabilire il confine tra i diversi soggetti economici e non già interventi dirigisti dall’alto.

 

Il riconoscimento della società civile

Il riconoscimento della società civile passa attraverso il riconoscimento dell’autorganizzazione dei soggetti civili, che può avvenire mediante l’applicazione piena del principio di sussidiarietà. Esiste un primo stadio applicativo di tale principio che si realizza quando l’organo superiore semplicemente delega o distribuisce quote di sovranità all’organo inferiore. Si tratta di una sussidiarietà ottriata o concessa che avviene quando si attiva il decentramento amministrativo di una funzione pubblica. Non è questo il caso dei rapporti che intercorrono tra stato e società civile che si auto-organizza. In tali relazioni non c’è da concedere un bel nulla  ma si riconosce quanto l’organo inferiore è in grado di realizzare da sé. E’ a quel punto che lo stato decide anche di favorire l’autorganizzazione dei soggetti civili perché riconosce il vantaggio per la collettività derivante dalle funzioni esercitate dalla società civile.

Nel dibattito sui modelli di welfare si tende a radicalizzare il confronto tra lo stato assistenziale, che decide paternalisticamente e fornisce direttamente ciò che è bene per i cittadini, e l’idea di stato minimo, secondo cui lo stato deve garantire solo le leggi, l’ordine pubblico, la moneta e la difesa, lasciando il resto al mercato. Entrambe sono concezioni asfittiche che tendono a ridurre la complessità sociale alla mera dialettica tra stato e mercato, ignorando consapevolmente il ruolo già svolto e che potrebbe assolvere in modo ancor più marcato la società civile a vantaggio della collettività.

Oltre lo stato e il mercato esiste, infatti,  anche una terza possibilità che poggia sul riconoscimento della società civile e della sua capacità di autorganizzazione: è ciò che Stefano Zamagni definisce stato limitato e abilitante. Uno stato capace di intervenire, magari in maniera forte, in certi ambiti e non in altri, mentre riconosce – ma non concede – la più ampia autonomia al libero articolarsi della società civile, nonché promuove e incoraggia la fioritura di tutte le forme economiche che hanno effetti pubblici. In tal modo la sussidiarietà tenderebbe a realizzare una simbiosi virtuosa tra la mano invisibile del mercato, la mano visibile dello stato e la mano fraternizzante della società civile. Di tutte e tre le mani abbiamo bisogno per superare l’obsoleta visione di un’economia di mercato fondata sull’indifferenza e il conflitto, incapace di lasciare spazio ai comportamenti pro-sociali. Si tratta di dar vita a strutture di governance oltre lo stato e il mercato (ma in modo interrelato con essi), capaci di affrontare le sfide della globalizzazione, prime fra tutte quelle dell’accesso al lavoro (inteso anche come inclusione dei soggetti fragili), del nuovo modello di welfare (da connettere allo sviluppo locale), del nuovo ordine economico internazionale (creando l’infrastrutturazione sociale che potrebbe rendere effettivo l’accesso al cibo).

 

Le agricolture civili come nuovo modello di welfare

Nelle campagne italiane si vanno diffondendo da qualche tempo pratiche economicamente sostenibili che producono ben-essere e inclusione, mediante processi produttivi e  beni relazionali propri dell’agricoltura e delle tradizioni civili di solidarietà e mutuo aiuto del mondo rurale. Si tratta di attività in cui persone provate da varie forme di svantaggio o disagio danno un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità, misurandosi con ritmi naturali, ambienti aperti, processi produttivi che forniscono risultati tangibili, diretti e comprensibili, in termini di miglioramento delle proprie condizioni di salute, e permettono percorsi più efficaci di apprendimento, autostima e partecipazione.

Tali esperienze sono legate ad un’idea d’impresa in cui viene praticata una diversa gerarchia degli obiettivi imprenditoriali: in particolare, quelli riferiti alla promozione umana e alla giustizia sociale precedono quello della massimizzazione del profitto. Per i protagonisti di queste pratiche non si tratta di auto-infliggersi un sacrificio e trovarlo gratificante perché finalizzato ad una causa nobile, ma di ricercare nuove convenienze economiche in una competizione di mercato intesa come intreccio complesso di cooperazione e concorrenza. Per descrivere la concorrenza cooperativa è stato creato il neologismo co-opetition che distingue tale modello dal prevalente modello competitivo di tipo posizionale (c’è chi vince e c’è chi perde come in una gara sportiva) in quanto si fonda sul mutuo vantaggio dei soggetti dello scambio di mercato. In sostanza, tali soggetti (persone deboli inserite nell’attività, imprenditori agricoli, operatori sociali, consumatori, soggetti pubblici e privati del territorio) agiscono come un team per raggiungere obiettivi comuni in grado di avvantaggiare tutti i partecipanti dello scambio economico. In questa ottica, la scelta di perseguire prioritariamente l’obiettivo di produrre beni relazionali inclusivi accresce, nel soggetto imprenditoriale che la compie, reputazione e visibilità nelle comunità locali. In tal modo diventa più facile costruire relazioni con gruppi di acquisto e network di consumatori,  al fine di creare ulteriori quote di mercato, in grado di compensare gli eventuali costi aggiuntivi per  inserimenti lavorativi rispettosi della dignità umana e per servizi sociali non sempre e non del tutto sostenuti dal pubblico.  

La co-opetition permette di rendere economicamente sostenibile l’iniziativa imprenditoriale di coloro che scelgono di praticarla perché, negli ultimi decenni, sono emerse alcune novità di rilievo nell’agricoltura e nei rapporti urbano/rurale. La prima è l’entrata in scena di una particolare tipologia di consumatore che vuol essere partecipe del progetto con cui si crea il prodotto agricolo (per definirlo i francesi hanno coniato il termine consumacteur, che noi potremmo tradurre consumattore). Egli non si limita ad informarsi sui diversi prodotti, guardare l’etichetta e acquistare passivamente il bene in qualunque punto vendita; vuole, invece, essere protagonista del progetto imprenditoriale partecipando attivamente al rapporto di scambio dopo essersi aggregato, anche informalmente, in gruppi di acquisto. Finora le finalità prevalenti di tali aggregazioni riguardano la ricerca del rapporto diretto produttori/consumatori e della genuinità dei prodotti. Si tratta, dunque, di proporre una nuova finalità - da aggiungere a quelle esistenti soprattutto nell’ambito di quei gruppi sociali sensibili ai bisogni delle persone svantaggiate – che riguarda il sostegno diretto da parte dei cittadini ai sistemi di welfare mediante l’acquisto di prodotti alimentari delle fattorie sociali (dal momento che quello indiretto, attuato coi meccanismi redistributivi classici, sempre più risulterà insufficiente e inefficace in una società che tende ad invecchiare).  


La seconda novità - strettamente collegata alla prima - è l’emergere, tra le diverse culture alimentari, quella delle comunità di cibo che si creano intorno alle attività legate al cibo locale (km zero, farmer’s market, autoconsumo, presidi di prodotti tradizionali). Tali comunità finora hanno guardato al cibo solo nella dimensione riferita alla genuinità e naturalità e non in quella collegata alla qualità dei beni relazionali associati al cibo. Ma la ruralità, qualora non dovesse evocare i valori di reciprocità e mutuo aiuto che hanno caratterizzato da sempre le comunità locali, rischierebbe alla lunga di rimanere un guscio vuoto e subirebbe un processo ineluttabile di banalizzazione. E, dunque, i prodotti delle fattorie sociali potrebbero connotare in modo completo il legame tra comunità di cibo e ricerca dei valori rurali.


La terza novità – che anticipa le prime due creandone i presupposti -  è il fenomeno della rurbanizzazione che riguarda singoli individui e gruppi che dai centri urbani si spostano nelle aree periurbane  e rurali alla ricerca di stili di vita e forme dell’abitare meno stressanti  e più sostenibili, nonché attività agricole e rurali meno industrializzate e più legate a logiche di competizione di tipo cooperativo. Andando a riabitare le campagne, questi cittadini agricoltori ripristinano la peculiarità insita nella nascita dell’agricoltura come creazione di comunità sedentarie e di proto-città e come rottura dell’economia predatoria. Peculiarità messa pesantemente in discussione dai processi di modernizzazione che hanno investito il settore agricolo, rendendolo di fatto un reparto all’aperto dell’industria. I neo-contadini (che provengono prevalentemente dalle città) si rendono oggi protagonisti di una nuova mutazione antropologica delle campagne: da non-luoghi dove operano sistemi agroalimentari delocalizzati e predatori, che ricercano ovunque nel mondo materie prime a minor costo, a luoghi dove si ri-genera  un’agricoltura relazionale e di territorio. Il loro obiettivo non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli.


L’insieme dei suddetti elementi permette alle strutture economiche agricole, indipendentemente dalla forma giuridica for profit o no profit che le caratterizza, di adottare i percorsi di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) non più nella logica di mera cosmesi per migliorare l’immagine, ma come sviluppo di effettive strategie competitive per modificare la concorrenza e vincere la sfida della sostenibilità economica, mediante l’attenzione – liberamente scelta - alle esternalità sociali e ambientali dell’azione dell’impresa. La ricostituzione del nesso agricoltura - comunità  permette, inoltre, di riconoscere il rapporto tra agri-colture – natura – culture. Un trinomio che esprime il fondamento della diversità. In questo nuovo approccio territoriale e comunitario viene, dunque, a cadere l’idea di agricoltura come modello unico ma dobbiamo parlare di agricolture, al plurale, legate a specifiche comunità.


Questa nuove agricolture che si sono venute a creare e che potremmo definire agricolture civili costituiscono un’opportunità per le famiglie e per le istituzioni dal momento che mettono in gioco risorse inusuali, come quelle ambientali  e produttive, e legami comunitari fondati sulla reciprocità e informalità per incrementare i servizi socio-educativi all’infanzia, diversificare e personalizzare con maggiore flessibilità i servizi alla persona e realizzare percorsi inclusivi attivi.


Si tratta di una vera e propria innovazione sociale nei modelli di welfare che integra economie locali e offerta di servizi alla persona, assunzioni di responsabilità diffuse e forme di collaborazione  tra soggetti pubblici, soggetti operanti nel terzo settore e soggetti privati secondo il principio di sussidiarietà. Oggi c’è una separazione netta tra un’economia che produce guasti sociali e ambientali e un’area molto autoreferenziale e protetta (no profit, volontariato, terzo settore) che provvede ad aggiustare quei guasti. Le agricolture civili contribuiscono a rompere gli argini e creare sinergie tra imprese profit e no profit su obiettivi di responsabilità e utilità sociale, puntando su progetti innovativi che danno effettivi risultati di ben-essere sociale.

 

Il pluralismo delle agricolture civili

I percorsi civili in agricoltura si realizzano innanzitutto attraverso l’assunzione, in imprese agricole già esistenti, di soggetti svantaggiati (invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione) oppure di lavoratori svantaggiati (immigrati, donne che hanno lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare tempi di vita lavorativa e tempi di vita familiare, persone sole con figli a carico, persone affette da dipendenze, disoccupati ultracinquantenni o di lungo periodo, ex detenuti). Ad essi si aggiungono le donne che hanno subito violenze e altri soggetti provati da diverse forme di disagio. Percorsi civili sono anche quelli che vedono protagonisti soggetti svantaggiati o  con disagi nella creazione di nuove fattorie sociali in forma singola o associata su terreni di proprietà privata, pubblica e collettiva.  Pratiche di agricoltura civile sono, infine, tutti gli altri servizi ricompresi nelle politiche sociali ed  erogati da una struttura agricola, come i servizi socio-educativi per la prima infanzia o le attività rivolte a minori in difficoltà o che vedono protagonisti gli anziani o ancora che si attivano per accogliere e integrare gli immigrati regolari.

Le agricolture civili sono di diverso tipo. Ci sono quelle imprenditoriali che si caratterizzano per la presenza di imprese profit di responsabilità sociale o di cooperative sociali. Accanto a queste forme esistono anche agricolture civili di cittadinanza attiva: esse si realizzano mediante la produzione di cibo destinato all’autoconsumo su piccoli appezzamenti di terra di proprietà di gruppi familiari, di case di cura, di scuole, di istituti penitenziari o di enti locali che organizzano orti sociali. Si possono, infine, sviluppare agricolture civili sui domini collettivi e di uso civico qualora si rivitalizzassero, nei percorsi di ammodernamento del welfare contemporaneo, le antiche funzioni solidaristiche che da sempre hanno caratterizzato gli usi (appunto civici) di questi beni.

Tutte queste forme creano beni pubblici se inserite in reti di economie civili che valorizzino il paesaggio, il patrimonio culturale dei luoghi e le capacità creative dei soggetti che operano nei territori rurali e periurbani.

 

Le reti di economie civili

Le economie civili esprimono tutte le loro potenzialità laddove si creano le condizioni perché una pluralità di soggetti possano interagire. Si tratta di far cooperare mondi diversi: a) imprese di settori diversi che adottano strategie di responsabilità sociale; b) reti informali di mutuo aiuto, cittadinanza attiva, comunità di cibo, consumattori, hobby farmer’s, ospitalità, cultura, arte, sport e attività fondate sul metodo terapeutico omeopatico e sulla riscoperta della relazione tra uomo e animale; c) gestioni di patrimoni civici; d) pratiche di valorizzazione dei beni paesaggistici e architettonici; e) reti formali dei servizi e degli spazi pubblici; f) sistema della conoscenza. E’ in tal modo che nascono e si diffondono competenze e attività innovative e si realizza una dimensione territoriale della competitività di tipo cooperativo che permette di fronteggiare meglio la globalizzazione. In siffatti contesti in cui si espandono le relazioni sociali nei territori e tra le diverse aree territoriali, è più facile lo sviluppo spontaneo delle organizzazioni economiche per la concentrazione dell’offerta, la valorizzazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli, le cui carenze sono un tratto distintivo dell’agricoltura italiana perché qui più che altrove la rapidità della modernizzazione agricola e la sua virulenza hanno maggiormente eroso il capitale sociale. Costruendo le reti territoriali si compete su come cooperare dentro la comunità e con altre comunità e territori, uscendo dall’isteria suicida della competizione di tutti contro tutti. La co-opetition non è, tuttavia, in contrasto con il merito e con la necessità di potare iniziative che impediscono alle reti territoriali di crescere. Per rinverdire la pianta dobbiamo tagliare rami secchi, ma anche quelli che hanno scelto di espandersi verso l’interno e non lasciano spazio ai rami che, evolvendo verso l’esterno, servono alla crescita delle reti territoriali. Sono operazioni dolorose perché riguardano rami vivi; e, nel costruire e monitorare le reti, vanno effettuate con logiche partecipative ed inclusive. 

Le economie civili manifestano tutta la loro carica innovativa se si abbandona una cultura architettonica e urbanistica che ha fatto il suo tempo, strettamente legata ad un modello di welfare che vede nettamente separata, non solo dal punto di vista degli spazi ma soprattutto dal versante delle funzioni e dei meccanismi regolativi, la produzione di ricchezza da una parte e gli interventi abitativi, sociali, educativi, culturali dall’altra, da realizzare con politiche di tipo redistributivo e gestite direttamente dalla mano pubblica. Una cultura architettonica e urbanistica strettamente legata anche ad una visione urbanocentrica del governo del territorio, che vede nettamente sconnesse le funzioni della città da quelle svolte dalla campagna. Si tratta, invece, di riconoscere e valorizzare comunità di cittadini rurbanizzati che abitano luoghi dove si sono venuti a sovrapporre spontaneamente processi di urbanizzazione e ruralizzazione, creando una sorta di continuum urbano-rurale, in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è città da ciò che è campagna.

Non ha, dunque, senso una visione del governo del territorio fondata esclusivamente sulla lotta al cosiddetto consumo di suolo e non invece sull’interazione tra economie civili e forme reali, possibili e sostenibili dell’abitare (co-housing, eco-villaggi, ecc.). Finora la sola tutela dei terreni agricoli dall’edificazione non è stata, infatti, sufficiente a garantirne il mantenimento perché tali aree, prive di una funzione specifica corrispondente alla propria vocazione e alle esigenze di una comunità, diventano non luoghi in attesa di essere edificati. Si tratta, invece, di superare anche nelle politiche pubbliche la separazione tra urbano e rurale e promuovere sviluppo economico e sociale guardando al territorio nel suo insieme. Va, in sostanza, eliminata una sorta di tacita e a volte opportunistica divisione del lavoro tra chi pianifica e realizza i quartieri e i servizi tradizionalmente considerati urbani e ne gestisce le problematicità e chi, invece, è addetto alla pianificazione e gestione delle aree agricole, a partire da quelle protette.

Le economie civili spesso rigenerano  pratiche tradizionali di mutuo aiuto che, come abbiamo visto, sono state abbandonate perché ritenute un impaccio per la modernizzazione dell’economia e della società  e che potrebbero oggi trasformarsi nei diversi territori in risorsa, in identità riconosciuta e riconquistata. Si tratta di ripetere per il patrimonio storico di valori e pratiche solidali lo stesso percorso effettuato per il recupero di prodotti tipici e tradizionali, facendoli diventare eccellenze alimentari. In tal modo, le reti di economie civili potranno contribuire a rafforzare i tratti identitari delle comunità non rinchiudendole in se stesse ma all’insegna dell’accoglienza e dell’apertura al diverso. Bisognerebbe associare alle reti di economie civili l’idea del viaggio che ha da sempre caratterizzato le comunità umane (migrazioni, transumanze, pellegrinaggi, ecc.), favorendo la cultura della mescolanza, dell’ibridazione e della contaminazione e ricostituendo continuamente le identità come aree comuni di scambio tra persone, prodotti e culture diverse. Se oggi l’antidoto ai ritmi stressanti è il turismo eccitante e insostenibile, promuovere una cultura dell’accoglienza che privilegia  il viaggiare in treno, il camminare lungo i sentieri, lo scambiarsi i beni di persona, deve indurre stili di vita più lenti e umanizzati.  

Riconoscersi come agricolture ed economie civili di territori che si identificano mediante il trinomio agri-colture – natura – cultura significa guardare al Mezzogiorno d’Italia  come ad una grande comunità dai tratti identitari ben distinti. Quest’area del paese ha subito dalla formazione dello stato unitario e del mercato nazionale – anche per responsabilità delle sue classi dirigenti - forme di saccheggio economico prima e di dipendenza poi, fino allo stabilizzarsi di un dualismo economico e sociale che con la globalizzazione ha assunto i caratteri della marginalizzazione e dell’esclusione.  Le reti di economie civili di questa mega-regione dovrebbero instaurare rapporti di cooperazione con mega-regioni che hanno radici diverse ma processi analoghi di formazione storico-sociale (Polonia Orientale, Germania dell’Est, ecc.) ed esposte come il Mezzogiorno italiano a processi di marginalizzazione economica e destabilizzazione sociale e politica. Con queste mega-regioni (i Mezzogiorno d’Europa) il Sud Italia dovrebbe stabilire rapporti per modificare le politiche europee di coesione sociale dall’attuale orientamento produttivistico – che avvantaggia le mega-regioni europee dominanti - verso indicatori che enfatizzino i contenuti sociali della produzione, del consumo e della valorizzazione del territorio.

Un ulteriore livello di cooperazione è quello delle meso-regioni di appartenenza che per il Mezzogiorno d’Italia è il Mediterraneo, e per la Germania Est e la Polonia Orientale sono i paesi dell’Est.  Oggi si parla di Mezzogiorno e Mediterraneo solo in chiave di logistica. Molti osservatori fanno, infatti, notare che il Mezzogiorno italiano si trova oggi al centro della formazione di un nuovo sistema logistico per il trasporto e lo scambio di merci tra l’Asia, l’Africa e l’Europa. Sicché, si possono intravedere due possibili scenari: 1) il Mezzogiorno diventa solo un ponte logistico per un sistema di trasporto e comunicazione rivolto a servire le regioni ricche dell’Europa Occidentale, senza il coinvolgimento delle agricolture e delle economie civili delle regioni del Sud d’Italia; 2) il Mezzogiorno diviene, invece, parte di un nuovo sistema di scambi internazionali centrato sulla propria società civile, sui propri mercati e sui propri potenziali di crescita. Se si vuole evitare un’impostazione ancora una volta subalterna, la logistica va accompagnata con un’azione per costruire reti di economie civili delle regioni del Mezzogiorno da orientare verso il Mediterraneo, l’Africa e l’Estremo Oriente. In questo modo si renderebbe questa mega-regione più forte nel Sud e più attrattiva nel Nord e le agricolture civili meridionali potrebbero svolgere funzioni rilevanti, associando allo scambio dei prodotti agricoli la diffusione di modelli di welfare alternativi a quelli redistributivi.

 

I percorsi partecipativi delle reti di economie civili

Le reti di economie civili sono l’esito di una progettualità territoriale, spesso non formalizzata, che si ottiene e si rafforza mediante percorsi partecipativi. Per dare continuità alla progettazione territoriale - da intendere come confronto incessante finalizzato a rafforzare i legami di comunità – occorrerebbe garantire ai tavoli locali la presenza di facilitatori di comunità. Ad essi andrebbero affidate talune funzioni importanti che si possono così enucleare: 1) gestire il dialogo tra attori con competenze diverse; 2) aiutare a costruire i partenariati; 3) indicare il metodo per inventariare i bisogni e le risorse; 4) redigere i protocolli d’intesa; 5) favorire il passaggio dall’idea progettuale al vero e proprio progetto; 6) introdurre nella progettazione un’azione efficace di verifica, monitoraggio e valutazione. Si tratta, in particolare, di garantire che al partenariato partecipino non soltanto organizzazioni di rappresentanza ed enti pubblici ma anche singole strutture (imprese, cooperative, associazioni, ecc.) e singoli cittadini (persone e gruppi familiari). Il partenariato non va considerato una sede dove le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza mediano interessi, ma deve essere inteso come una tessitura continua di relazioni tra soggetti che decidono di fare un percorso condiviso di progettazione partecipativa. Tanti fallimenti nelle forme di progettazione dal basso e nella costruzione delle reti hanno a che fare con relazioni spente, utilitaristiche, formali, divenute tali perché non più alimentate da fiducia e responsabilità e quindi non più amichevoli e fraterne.

La costruzione del partenariato concepita come tessitura di relazioni personali, di amicizia e di fraternità permette di: a) concentrare l’attenzione su territori specifici piuttosto che sui singoli settori; b) creare una visione comune circa l’evoluzione di un territorio; c) favorire la divisione dei compiti, delle responsabilità, del coordinamento delle azioni, evitando sovrapposizioni o conflitti; d) facilitare la partecipazione dei soggetti più deboli alle attività economiche e sociali del territorio.

L’esame del contesto socio-economico del territorio di riferimento è la condizione (e il pre-requisito) fondamentale per avviare la costruzione di una rete di economie civili. L’analisi dei bisogni territoriali non deve essere solo uno studio descrittivo di tipo quantitativo (numero dei disabili, tipologia, ecc.), ma deve poter fornire anche indicazioni qualitative (distribuzione nel territorio, concentrazione, caratteristiche a livello economico e sociale, ecc.). Questa analisi dovrebbe, in sostanza, portare alla lettura di un’intera realtà locale nella sua complessità, attingendo a fonti statistiche e utilizzando taluni strumenti come le interviste e il dialogo con gli attori coinvolti. Si tratta di adottare il modello della ricerca-azione, multi-obiettivo e multi-disciplinare, vale a dire una procedura d’analisi che conduca, nelle sue conclusioni, a pianificare le azioni del progetto che si intende realizzare, da fondare sulle informazioni provenienti dalla ricerca, sulle relazioni che si svilupperanno e sulle potenzialità che da essa emergeranno.

Un’analisi dei bisogni e delle risorse territoriali che sia in grado di suggerire, strada facendo, quei cambiamenti che si dovessero rendere necessari al mutare delle esigenze dovrebbe accompagnarsi ad un’azione di verifica, monitoraggio e valutazione. A tal fine, un disegno di valutazione dovrà essere predisposto nella fase iniziale della ricerca, in cui verranno definite metodologie e strutture teoriche di riferimento. La centralità della valutazione in tale processo sarà determinante per monitorare l’andamento dell’analisi e per replicare tra gli attori della ricerca un metodo partecipativo di auto-verifica che si intende diffondere nella comunità oggetto di studio e soggetto d’azione.

Per essere efficace la progettualità territoriale andrebbe praticata indipendentemente dalle politiche pubbliche. In tal modo i suoi esiti potrebbero costituire elementi utili per orientare l’intervento pubblico ad adottare obiettivi, azioni e misure volte ad incrementare il capitale sociale e i beni relazionali e non, invece, come purtroppo accade sovente, a distruggerli. Inoltre, potrebbe favorire un cambio di mentalità sia nel mercato, promuovendo la relazionalità responsabile e la cittadinanza attiva, sia nello stato, proponendo la collaborazione tra settori diversi, la competenza partecipativa e il riconoscimento dell’economia civile.

 

Le modificazioni nelle forme della rappresentanza sociale

Il paradigma delle reti di economie civili e i relativi percorsi partecipativi che le caratterizzano ribaltano, infine, le logiche della rappresentanza sociale tipiche del contrattualismo dell’economia fordista e dello stato assistenziale. Alcuni caratteri di fondo che connotano le forme correnti della rappresentanza sociale si possono così definire: 1) diffusa persistenza del collateralismo politico che frena la capacità dell’organizzazione di determinare autonomamente la propria evoluzione; 2) attenzione agli elementi quantitativi degli interessi rappresentati (numero addetti, contributo al PIL, ecc.), in funzione di un approccio alla partecipazione di tipo competitivo e contrattualistico (mediazione di interessi) e non già di stampo cooperativo; 3) individuazione degli interessi rappresentati in rapporto ai settori merceologici convenzionali e alle politiche pubbliche di riferimento  e non già in base all’evoluzione dei fenomeni sociali; 4) importanza degli schemi giuridici adottati dai soggetti organizzati (for profit / no profit, conduzione familiare / forma societaria, ecc.) nel definire i contenuti valoriali della struttura di rappresentanza; 5) scarsa attitudine a percorsi partecipativi connessi alla progettazione territoriale.

Gli elementi che sembrano, invece, caratterizzare le forme della rappresentanza nelle reti di economie civili sono i seguenti: a) ci si aggrega in modo spontaneo sulla base di valori, principi e programmi condivisi, rifuggendo da schemi di collateralismo politico; b) non si delimitano a priori ambiti e confini, ma si mantiene continuamente la porta aperta a nuove competenze e attività che risultino coerenti coi programmi; c) si riconoscono appartenenze plurime; d) ci si esprime come comunità di pratiche informali e/o come forum di aggregazioni già più o meno strutturate; e) l’approccio alla partecipazione non è di tipo concorrenziale e contrattualistico (mediazione di interessi), bensì di stampo cooperativo, mettendo in gioco non tanto la forza dei numeri, quanto invece la capacità di produrre beni pubblici in una logica reciprocamente solidale; f) l’eventuale espansione organizzativa avviene per cerchi concentrici (settoriali e territoriali) in un processo moltiplicativo delle reti.

Si tratta, evidentemente, solo di linee di tendenza che sovente scontano il condizionamento esercitato dal sistema politico e dagli schemi di regolazione adottati dalle politiche pubbliche. La tentazione statalista è, infatti, sempre in agguato volta ad ingessare regolazione e rappresentanza in forme subalterne e autoreferenziali tipiche dei vecchi modelli di welfare, eclissando così le prerogative proprie della società civile. Il rischio è l’imporsi di una sussidiarietà intesa come concessione da parte dello stato di una funzione da svolgere secondo modelli di tipo pubblicistico e non già come riconoscimento del libero espletarsi dell’autorganizzazione da parte di soggetti civili.  In pericolo sono i caratteri innovativi delle reti di fattorie sociali e di economie civili che si possono così riassumere: a) presenza significativa di soggetti economici a movente ideale che potrebbe essere rimpiazzata dall’aggrumarsi di soggetti prevalentemente attratti da meccanismi pubblici di tipo assistenziale; b) libera interazione di reti informali e reti formali che operano sul territorio che potrebbe essere soppiantata da freddi meccanismi burocratici, capaci di frenare la gemmazione di nuove competenze e attività; c) pluralismo delle tipologie esistenti che vanno da quelle imprenditoriali a quelle di cittadinanza attiva, fino alle pratiche esercitate sui domini collettivi e di uso civico, e che potrebbero subire un processo riduzionistico, determinando un impoverimento delle esperienze.

E’ quanto mai utile seguire da vicino questi processi perché sarà proprio l’evoluzione delle forme della rappresentanza sociale e delle norme giuridiche a costituire nel prossimo futuro la cartina di tornasole della crescita delle agricolture e delle economie civili e del loro riconoscimento.

Pubblicato in Agricoltura Sociale
Martedì, 05 Luglio 2016 12:10

Coltivazioni

Una selezione di foto delle nostre coltivazioni:


Pubblicato in Foto
Martedì, 05 Luglio 2016 09:24

Prodotti

 



Biscotti

 

   

Farina

 

   

Olio

  

  

Pane

Pubblicato in Foto
Giovedì, 23 Giugno 2016 07:33

Il Settore

di Valerio Zucchini.

Si conviene con l’opinione comune che nei secoli scorsi la Canapa Italiana fosse la migliore qualitativamente, proprio per le caratteristiche delle varietà tradizionali e per i sistemi di lavorazione con la macerazione in acqua di torrenti oppure in maceratoi appositi come nella mia zona dove sono diventati addirittura patrimonio culturale da tutelare.

La Canapa è stata bene comune per la nostra rinascita economica tra la prima e la seconda guerra mondiale fonte di grandi business e introiti per lo sviluppo, fino al momento della introduzione sul mercato delle fibre sintetiche e alla successiva propaganda estera al riguardo degli effetti psicotropi negli anni 60° con riferimento ai “figli dei fiori”, mentre gli Americani coniavano il nome “ Marijuana” legato alle varietà ad alto contenuto di TH Quanto detto lo conoscono tutti ma in pochi sanno che le nostre coltivazioni di allora contenevano THC a valori molto più bassi ( 3 – 5% secondo i metodi di determinazione odierni) di quelli reperibili nel prodotto ludico oggi, tanto per dare una nota di colore, quelli che andavano a “battere” ( togliere le foglie dagli steli prima della macerazione) era nominati “i ridaru” ( quelli che ridono), questo per dire che le proprietà della Canapa sono da sempre state note, e il popolo conviveva con esse.

La fine della nostra epoca d’oro della Canapa arriva 2 decenni dopo la seconda mondiale, tutta la filiera produttiva si sposta nei paesi dell’Est.

Europeo gestiti dalla Russia attraverso il COMECOM e nella Jugoslavia per un effetto dei costi di produzione e richiesta di materia prima da noi sostituita dalle fibre sintetiche.

Ecco che a questo punto l’industria Russa riprende i progetti delle macchine di lavorazione Americane e Fiamminghe per incrementare le produzioni e ridurre i costi, la HIMLEMACH, piazza decine di linee di produzione nell’est Europa, mentre il nostro meccano/tessile pian piano muore ( F.lli Bolelli, Gardella, i più famosi) all’estero Makie, mentre sopravvivono, industrie storiche francesi DePorter, Union, Demeter, Temafa in Germania, che però storicamente lavorano solo il lino, che pur essendo una pianta da fibra liberiana, nulla ha che spartire con la Canapa.

Volendo concludere sul tema dello stato dell’arte, posso affermare senza timori di smentite che la più avanzata tecnologia impiantistica relativa alla Canapa è stata sviluppata nei paesi dell’est Europa, negli anni dal 60 – fino all’ 94, mentre tecnologie similari per il lino sono ormai consolidate da più di un secolo ancora oggi valide.

La spinta della comunità Europea dal 1998 alla coltivazione delle fibre naturali ha prodotto metodi di coltivazione e lavorazione, nuovi con lo scopo di ridurre i costi di produzione, ma lo scopo è stato disatteso per il basso livello qualitativo del prodotto finale, infatti la fibra in maggioranza destinata al settore dell’auto dovendo necessariamente passare per macchine meccaniche multi aghi, viene ovviamente rifiutata se il contenuto di parti legnose supera il 3% in peso, relegando anche il prodotto al prezzo delle fibre provenienti dal sudest Asiatico ( macerate in acqua e stigliate a mano) quindi in assenza di canapulo.

L’insistenza e la cocciutaggine dei nostri cugini d’oltralpe appoggiati dalle lobby del Lino, la spinta economica derivante dai Coffeeshops in Olanda, hanno mantenuto la Canapa in vita in tutti i paesi del nord Europa, valorizzando da prima il canapulo come lettiere per animali cavalli soprattutto, poi negli ultimi dieci anni per le costruzioni, calce e Canapa, riprendendo un metodo costruttivo antico come il mondo ma non propriamente Italiano.

Di recente negli ultimi anni la parte alimentare e nutrizionale è diventata di primaria importanza formando nuovi equilibri sul mercato mondiale, il tutto basato su varietà selezionate appositamente per la parte nutrizionale, semi e olii, il Canada è il leader del mercato, dato che della Cina ben poco è dato a sapere.

Una parte nuova del settore Agro-alimentare o meglio il settore relativo agli integratori alimentari proteine, farine proteiche, assieme alla sezione parafarmaceutica, rappresenta oggi la nuova frontiera di sviluppo della filiera con prodotti estremamente raffinati che il mercato dettaglio vengono venduti a prezzi elevatissimi, da 8K a 36.000 € /ton, senza contare tutta il gruppo dei prodotti per la parafarmaceutica che hanno dei prezzi ancora superiori.

La parte relativa alle fibre invece ha perso d’interesse prima per la mancanza di una vera e propria funzione nel mondo del tessile, poi per una progressiva migrazione dei laboratori di filatura, fino al momento della riscoperta del mondo del nonwoven – altrimenti detto tessuto non tessuto e applicato al mondo delle automobili, ma anche a tutto il comparto della edilizia come isolante per intercapedini, quest’ultimo oggi sostanzialmente esaurito con l’entrata in vigore delle nuove norme di isolamento termico e acustico degli edifici. Infatti il costo della fibra influisce in maniera preponderante sul costo degli isolanti ad alta densità favorendo quei prodotti fatti con materiali a più alto peso specifico (fibre di legno, riciclati, cellulose, ecc.) sempre e comunque prodotti da bio-architettura.

Di fibre si sente molto parlare ma purtroppo senza cognizione di causa, a volte per ignoranza o per incompetenza oppure molto più semplicemente per interesse di parte, tanto che ritengo di dover mettere in chiaro alcune delle menzioni che circolano sul mercato al fine di una miglior intesa.

Fibra industriale: come menzione questa non esiste tra le tante è proprio la meno appropriata per la definizione di un prodotto che elenco qui sotto cercando di delle dare spiegazioni semplici e precise.

Per fibra industriale si intende generalmente una fibra corta tra 2,5 – 10 cm. di lunghezza con una percentuale di residuo canapulo che i migliori impianti Tedeschi stimano non superiore al 3% ottenuto facendo passare gli steli di Canapa raccolti in modo disordinato (rotoballe o balle quadre) in un mulino macinatore, per separare le due parti con vagli successivi macchine . Spesso però questi prodotti hanno percentuali di canapulo e polveri decisamente maggiori (fino al 10 -15%) che non possono essere impiegate così come sono nel settore dell’auto necessitando di ulteriori passaggi in macchine di apertura e selezione aumentando costi e riducendo le rese.

Per dovere di chiarezza la famosa “fibra industriale” anche una volta pulita per bene non potrà essere impiegata nel mondo del tessile inteso come produzione di filato per vestiario ma unicamente per produzioni a titolo grossolano, sempre ammesso che sia rimasto in essere in Italia una filatura che possa lavorare fibre di Canapa al naturale.

Per contro è in modo chiaro e preciso che si riesce a definire la fibra lunga o lungo tiglio che se macerata in modo corretto sia in campo che acqua (bio-macerazione) che segue quelle tradizionali prassi di prima lavorazione, che hanno nel tempo reso famosa la nostra produzione, purtroppo a conoscenza dello scrivente non esistono più impianti in Italia capaci di eseguire la prima fase di pettinatura e di formazione dello stoppino base per la filatura.

La fibra lunga o lungo tiglio si potrebbe definire in modo molto più semplice a canapulo polveri ZERO tale da poter aggredire il mercato dell’automobile o dei nuovi bio-compositi in concorrenza con la fibra estera in attesa di una rinascita di quello che era il filato e il tessile tradizionale.

La frazione del canapulo che rappresenta 2/3 della biomassa secca prodotta dalla coltivazione, che tradizionalmente era bruciata, oggi con riferimento proprio alle normative Europee sull’isolamento acustico oltre che termico è divenuto un attore importante della sperata ricostruzione della filiera della Canapa, proprio perché se associato a calce o altro materiale da costruzione, rispecchia i dettami imposti dalle nuove normative, oltre a superare abbondantemente i test legati alla sua infiammabilità, tale da poter essere usato anche in edifici pubblici come scuole e ospedali, cosa sempre negata agli isolanti di fibra naturale.

Il canapulo acquisisce valore solo se viene immesso sul mercato in confezioni  ermetiche all’acqua per essere utilizzato nei cantieri edili, inoltre il confezionamento conferisce al prodotto una densità maggiore tale da ridurre i volumi e quindi di conseguenza i costi di trasporto, naturalmente l’impiego del prodotto a Km/0 favorisce il suo LCA, ma influisce nettamente sul prezzo di vendita che da c.a. 300 €/t. scende drasticamente a 120 – 135 €/t.

In conclusione il canapulo nelle sue varie frazioni dimensionali, grosso, medio, piccolo, solo se è accuratamente imballato, con un bassissimo contenuto di polveri e privo di fibre può essere venduto.

Solo ed unicamente a scopo esemplificativo di seguito una ipotesi economica dei ricavi producibili da una coltivazione gestita in trivalenza di prodotto.

Conto ricavi, basato su varietà monoica che permetta di sfruttare l’intero stelo oltre alla raccolta del seme.


Semi mondati e raccolti per ettaro 700 kg/ha umidità 9% (dato medio):

 

Prodotto Resa t/h Prezzo Medio € Totale €
 Fibre 23,0% 1,84 550 1.012,00
 Canapuli 62,0% 4,96 300 1.488,00
 Semi 8,8% 0,70 1.350 945,00
totale entrate/Ha 3.445,00
 
   % €/tonnellata
 Agricoltore 40 1.378 172,25
 1^ Lavorazione 60 2.067 258,37

 

Mentre sul fronte più specifico delle lavorazioni per il settore Alimentare si può in modo sintetico ipotizzare ben maggiori ricavi avendo a disposizione mulini e frantoi nuovi o da riconvertire.

 

Semi mondati e raccolti per ettaro 700 kg/ha umidità 9% (dato medio):

 

  Resa KG Prezzo Medio € Totale €
 Olio estratto 22% 154 € 16,00 2.464,00
 Farine Proteiche 20% 140 € 25,00 3.500,00
 Farine Fibrose 45% 315 € 12,00 3.780,00
totale entrate/Ha 9.744,00
 

 

 

Una ulteriore opportunità  per le piccole imprese è rappresentata dalle possibilità offerte dalla estrazione dei prodotti nutraceutici  per il settore parafarmacologico.

Infatti la Canapa offre la possibilità d’estrazione di vari principi attivi molti dei quali non sono psicotropi, oppure degli oli essenziali. La coltivazione specializzata per detti prodotti, può essere in alcuni casi sia in pieno campo che indoor, con tecniche non molto diverse dalla coltivazione tradizionale, o anche con il metodo definito “sinsemillia” generalmente indoor.


Olio essenziale

(ottenibile dalle cime) 1/10 di 8 t/h 1 % =  Kg. 8 di estratti prezzo di vendita medio € 3.800

Prezzi da € 25 a 108 confezioni da 10 ml

Estrazioni dei principi attivi (CBD – CBG) non psicotropi

                                     (THC – CBN) psicotropi

Prodotto estratto 75 g./m2 coltivazione prodotto da lavorare:

Per essere portato sul mercato e in forma ammissibile secondo UNDOC “Ufficio Droghe & Crimine Nazioni Unite” sotto la formula:

 

X = THC + CBN / CBD

se il rapporto risulta < 1 non è Droga

se il rapporto risulta > 1 è Droga

Un prodotto preso ad esempio (1% THC + CBN - 12% CBD) prezzo = € 200.000 Kg.

  • Confezioni da 10 ml (info da Danimarca 1500 kr. in € 202)

La coltivazione in campo di alcune varietà che abbiamo 0 THC è in avanzato stadio di realizzazione, in Francia, mentre il CRA Italiano sta lavorando al proposito.

La raccolta delle cime in pieno campo nella dovuta stagione non preclude in seguito la raccolta della restante parte degli steli, che in qualche caso e con i dovuti accorgimenti si riesce anche a portare a seme la coltivazione, di certo la si può tagliare e andanare per seguire il processo della estrazione delle fibre e utilizzo del canapulo.



Dettagli

Varietà di Canapa

Caratteristiche salienti

Le varietà di Canapa Italiana registrate nell’elenco EU sono relativamente poche, in genere tutte tradizionali di tipo dioico ( maschio e femmina su steli diversi) mentre sono in via di registrazione e di lancio sul mercato a cura del CRA, con l’ausilio di qualche impresa, le varietà monoiche Italiane (maschi e femmine sullo stesso stelo).

Il mercato del seme di Canapa oggi gestito da:

ASSOCANAPA SRL con la varietà tradizionale Carmagnola e una esclusiva di vendita di tutte le varietà Francesi, oltre alle varietà che il consorzio Francese ha come esclusiva dall’Ucraina.

FIBRANOVA SRL con le varietà CS Carmagnola Speciale, Fibranova ed alcune altre ma non presente sul mercato.

TOSCANAPA con le varietà Ungheresi KC Dora e Monica

VALERIO ZUCCHINI Consulting & Trading con una varietà UZO 31 di provenienza Tedesca e Finola Norvegese specializzata particolarmente per olio.

ELETTACAMPANA srl con una varietà tradizionale di tipo dioico recentemente recuperata

Le differenze tra le varietà sono importanti e definiscono in dettaglio i metodi di coltivazione, tempi di semina tempi di raccolta, macchine e sistemi per le operazioni in campagna.

Le differenze più evidenti sono le dimensioni delle tradizionali nei confronti delle varietà moniche, che per loro natura sono decisamente più costanti nelle loro fasi fenologiche ma soprattutto le dimensioni sono più idonee alle meccanizzazioni con tempi di maturazione semi molto più ridotti.

 

Metodi e macchine

La scelta del metodo e del tipo di produzione che si intende ottenere è strettamente legato alle scelte delle varietà, le caratteristiche specifiche della coltivazione, le epoche di raccolta nonché i metodi di raccolta e trasporto dalla campagna alla industria in breve qui sotto elencate.

 

Sezione agricola

Semina si esegue con macchine tradizionali o di precisione in funzione dei casi specifici ma non risultano criticità per qualsiasi metodologia si intenda applicare ivi compresa semina sul sodo con opportune macchine.

Raccolta del seme : effettuabile con macchine tradizionali compatibilmente alle dimensioni delle varietà. Le varietà tradizionali sono generalmente troppo alte per le trebbie concepite per prodotti bassi sorgo o grano.

Raccolta della fibra : sono disponibili solo attrezzature da fienagione inadatte al taglio e messa in andana ordinata per il successivo rivoltamento e raccolta in balle a falde ordinate ( vedi esempio la filiera del lino). Per la raccolta da fibra oggi si utilizzano barre di taglio mono o multiple e/o condizionatrici che lasciano sul campo un prodotto che viene raramente rivoltato, la tecnica non permette poi di riprendere il prodotto in falde ordinate.

Imballatrici per balle sia quadre che rotonde generalmente da fieno raccolgono il prodotto random e come tale viene riproposto ai sistemi di pulizia in modo casuale e che per questo motivo non sono in grado di restituire un prodotto a separazione perfetta così come richiesto dal mercato.

Un metodo non molto noto ma che è pur valido anche se presenta dei criteri che sono fuori dalla nostra tradizione agricola, conosciuto come raccolta primaverile, si esegue lasciando in campo gli steli in piedi senza tagliarli a trascorrere l’inverno fino alla primavera successiva o entrando in campo durante la stagione invernale con il terreno gelato. La tecnica ottiene la macerazione attraverso i batteri aerobici con il ridotto attacco di funghi, tale che sia il canapulo che le fibre ottenute non hanno cattivi odori come molto spesso avviene durante la fase di essiccazione o macerazione a terra soprattutto se non si rivolta l’andana.

 

 

Prima lavorazione alimentare

Raccolta del seme su varietà mediamente alte fino a 2,4 m. è fattibile con macchine combinate standard ma il prodotto per sua natura ha la necessità di un essiccatoio da campo o al centro di raccolta al fine di ridurre l’umidità tale da impedirne la fermentazione. Le macchine sono disponibili sul mercato, mentre per le piccole quantità, il telo, l’aia e l’aria estiva hanno sempre dato il risultato.



Prima lavorazione stelo

La prima lavorazione dello stelo è dipendente dalle necessità del prodotto finale che si vuole ottenere ed anche strettamente legato al prodotto in arrivo e dal suo sistema di raccolta.

Un prodotto in rotoballa o balla quadrata non potrà in modo industrialmente economico produrre fibre pulite a canapulo zero, mentre potrà produrre fibra corta con un residuo di canapulo più o meno alto tale da poter essere impiegata unicamente per TNT ( tessuti  non tessuti) termo fissati.

Il prodotto fibra lunga o lungo tiglio a canapulo zero per il tessile, lavorazioni TNT per auto agugliati meccanicamente è ottenibile unicamente da steli interi in falda ordinata, vedi linee per lavorazione del lino, ma con macchine di idonee dimensioni .

I fallimenti dei progetti passati dimostrano che risulta molto più semplice acquisire linee di lavorazione specifiche per Canapa, ormai note da 60 anni piuttosto che cercare di adattare la Canapa alle macchine da lino, oppure tentare di tagliare gli steli a metà ; Inoltre ad un esame attento le macchine da Canapa risultano meccanicamente diverse dalle macchine tradizionali da lino.

La raccolta primaverile fatta con tradizionali macchine trincianti rappresenta una semplificazione valida al processo per ottenere fibra corta e canapulo di ottima qualità; il metodo permette se gli steli vengono raccolti interi di operare con macchine tali da ottenere la fibra lunga “il lungo tiglio” a canapulo zero.

 

Bacini e aree d’influenza in funzione delle capacità impiantistiche

Le capacità impiantistiche oggi note e collaudate sono:

  • Solo fibra corta con lavorazione e imballo del canapulo con capacità da 4 – 8 ton/ora
  • Fibra lunga e corta con lavorazione e imballo del canapulo con capacità da 2,5 – 3 ton/ora
  • Solo fibra industriale con lavorazione senza imballo del canapulo con capacita da 1 -2 ton/ora
  • Solo fibra industriale con lavorazione (come punto 3) raccolta primaverile cippato

Le aree di influenza sono strettamente legate al territorio e dipendenti dai costi d’investimento impiantistico, e quindi risulteranno sempre più grandi in funzione delle necessità di materia prima impiantistica .

  • 40 ton/giorno x 220 g/anno = 8800 ton/anno = media ponderale = 1000/ha.
  • 22,5 ton/giorno x220 g/anno = 4900 ton/anno = media ponderale = 620/ha.
  • 12 ton/giorno x 220 g/anno = 2640 ton/anno = media ponderale = 330/ha.

Fermo restando che si deve considerare un raggio d’influenza del centro di recupero paglie in quello che viene in maniera molto semplicistica definita una “giornata di camion” in considerazione del fatto che i costi di trasporto sono rappresentati soprattutto dal tempo di carico e scarico più che dal costante costo kilometrico di trasferimento oltre che a prendere visione delle condizioni specifiche si può dire che nell’ambito di 4 o 5 impianti situati strategicamente sul territorio sarebbero certamente in grado di soddisfare l’esigenza di smaltimento delle paglie su tutta Italia, fermo restando che questi possano produrre tutti i prodotti che il mercato richiede.

La sezione di filiera riguardante il seme può essere più frazionata rispetto alle lavorazione delle paglie infatti i costi d’investimento per piccoli impianti industriali o addirittura artigianali risultano più alla portata, anche se si manifestano fin da subito le criticità per il controllo qualitativo dei prodotti destinati alla alimentazione.

La filiera della Canapa avrebbe davanti delle inimmaginabili opportunità se solo si avesse la possibilità di gestire la stessa nei termini di tutte le coltivazioni agricole, pur mantenendo fermo la regolamentazione dettata dalla Comunità Europea e nel rispetto dei vincoli delle Nazioni Unite.

Ciò premesso, si dovrebbe:

Applicare la circolare del Ministero della Salute che autorizzerebbe di fatto all’immissione sul mercato di prodotti con tracce di THC non superiore alle quantità ammesse dalla Comunità Europea

Modificare le norme per la pubblicità essendo la Canapa nell’elenco dei prodotti proibiti

Applicare i contenuti e le raccomandazioni delle Nazioni Unite in materia di droga per dare un forte impulso alla produzione artigianale e/o  industriale per prodotti parfarmaceutici  quali integratori alimentari. 

Favorire la nascita di poli di raccolta e lavorazione delle paglie,  completi per l’estrazione delle fibre, in particolare le fibre a contenuto zero di canapulo  e del canapulo per la bioedilizia completo di imballo ermetico all’acqua.

Consolidare nuove attrezzare per  l’agricoltura e l’industria della Canapa  con mezzi idonei e specifici per la coltivazione della stessa e non con sistemi e macchine prestate da altre filiere (vedi il lino) che tanto danno hanno arrecato alla Canapa .

Occorre inoltre il riconoscimento da parte delle autorità per l’inserimento della Canapa come pianta oleosa,  specifica oggi solo riconosciuta al Lino tra le piante da fibra liberiane

Non ultimo riterremmo importante l’obbligo di riportare sull’ etichetta  di tutti i prodotti alimentari derivati l’indicazione della  varietà del seme usato e della  relativa provenienza, per ottenere il massimo della tracciabilità

E’ indispensabile una organizzazione FEDRERATIVA NAZIONALE che possa riunire le varie Associazioni Regionali che si sono formate sul territorio tale da poter gestire in modo bilanciato gli interessi di filiera e non gli interessi privati di singole Aziende che determinano l’andamento e gli indirizzi di tutta la filiera Italiana della Canapa; l’ organismo dovrebbe avere anche il compito di indirizzare i vari coltivatori o operatori del settore nelle scelte per le migliori varietà, metodi, punti di raccolta, con consigli interessati unicamente allo sviluppo della filiera Canapa indipendentemente dalle varie organizzazioni e società patrocinanti.

 

Conclusioni :

  • Promuovere l’intero comparto mettendo in primo piano le nuove applicazioni a più alto valore  aggiunto, alimentare, cosmetico, parafarmaceutico  ( tracce di THC  o tolleranze % nei prodotti);
  • Promuovere le applicazioni in edilizia del canapulo che è 2/3 della coltivazione;
  • Istituire almeno 4/5 centri di raccolta e lavorazione  delle  paglie per l’estrazione del canapulo e la lavorazione delle  fibre pulite a canapulo 0  o x lungo tiglio pronte per le nuove tecnologie dei compositi  o per la ricostruzione del settore tessile;
  • Indispensabile una regolamentazione del settore che permetta la commercializzazione dei prodotti, con provenienza esposta in etichetta, oltre a una tracciabilità che non lasci dubbi;
  • Le contribuzioni e le agevolazioni dovrebbero poter giungere anche agli Agricoltori  convogliando verso l’agricoltura  parte  dei contributi e stimoli finanziari  tali  da promuovere l’adozione di tecniche che permettano l’ottenimento di materie prime idonee alle esigenze di trasformazione dei nuovi prodotti;
  • Equiparazione della Canapa  al Lino anche nel settore semi  per olio.

 

Pubblicato in Canapicoltura
Mercoledì, 29 Giugno 2016 18:18

Agricoltura Sociale


La Canaperia Italiana® è un’impresa sociale che ha tra i suoi obiettivi lo sviluppo di progetti e servizi di Agricoltura Sociale (AS).

L’AS nasce alla fine degli anni ’90 con una direttiva europea sulla multifunzionalità in agricoltura che promuove la creazione di servizi socio – educativi e riabilitativi nelle aziende agricole. In Italia compaiono le prime esperienze dalla fine degli anni ‘90, anche se, in Italia, le attività agricole erano già usate a scopo terapeutico, negli anni ’60 con i primi “preti di strada” che ai tossicodipendenti facevano coltivare e allevare come forma di terapia (ergoterapia).

Nel 2005 viene fatto il primo Convegno Nazionale sull’Agricoltura Sociale al Centro Nazionale Ricerche di Roma e da allora le esperienze strutturate e i progetti si sono moltiplicate, coinvolgendo in molti casi la Pubblica Amministrazione, creando nuove linee di finanziamento pubblico e non solo, cambiando il modo di lavorare degli operatori e di dare significato ai servizi sociali da parte dei fruitori dei servizi stessi.

In Italia e nel mondo, l’AS sta diventando un modello di agricoltura sostenibile e di welfare rigenerativo, in grado non solo di offrire servizi come la pet – therapy, la terapia orticolturale e il reinserimento lavorativo, ma di creare vere e proprie “economie civili” che sviluppano circoli virtuosi di valori, scambi relazionali e scambi economici, protezione sociale e sviluppo sostenibile, in grado di offrire un’alternativa vera e propria al modello sociale ricorrente.

Questo è avvenuto anche grazie al formarsi di Gruppi d’Acquisto Solidale (divenuti nel tempo anche qualcosa di più complesso come i Distretti di Economia Solidale), nelle aziende agricole dove i servizi di AS vengono erogati, tra i genitori, gli operatori, gli amici, fino a creare le fattorie sociali che oggi cominciano a prendere la forma di vere e proprie “piccole economie locali” e che sono capaci di sostenere non solo l’agricoltore ma l’intera comunità.

Solidarietà ed economia possono stare insieme, e questa è la nostra esperienza, insieme promuovono legami forti nel tessuto sociale, tra agricoltori, associazioni, istituzioni e singole persone, formando una Rete d’Economia Solidale – RES, che sviluppa un “sistema” di Community Supported Agriculture – CSAcapace di creare e sviluppare valori etici per la comunità.

Sono i consumatori e i produttori stessi, infatti, a stabilire il valore dei prodotti in base alla loro qualità e al rispetto dei valori civici, insieme raccolgono e insieme distribuiscono, correndo dei rischi insieme se il raccolto non va bene, insieme sostengono la comunità offrendo accoglienza, nutrimento e conoscenze.

 

MO.R.E.S.

MOLISE – Rete d’Economia Solidale

La RES che la Cooperativa intende far sviluppare e promuovere, ha una visione dell’agricoltura sociale che supera i limiti di una visione “personalistica”, destinata solo a persone svantaggiate (e alle loro famiglie), ma la amplia, rivolgendo il proprio sguardo a tutto il territorio che diventa il vero oggetto dell’intervento di “pedagogia di comunità” e fa diventare l’azienda agricola, una fattoria sociale.

I membri della RES sono prevalentemente imprese, cooperative, associazioni e gruppi informali di cittadini, ma vi possono aderire tutti i soggetti coinvolti in vario modo e che intendono impegnarsi per lo sviluppo dei Principi della Rete che promuove una RES agricola e sociale nel Molise con il progetto MO.R.E.S. – Molise Rete d’Economia Solidale (mores dal latino comportamento, condotta) e che mirano alla crescita di un modello di economia e società diversi dai modelli (fallimentari) che l’economia e la finanza globali hanno proposto:

  • nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su principi di cooperazione e reciprocità;
  • giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali) e dell’ambiente naturale;
  • partecipazione e condivisione al Progetto di rete e impegno a sviluppare progetti sostenibili e rigenerativi;
  • disponibilità a entrare in rapporto con il territorio partecipando a iniziative e progetti locali;
  • investimenti per scopi di utilità sociale (Responsabilità Sociale d’Impresa) condivisi;
  • il consumo responsabile e sostenibile, la diffusione di prodotti alimentari naturali, eco-compatibili, etici, sani e nutrienti che provengano da aziende che investono sul proprio territorio;
  • il sostegno ai piccoli produttori stabilendo rapporti diretti che garantiscano un’equa remunerazione;
  • la creazione e la promozione in accordo con la Pubblica Amministrazione (servizi sociali, ASL), associazioni, cooperative sociali e di volontariato, di servizi psicopedagogici, riabilitativi, d’integrazione socio-lavorativa.

 

 

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