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ALIMENTAZIONE


Martedì, 18 Ottobre 2016 11:51

La filiera della canapa in Molise

Domenica 23 ottobre, alle 12.15 su Rai1, Linea Verde ci porta in Molise alla scoperta di un'antica filiera rimessa in piedi da un gruppo di amici riuniti in una cooperativa sociale.
Patrizio Roversi e Daniela Ferolla ci raccontano le vie della cannabis sativa. Partiamo dalla raccolta in campo per seguirne le innumerevoli vie di trasformazione: in formaggio, olio, farina, pane, pasta, biscotti, edilizia, cosmetica, birra, oli essenziali, farmacologia.
Scopriamo quante e quali proprietà ha nell'alimentazione umana e in quella animale.
Andiamo insomma a cercare di dare una risposta a una domanda semplice: la canapa è oggi di nuovo un'opportunità?



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Il sistema endocannabinoide è un complesso sistema endogeno di comunica-zione tra cellule. Esso è composto da recettori endocannabinoidi, i loro ligan-di endogeni (gli endocannabinoidi) e le proteine coinvolte nel metabolismo e nel trasporto degli endocannabinoidi. Questo sistema è di grande importanza per il normale funzionamento dell’organismo.

Il sistema endocannabinoide prende il suo nome dalla pianta di cannabis poiché alcuni fitocannabinoidi in essa presenti, tra cui il THC, mimano gli effetti degli endocannabinoidi legandosi ai medesimi recettori. La maggior parte dei neurotrasmettitori sono stati scoperti molto prima dei recettori cor-rispondenti ai quali si legano per svolgere la loro azione sul Sistema Nervoso Centrale (SNC). Tuttavia, nuove tecniche di studio e di ricerca hanno teso a rovesciare questa tradizione e, come già nel caso della scoperta del sistema oppioide endogeno, anche nel caso degli endocannabinoidi, essi sono stati individuati dopo la scoperta dei loro recettori, i quali erano stati identificati grazie ai fitocannabinoidi.

Le funzioni del sistema endocannabinoide

La produzione in tutto l’organismo di componenti del sistema endocannabi-noide e la presenza di questo sistema in organismi di livello inferiore, indi-cano un ruolo vitale di questo sistema nella filogenesi (De Petrocellis et al. 2004, McPartland et al. 2006).

In base alla localizzazione dei recettori, è stato ipotizzato che il sistema en-docannabinoide sia coinvolto in un gran numero di processi fisiologici (Figu-ra 1, Tabella 1), tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore, la regolazione dell’equilibrio energetico, e in com-portamenti come l’assunzione di cibo (Ameri 1999, Di Marzo 1998). Altre funzioni del sistema endocannabinoide, nella normale fisiologia, potrebbero essere correlate alle funzioni endocrine, alle risposte vascolari, alla modula-zione del sistema immunitario, alla neuroprotezione (Correa et al. 2005, Van der Stelt & Di Marzo 2005, Wang et al. 2006, Idris et al. 2005, De Oliveira Al-vares et al. 2006, Arenos et al. 2006, Mikics et al. 2006, Guindon et al. 2006).

Figura 1 - Le principali funzioni del sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.

 

Tabella 1 - Funzioni in cui è coinvolto il sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.

 

 

I recettori cannabinoidi

Il corpo umano possiede specifici siti di legame per i cannabinoidi, distribu-iti sulla superficie di molti tipi di cellule. Il nostro organismo produce i loro ligandi endogeni, chiamati endocannabinoidi, i quali si legano proprio ai recettori cannabinoidi (CB), attivandoli. Questi recettori appartengono alla numerosa famiglia dei recettori accoppiati alla proteina G (GPCR), superfa-miglia della quale fa parte la maggioranza dei recettori più comuni. I GPCR sono recettori di membrana che consistono in sette domini trans membrana (7TM) con un terminale amminico extracellulare ed un terminale carbonilico intracellulare (Howlett, 2002).

Fino a qualche anno fa si pensava che esistessero solo due tipi di recettori cannabinoidi, i CB1 (Figura 2) scoperti nel 1990 (Matsuda et al.1990, Gerard et al. 1991) e i CB2, scoperti qualche anno dopo, nel 1993 (Munro et al. 1993, Griffin et al. 2000) ma ci sono crescenti evidenze dell’esistenza di ulte-riori recettori cannabinoidi sia a livello centrale che periferico. Uno di questi potrebbe essere il recettore “orfano” accoppiato alla proteina G, denominato GPR55 (Lauckner 2008, Ryberg et al. 2007).

Figura 2 - Il recettore cannabinoide CB1 ha una struttura a sette domini trans membrana (7TM). Fonte: The endocannabinoid system handbook. ECSN 2008.

I recettori cannabinoidi hanno differenti meccanismi di distribuzione tissutale e di segnalazione. I CB1 sono tra i più abbondanti e i più ampiamente di-stribuiti GPCR nell’encefalo. Si trovano principalmente sulle cellule nervose (neuroni) del SNC (oltre che nell’encefalo quindi, anche nel midollo spinale). A livello dell’encefalo, la distribuzione dei CB1 (Figura 3) è particolarmente marcata nelle regioni responsabili della coordinazione motoria e del movi-mento (per esempio, il cervelletto, i gangli della base, nello specifico, lo stria-to e la substantia nigra), dell’attenzione e delle funzioni cognitive complesse come il giudizio (ad esempio, la corteccia cerebrale), dell’apprendimento, della memoria e delle emozioni (ad esempio, amigdala e ippocampo) (Bie-gon & Kerman 2001, Glass et al. 1997, Herkenham et al. 1990, Maileux et al. 1992, Pettit et al. 1998).

I recettori CB1 sono presenti in minor quantità, anche in alcuni organi e tes-suti periferici tra cui ghiandole endocrine, ghiandole salivari, leucociti, milza, cuore e parte dell’apparato riproduttivo, urinario e gastrointestinale.

Figura  3 - Distribuzione dei recettori CB1 nel cervello. Nello specifico, le aree indicate con i puntini neri sono quelle in cui maggiormente si lega il cannabinoide esogeno THC modificandone il normale funzionamento e sviluppo. Fonte: NIDA.

 

 

 

A differenza dei CB1 invece, i recettori CB2 sono espressi principalmente a li-vello periferico. Sono presenti prevalentemente nelle cellule immunocompe-tenti, tra cui i leucociti, la milza e le tonsille, il midollo osseo ematopoietico ma anche nel pancreas. Recentemente sono stati identificati anche nel SNC, pur se a basse concentrazioni (Van Sickle et al. 2005), in particolare sulle cellule gliali e microgliali.

Il ruolo dei recettori cannabinoidi è essenzialmente quello di regolare il rila-scio di altri messaggeri chimici. I recettori CB1 interferiscono con il rilascio di alcuni neurotrasmettitori e la loro attivazione protegge il SNC dalla sovrasti-molazione o dalla sovrainibizione prodotta da altri neurotrasmettitori.

I recettori CB2 invece, svolgono prevalentemente un’azione periferica con attività immunomodulatoria. Nel sistema immunitario, infatti, una delle fun-zioni dei recettori cannabinoidi è la modulazione del rilascio di citochine, molecole proteiche responsabili della regolazione della funzione immune e delle risposte infiammatorie.

Tipologie di cannabinoidi

Il tmine cannabinoide si riferisce ad ogni composto che ha la capacità di interagire con i recettori cannabinoidi. Con la definizione di alcune sottoca-tegorie chimiche è possibile prendere in considerazione varie forme di pro-dotti sia naturali che sintetici. Ad oggi sono state descritte tre tipologie di cannabinoidi: i cannabinoidi endogeni, i fitocannabinoidi, e i cannabinoidi sintetici realizzati in laboratorio a scopo terapeutico e/o di ricerca scientifica.

Con il termine cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi si identifica una classe di messaggeri lipidici endogeni, accomunati dalla capacità di interagi-re con almeno uno dei recettori cannabinoidi a livello centrale o periferico, regolando alcune funzioni fisiologiche e comportamentali. Tutti gli endocan-nabinoidi sono derivati di acidi grassi polinsaturi, che si differenziano, nella struttura chimica, dai fitocannabinoidi.

Gli endocannabinoidi al momento conosciuti sono i seguenti:

  • N-arachidonoiletanolamide (anandamide, AEA)
  • 2-arachidonoilglicerolo ( 2-AG)
  • 2-arachidonil gliceril etere (noladina, 2-AGE)
  • virodamina (O-arachidonoil etanolamina)
  • N-arachidonoil-dopamina (NADA)

L’anandamide è stata isolata ed identificata nel 1992 nel cervello di maiale (Devane et al. 1992), subito dopo la scoperta dei recettori CB1 e rappresenta la prima molecola endogena individuata in grado di legarsi selettivamente ad essi. Si tratta di un derivato ammidico dell’acido arachidonico, componente delle membrane cellulari. Deve il suo nome alla parola in Sanscrito “ananda” che significa “beatitudine”.

L’anandamide e il 2-AG (Figura 4) costituiscono i due primi endocannabi-noidi ad essere stati isolati e per questo sono anche i più studiati fino ad ora.

Figuga 4 - Struttura dell’anandamide e del 2-arachidonoilglicerolo.

 

 

 

 

Sono entrambe piccole molecole lipidiche, piuttosto diverse da qualunque altro neurotrasmettitore conosciuto. A causa della loro natura lipidica, gli endocannabinoidi non vengono immagazzinati nelle vescicole sinaptiche come accade per numerosi altri neurotrasmettitori monoamminici, ma sono sintetizzati all’occorrenza dai neuroni, in seguito alla depolarizzazione della membrana e all’aumento intracellulare dei livelli del calcio (Ca2+) (Freund et al. 2003, Piomelli 2003). La sintesi avviene a partire da fosfolipidi di mem-brana, precursori che dopo idrolisi enzimatica, ad opera di due enzimi NA-PE-PLD e DAGL alfa e beta, liberano, rispettivamente, gli endocannabinoidi AEA o 2-AG dalla membrana pre o post sinaptica, nello spazio intersinaptico (Figura 5). Una volta rilasciati, i nuovi endocannabinoidi sintetizzati possono viaggiare in direzione retrograda lungo la fessura sinaptica, legandosi anche ai recettori cannabinoidi sui terminali presinaptici (Freund et al. 2003). L’at-tivazione di recettori cannabinoidi CB1, comporta l’inibizione dell’attività dell’adenilatociclasi, con minor produzione del secondo messaggero cAMP, avvia la chiusura dei canali Ca2+, inibendo l’ingresso di ioni Ca2+, e apre i canali del potassio (K+) causando una iperpolarizzazione delle membrane. Inoltre, è presente anche una attivazione di alcune chinasi, tra cui le MAP chinasi. L’inibizione o l’attivazione di canali ionici è una delle conseguen-ze principali che risulta dal legame degli endocannabinoidi ai loro recettori CB1 (Szabo & Schliker 2005). Attraverso questa influenza sui canali ionici, gli endocannabinoidi possono inibire il rilascio di neurotrasmettitori dai termi-nali assonici, perciò hanno un ruolo importante in alcune forme di plasticità sinaptica sia a breve che a lungo termine (Chevaleyre et al. 2006, Mackie 2006).

Riassumendo, gli endocannabinoidi vengono rilasciati dai neuroni postsinap-tici per agire sui terminali presinaptici. I recettori CB1 si trovano principal-mente nei terminali presinaptici del SNC. La comunicazione in questa dire-zione, dal “post” al “pre”, viene chiamata segnalazione retrograda (Wilson & Nicoll 2002).

Figura 5 - Il sistema endocannabinoide endogeno (Guzman, 2003). Uno dei ruoli accer-tati del sistema endocannabinoide è quello di agire da neuromodulatore nel cervello. Le membrane neuronali postsinaptiche contengono i precursori degli endocannabinoidi per rilasciare gli endocannabinoidi attivi (anandamide (AEA), 2-arachidonoilglicerolo (2-AG)) nella fessura intersinaptica. La sintesi ed il rilascio avviene in seguito all’aumento degli ioni calcio (Ca+) provocato dall’interazione di altri neurotrasmettitori (NT) con i rispettivi recettori che possono essere metabotropici (mR) o ionotropici (iR). Gli endocannabinoi-di così liberati, possono funzionare da messaggeri retrogradi, legandosi ai recettori can-nabinoidi CB1 presinaptici, i quali a loro volta, inibiscono i canali del calcio voltaggio dipendente (Ca+) e attivano quelli del potassio (K+). Questo effetto sulla polarizzazione di membrana comporta una inibizione del rilascio di altri neurotrasmettitori (quali glutam-mato, dopamina, GABA). Il processo neuromodulatorio degli endocannabinoidi termina con un meccanismo di ricaptazione all’interno dei neuroni, che coinvolge la presenza di un possibile trasportatore (T) o per diffusione. Una volta all’interno del neurone, vengono degradati dal FAAH, un enzima che scinde l’anandamide (AEA) nelle sue componenti, l’acido arachidonico (AA) e l’etanolamina (Et) (Guzman, 2003).

 

 

Successivamente, la rimozione di AEA e 2-AG dallo spazio presinaptico av-viene rapidamente attraverso un processo di ricaptazione (reuptake) selettivo che suggerisce un trasporto all’interno della cellula, mediato da un trasporta-tore di membrana (Beltramo et al. 1997; Piomelli et al. 1999) o per diffusione passiva degli endocannabinoidi attraverso la membrana. Una volta all’interno della cellula, gli endocannabinoidi vengono rapidamente metabolizzati con la loro conseguente disattivazione. Il metabolismo di anandamide e 2-AG avviene principalmente per idrolisi da parte di un enzima denominato FAAH specifico per l’idrolisi delle ammidi degli acidi grassi (Cravatte et al. 1996, Hillard et al. 1995, Ueda et al. 1995) e per il solo 2-AG, anche da parte della monoacilglice-rol-lipasi, MAGL (Dinh et al. 2002, Goparaju et al. 1999).

Il meccanismo con il quale gli endocannabinoidi agiscono prevede quindi la loro sintesi indotta da determinati eventi, l’attivazione locale di recettori canna-binoidi, seguita da una rapida degradazione.

L’attivazione dei recettori CB1 con gli endocannabinoidi dunque, diminuisce il rilascio di altri neurotrasmettitori. Gli endocannabinoidi vengono sintetizzati quando persiste un’intensa attività neuronale. La localizzazione dei recettori CB1 suggerisce che potrebbero partecipare in una sorta di meccanismo di ini-bizione feedback dove la produzione di endocannabinoidi nelle cellule post sinaptiche inibisce il rilascio di trasmettitori. Questo fenomeno, indicato come “plasticità mediata dagli endocannabinoidi” (Mackie 2008), è un meccanismo che serve sia ad attenuare che ad aumentare l’eccitabilità neuronale, a secon-da che si tratti della riduzione del rilascio di un neurotrasmettitore eccitatorio (come ad esempio il glutammato) o di uno inibitorio (il GABA). Il maggior ef-fetto dei recettori CB1 infatti, è spesso quello di ridurre l’apertura dei canali presinaptici del calcio. Quando i canali del calcio vengono inibiti, la capaci-tà del terminale presinaptico di rilasciare neurotrasmettitori (come dicevamo, principalmente glutammato o GABA) è ridotta. Quindi, quando un neurone postsinaptico è molto attivo, esso rilascia endocannabinoidi, i quali reprimo-no sia l’impulso inibitorio che eccitatorio sul neurone. I recettori cannabinoidi svolgono dunque una sorta di azione protettiva del Sistema Nervoso Centrale dalla sovrastimolazione o sovrainibizione esercitata da altri neurotrasmettitori. La rapida induzione della sintesi di endocannabinoidi con la conseguente at-tivazione dei recettori e successiva degradazione degli stessi, suggerisce che questi composti agiscono nel cervello primariamente come neuromodulatori, piuttosto che come classici neurotrasmettitori (Trezza et al. 2008).

Riassumendo, le caratteristiche peculiari che i cannabinoidi endogeni presenta-no rispetto agli altri neurotrasmettitori, sono le seguenti:

  1. Non vengono prodotti e immagazzinati nelle vescicole come la maggior parte dei neurotrasmettitori, ma vengono prodotti rapidamente “on-de-mand” (solo quando necessario) a partire dai loro precursori.
  1. Sono piccoli e permeabili alla membrana; una volta sintetizzati, possono diffondersi rapidamente attraverso la membrana della loro cellula di origine per influenzare le cellule vicine.
  1. Possono venire rilasciati dai neuroni postsinaptici per agire sui terminali presinaptici. La comunicazione in questa direzione, dal “post” al “pre”, è chiamata segnalazione retrograda; dunque gli endocannabinoidi vengono indicati come messaggeri retrogradi. Questo tipo di messaggio offre una sor-ta di sistema a feedback per regolare le forme convenzionali di trasmissione sinaptica, che tipicamente vanno dal “pre” al “post”.
  2. Si legano selettivamente al tipo CB1 dei recettori cannabinoidi, che è maggiormente localizzato su determinati terminali presinaptici.

L’importanza del ruolo dei cannabinoidi endogeni nello sviluppo cerebrale

Oltre al suo noto coinvolgimento in specifiche funzioni corporee, il sistema endocannabinoide ha un ruolo importante in processi fondamentali dello svi-luppo. Il rilascio dei cannabinoidi endogeni controlla la plasticità sinaptica, ovvero, la capacità del sistema nervoso di modificare l’efficienza del funzio-namento delle connessioni tra neuroni (sinapsi), di instaurarne di nuove e di eliminarne alcune, in molte aree cerebrali comprese la neocorteccia, l’ip-pocampo, il cervelletto, e i gangli della base. Il signaling endocannabinoide ha un ruolo fondamentale nelle sinapsi con un chiaro continuum d’azione dallo stabilirsi delle sinapsi nell’inizio del neurosviluppo alla funzione delle sinapsi nel cervello adulto (Harkany et al. 2008). Il sistema endocannabi-noide, infatti, è presente nel Sistema Nervoso Centrale fin dalle prime fasi di sviluppo cerebrale, ed esso possiede un ruolo rilevante nell’organizzazione cerebrale durante la vita pre- e postnatale (Fernandez-Ruiz et al. 2000; Fride 2004).

Recenti evidenze indicano infatti, che gli endocannabinoidi intervengono du-rante il neurosviluppo. Sono coinvolti nel controllo della neurogenesi, nella proliferazione dei progenitori neurali, nella migrazione e nella specificazio-ne fenotipica dei neuroni immaturi influenzando la formazione di complessi network neuronali (Figura 6).

Figura 6 - La specificazione neurale è controllata dagli endocannabinoidi che agisco-no sui recettori cannabinoidi CB1 (Harkany et al. 2008). La specificazione neuronale è controllata dagli endocannabinoidi (eCBs) attraverso l’azione sui recettori CB1 (CB1Rs rappresentati dagli ovali verdi). Le frecce indicano il possibile coinvolgimento degli eCB nel processo di specificazione. Le frecce circolari invece si riferiscono ad un probabile meccanismo cellulare autonomo di regolazione del rilascio degli eCB. I punti interrogativi si riferiscono invece a dati che suggeriscono il possibile coinvolgimento di altri recettori sensibili ai cannabinoidi (CB2R, GPR55) durante alcuni stadi dello sviluppo neuronale (Harkany et al. 2008).

 

 

I recettori CB1 compaiono durante gli stadi più precoci dello sviluppo ce-rebrale (Begbie et al. 2004, Buckley et al. 1998, Romero et al. 1997) e sono localizzati nelle aree di materia bianca, cioè aree composte dagli assoni dei neuroni e nelle zone di proliferazione cellulare (Berrendero 1999, Wang 2003, Romero et al. 1997). La localizzazione transitoria atipica dei recetto-ri cannabinoidi CB1 durante il periodo perinatale suggerisce uno specifico coinvolgimento del sistema endocannabinoide nello sviluppo cerebrale; esso sarebbe implicato in processi del neurosviluppo come la proliferazione, la migrazione, e la genesi delle sinapsi delle cellule nervose (Berghuis et al. 2005, 2007, Fernandez-Ruiz et al. 2000, Galve-Roperh et al. 2007, Harkany et al. 2008, Watson et al. 2008). Inoltre, la presenza dei recettori cannabi-noidi CB1 durante lo sviluppo cerebrale è stato associato ad effetti neuropro-tettivi nella maturazione del SNC e delle sue funzioni (Fernandez-Ruiz et al. 2000, Fride 2004).

Recentemente è stato dimostrato che il sistema endocannabinoide aiuta lo stabilirsi di connessioni di assoni a lunga distanza (Mulder et al. 2008) e agi-sce come indicazione di orientamento degli assoni locali per gli interneuroni GABAergici nel cervello in fase di sviluppo (Berghuis et al. 2005, 2007).

La densità dei recettori CB1 (Rodriguez de Fonseca et al. 1993, McLaughlin & Abood 1993) aumenta progressivamente durante lo sviluppo postnatale, con il picco poco prima dell’inizio della pubertà. I livelli del recettore can-nabinoide CB1, in seguito, diminuiscono fino a raggiungere i valori adulti (Rodriguez de Fonseca et al. 1993).

In conclusione, con il termine “sistema endocannabinoide” si intende un complesso insieme di ligandi, recettori, enzimi e trasportatori che svolgo-no molteplici funzioni nel Sistema Nervoso Centrale e periferico, nonché in periferia. La specifica e peculiare azione di regolazione retrograda svolta da questo sistema è estremamente importante per il mantenimento di una equi-librata attivazione neuronale.

Infine, l’importante ruolo da esso svolto durante lo sviluppo neuronale, sug-gerisce chiaramente come una eventuale perturbazione del sistema cannabi-noide endogeno, ad esempio attraverso l’utilizzo di fitocannabinoidi, possa influire in modo anche drammatico sul sistema nervoso durante lo sviluppo.

 

 

Bellamoli Elisa 1, Seri Catia 2, Rimondo Claudia 2, Serpelloni Giovanni 3, Schifano Fabrizio4

 

 

 

1 Dipartimento delle Dipendenze ULSS 20 Verona - Unità di Neuroscienze

 

2 Sistema Nazionale di Allerta Precoce, Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

3 Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

4 Department of Pharmacy, University of Heartfordshire, United Kingdom

 

 

 

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di canapaindustriale.it

Non si tratta solo della stampante 3D più grande del mondo, ma bensì di un passo in avanti della tecnologia al servizio della sostenibilità e del low-cost. BigDelta, la stampante 3D alta 12 metri concepita dai ragazzi di WASP, World’s Advanced Saving Project (nella foto sotto), nasce a Massa Lombarda – in provincia di Ravenna – inseguendo l’utopia di dare una casa a chiunque ne abbia bisogno e cercando idee e soluzioni concrete per renderlo un progetto realizzabile.

STUDIO. Il primo passo è stato lo studio dei materiali da impiegare nella stampa, da reperire in loco per fare in modo che la case fossero a tutti gli effetti a km zero. «Abbiamo studiato materie prime che fossero donate dalla terra – raccontano i ragazzi – ad alto rendimento, con un costo di produzione basso, per la crescita delle quali non servissero concimi chimici e che fossero coltivabili ovunque. La tecnologia 3D consente però di realizzare costruzioni molto gradevoli esteticamente in tempi brevi e con una necessità di manodopera praticamente pari a zero».

ALIMENTAZIONE E TRASPORTABILITÀ. «I bracci della BigDelta trasportano all’incirca 70 kg, per un consumo ridotto a meno di un decimo rispetto alle stampanti a portale ed equivalente a circa 300 watt, perfettamente gestibile quindi con una batteria e pochi metri quadri di pannelli solari. Oltre a ciò, la BigDelta è stata progettata per essere montata in tempi brevi: a tre persone occorrono circa due ore, e si alimenta a sole, vento e acqua».

  1. «Le strade percorribili», continuano a raccontare i ragazzi di WASP, «sono di due tipi: possono essere utilizzate materie prime di origine naturale e materiali tecnici specifici. Per quanto riguarda le terre crude, queste possono essere alleggerite con vermiculite o con altri materiali leggeri naturali. Gli impasti sintetici o tecnici possono invece essere costituiti da materiali cementizi o calce, uniti, ad esempio, a vetro soffiato o argilla espansa. Si sono ottenuti ottimi risultati anche inserendo polistirolo all’interno del cemento. Questa soluzione rende l’impasto notevolmente leggero abbattendo al contempo i costi, non abbiamo però fatto un’analisi di ciò che comporta a livello d’impatto ambientale. È logicamente molto più facile utilizzare materiali di sintesi o tecnici rispetto a impasti naturali, ancora tutti da scoprire. Il nostro campo di applicazione si rivolge ai secondi: stiamo testando impasti a base di argilla o calce arricchiti da canapa, o, ancora, materiali soffiati; molto divertente l’applicazione in cui si inseriscono pop-corn all’interno dell’impasto per generare delle bolle d’aria. Un’altra interessante sperimentazione di alta tecnologia e basso impatto ambientale è quella con i geo-polimeri, che nelle nostre prove uniamo ad argilla».

TEMPISTICHE. «Abbiamo impiegato tre anni di ricerca per costruire la BigDelta e adesso il nostro impegno si rivolgerà verso la stampa della casa. La stampa della casa a km zero sarà l’ennesimo traguardo di un lavoro autofinanziato, per questo ovviamente richiede un po’ di tempo in più. Il tempo necessario a stampare una casa invece dipende da una serie di fattori, il materiale in primis: se si utilizza un cemento a presa rapida (che, per quanto non ci interessi, la nostra BigDelta è in grado di stampare) i tempi sono nettamente inferiori, in poche ore si possono realizzare muri di diversi metri. Se invece si scelgono materiali reperiti sul luogo, quali argilla e terra cruda, è necessario lasciare che il materiale si asciughi prima di depositarne altro». Non solo, perché la BigDelta è al centro di un progetto di ricostruzione delle opere d’arte distrutte dal terrorismo che apre un dibattito sul patrimonio culturale. L’idea è stata lanciata alla Maker Fair da poco conclusa e secondo Massimo Moretti, l’inventore della Big Delta, «il primo passo è quello di acquisire immagini dettagliate dalla comunità scientifica, il secondo è dargli forma. L’ideale poi sarebbe ricostruire le opere d’arte con gli stessi materiali che sono stati impiegati per costruirli, cioè riutilizzando le polveri degli oggetti distrutti». Ad ogni modo, quali saranno i prossimi passi del progetto? «Andremo avanti a fare ricerca per realizzare una casa a km zero che sia sostenibile, ecocompatibile e che chiunque possa permettersi. Il nostro obiettivo successivo è quello di realizzare un intero villaggio autonomo in termini di sostentamento, basato sull’autoproduzione, e, ovviamente, interamente stampato. E dopo? Vogliamo salvare il mondo!

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da consiglio.regione.lazio.it

18/07/16 - Un altro passo per la promozione della coltivazione della canapa per scopi produttivi, alimentari e ambientali nelle campagne del Lazio è stato compiuto questa mattina in commissione Agricoltura alla Pisana. È stato infatti espresso parere favorevole, a maggioranza (otto favorevoli e due contrari) dall'ottava commissione - competente per le attività produttive e presieduta da Daniele Fichera - al testo unificato di due proposte di legge in materia.

Subito prima era stato votato il parere sulla disposizione finanziaria frutto dell'emendamento sostitutivo dell'assessore al Bilancio Alessandra Sartore e che aveva già superato il vaglio della commissione Bilancio lo scorso 12 luglio (l'esame dell'articolato in ottava commissione si era già concluso il 23 giugno). L'articolo 9, in cui tale disposizione trova spazio, propone di istituire due fondi. Il primo dei quali, per interventi in parte corrente, finanziato con 100 mila euro per ciascun anno, nel 2017 e 2018, e il secondo per quelli in conto capitale con 200 mila euro per ciascuna delle stesse annualità.

La coltivazione della canapa nel Lazio, come è emerso nel corso delle audizioni di associazioni e operatori del settore che hanno accompagnato l'iter in commissione, è stata abbandonata da circa 70 anni. Caratteristica del testo unificato che oggi ha ottenuto il via libera è la volontà di promuovere nel territorio regionale dei "progetti pilota", i quali puntano a realizzare filiere produttive per prodotti derivanti dalla coltivazione, lavorazione e trasformazione della cannabis sativa, questo il nome scientifico della canapa. Tra le finalità dei progetti pilota anche la verifica della sostenibilità economica e ambientale dei processi produttivi. Previsto il ricorso ai bandi attuativi dei regolamenti europei nei settori delle attività produttive, dell'ambiente e delle risorse energetiche.

Il testo è frutto dell'unificazione di due iniziative. La prima proposta porta il numero 205 e ha come primo firmatario Gino De Paolis, Si-Sel, più una serie di esponenti di Pd, Lista Zingaretti, Psi e Forza Italia. La seconda, numero 213, è stata sottoscritta da tutti i consiglieri regionali del Movimento cinque stelle. Ma proprio le due esponenti di M5s presenti in commissione, Silvana Denicolò e Silvia Blasi, questa mattina hanno espresso voto contrario. A favore gli altri partecipanti al voto: oltre al presidente Fichera (Psi), Cristiana Avenali, Baldassare Favara, Rosa Giancola, Rodolfo Lena, Gian Paolo Manzella (Pd), Daniela Bianchi (Si-Sel) e Marino Fardelli (LB-OL) Ora, con il via libera definitivo, la normativa prende la via dell'assemblea legislativa della Pisana per l'esame e il voto definitivi.

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Venerdì, 22 Luglio 2016 07:50

SOS ambiente: la canapa risponde

di Nunzio Santalucia (dolcevitaonline.it)

Dal basso Danubio alla Cina settentrionale le piante di canapa crescono spontanee, da qui l’origine asiatica. Furono gli Sciiti a farla conoscere in Europa, gli Etruschi nel IV-V sec. a.c., la introdussero in Italia e, facendone binomio con il lino, posero le basi di quella che sarebbe diventata molti secoli dopo un’industria a tiratura internazionale.

La canapa è una pianta coltivata da oltre 12mila anni è in assoluto la prima pianta non alimentare utilizzata dall’uomo. La sua coltivazione ha occupato un posto importante nella produzione agricola del nostro Paese fino a tempi recenti. L’Italia era un paese esportatore, il primo in Europa e secondo nel mondo solo alla Russia. Sulla produzione di canapa si basava l’economia di vaste aree agricole: Campania, Emilia e Piemonte, ma era ovunque diffusa perché forniva alle economie locali e familiari la materia prima per svariati usi. Nel 1958 iniziò la crisi, le fibre sintetiche sostituirono a poco a poco quelle naturali, la canapa venne rimpiazzata totalmente dal nylon; fino al 1964 in Campania gli agricoltori si opposero alla recessione, ma tutto fu inutile.

Le navi fecero a meno delle vele e delle corde di canapa, le industrie tessili trovarono molto più vantaggioso l’uso del sintetico e la canapa, ridotta al ruolo di marijuana (droga) venne presto dimenticata. Negli ultimi anni però una serie di fattori di origine diversa, ha riportato alla ribalta l’interesse per questa coltura in diverse aree europee. La comunità europea, con regolamento del Consiglio n. 1308 del 29\6\70, ha previsto un premio per i produttori e trasformatori di canapa da fibra, un aiuto economico fissato forfettariamente per ogni campagna per ettaro coltivato. L’aiuto è concesso solo a produttori di canapa da fibra, ottenuta da sementi certificate a basso tenore di THC (sostanza psicotropa) ed inscritte in apposite liste. L’UE tenta di disincentivare la produzione di eccedenze attraverso una serie di meccanismi fra i quali la riconversione produttiva, per ottenere materie prime di cui l’unione è deficitaria, o materie prime destinate ad impieghi innovativi.

Le iniziative di ricerca riguardano soprattutto le filiere dell’energia, delle fibre, degli oli tecnici, dei coloranti e, in genere materie prime vegetali destinate all’industria. Le motivazioni per sviluppare colture non alimentari sono della più completa attualità, si tratta di una vera e propria rivoluzione che potrà comportare notevoli variazioni nella redditività di colture tradizionali e quindi rendere interessanti colture non alimentari. In questo senso la canapa risponde molto bene sia da un punto di vista agronomico che ambientale, è in grado d’inserirsi nella maggior parte degli avvicendamenti praticati ed anche di costituire la base per soluzioni innovative.

Come ben noto, la canapa è tipica coltura rinettante, poiché per la velocità di accrescimento e la capacità di selezionare le radiazioni luminose esercita una competizione vincente nei confronti della maggior parte degli infestanti. Ancora di grande interesse potrebbe rivelarsi l’introduzione della canapa in terreni ritirati dalla produzione o comunque in zone deboli, quale potenziale depurativo del terreno da sostanze tossiche e metalli pesanti, competitiva contro malerbe e contenitrice dell’erosione. Una pianta considerata multiuso (il maiale dei vegetali) già solo per le possibili destinazioni dello stelo.

Oltre a quelle ben note e tradizionali, dell’industria tessile, della corderia e sacchetteria, della carta e dei cartoni, si vanno ampliando destinazioni innovative: bioedilizia, zootecnia, florovivaismo, energia, plastica, settore automobilistico, farmaci, alimentazione animale, “chimica verde”. La canapicoltura potrebbe essere un’occasione per applicare in pratica una filosofia di tipo ambientale che, pur soddisfacendo l’esigenza dei singoli componenti, rientra anche nell’assolvimento di interessi sociali riducendo l’impatto ambientale. A tal proposito uno studio di Fraanje del 1997 ha riconosciuto che per la canapa il concetto di “cascata” teorizzato dall’olandese T: Sirkin nel 1991 ha più che mai fondamento. Di cosa si tratta? Ogni prodotto ha un ciclo di vita, al termine del quale viene distrutto. Saranno quindi necessarie nuove materie prime, nuovi imput chimici, energetici, ecc per ricrearlo e poi distruggerlo e quindi i costi per smaltire i residui e anche per eventuali problemi d’inquinamento.

Utilizzare materie prime vegetali destinandole ad un prodotto con caratteristiche di pregio; i residui di quest’ultimo prodotto dovranno essere utilizzate per produzioni diversificate ad un livello più basso; i residui di queste ultime utilizzate ancora per altre produzioni, ancor di minor pregio, e così via come in una “cascata”. In questo modo il ciclo di vita di una materia può essere notevolmente allungato, riducendo fortemente il livello d’imput per unità di prodotto, poiché lo stesso verrà ripartito nelle successive fasi.Anche i costi di smaltimento dei residui e i problemi d’inquinamento verrebbero fortemente ridotti. Con una razionale organizzazione dell’ intera filiera si può pensare di utilizzare la canapa in sequenza: la parte fibrosa per usi tessili; i residui del tessile per l’industria della carta di buona qualità anche in miscela con carta da riciclo; la carta a sua volta essere riciclata per ottenere carte più grossolane e infine cartoni; questi ultimi possono essere lavorati per ottenere pannelli coibentanti, che potranno essere riciclati per fare compositi ed infine usati come combustibile.

Il ciclo vitale della materia prima può in tal modo essere allungato dai due anni, media attuale, ad oltre sessanta anni. Analogamente il canapulo può rientrare in “cascata”, oltre che in quella dei cartoni, nell’industria dei truciolati reimpiegati almeno tre volte, con un ciclo vitale che può raggiungere i settantacinque anni di ciclo vitale di un prodotto.Ragioni ambientali, economiche e sociali suggeriscono di non perdere un’occasione che la natura ci ha messo a disposizione: PIANTIAMOLA!

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Venerdì, 22 Luglio 2016 06:53

Canapa: i 5 benefici per l’ambiente

di canapaindustriale.it

La canapa non è solo una delle migliori fonti di energia rinnovabile a nostra disposizione: è una delle migliori armi che abbiamo per combattere l’inquinamento, ridurre gli effetti devastanti dell’uomo sul clima e in generale contribuire a creare un modello sostenibile di sviluppo economico.

1. Della canapa non si butta via niente
La canapa è considerata come il maiale vegetale perché è una pianta che può essere utilizzata in tutte le sue parti: non si butta via niente. Alle produzioni derivanti dalle coltivazioni di canapa si può infatti facilmente applicare il concetto di bio-raffineria, che si può intendere come un sistema integrato che serva alla produzione di energia e prodotti chimici a partire dalle biomasse.

2. Assorbimento CO2
Quest’azione avviene tramite varie fasi. In fase di crescita la canapa cattura 4 volte la CO2 immagazzinata mediamente dagli alberi e utilizzata in edilizia mantiene le stesse proprietà. È stato calcolato infatti che l’edilizia tradizionale incide per il 30/40% sulle emissioni di CO2. Tutta la filiera di produzione di canapa e calce è carbon negative, cioè toglie più CO2 dall’ambiente di quanta ne verrebbe immessa lavorandola, al contrario della lavorazione di materiali tradizionali come il cemento. Si stima che una tonnellata di canapa secca possa sequestrare 325 kg di CO2. Inoltre i prodotti in canapa e calce grazie alle loro proprietà fanno abbassare consumi energetici e bollette.  Infine, oltre ad essere bio-degradabili, i bio-mattoni, dopo essere stati distrutti, posso essere riciclati.

3. Fonte inesauribile di energia rinnovabile per limitare deforestazione e uso di energie fossili
Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti la canapa è il produttore di combustibile da biomassa che richiede meno specializzazione sia nella coltivazione, sia nella trasformazione di tutti i prodotti vegetali. Gli idrocarburi in canapa possono essere trasformati in una vasta gamma di fonti di energia da biomassa, dal pellet ai combustibili liquidi e a gas. Ovviamente lo sviluppo dei bio-carburanti come bio-diesel ed etanolo, potrebbe ridurre significativamente il nostro consumo di combustibili fossili il loro impatto sul pianeta. Riguardo alla bio-plastica di canapa pensiamo che nei confronti di quella petrolchimica è migliore per caratteristiche, concorrenziale dal punto di vista del prezzo, ma con una differenza: è completamente biodegradabile. Un recente rapporto del World Economic Forum (WEF) spiega che attualmente ci sono 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani, andando avanti così nel 2025 per ogni tre tonnellate di pesci vi sarà una tonnellata di plastica. Entro il 2050, invece, la plastica avrà superato in peso la fauna marina. Attualmente solo il 5% della carta mondiale viene fatta da piante annuali come la canapa o il lino. Fare carta con la canapa porterebbe vantaggi ambientali ed aiuterebbe ad invertire il fenomeno della deforestazione.

4. Fitodepurazione
Coltivando canapa si attiva un processo di fitobonifica, miglioramento della fertilità dei suoli, azione di contrasto alla deforestazione e desertificazione e un’importante azione di cattura e sequestro di anidride carbonica. La fitorimediazione è un processo per il quale, tramite l’azione di assorbimento dell’apparato radicale della pianta, vengono estratti dal terreno componenti organici o inquinanti come i metalli pesanti. Si può applicare anche alle acque e all’aria, non solo per quello che riguarda l’anidride carbonica ma anche ossido di azoto, ozono e gli inquinanti che costituiscono il cosiddetto indoor pollution. Dopo essere stati assorbite, le sostanze vengono o metabolizzate e trasformate in qualcos’altro (fitometabolizzazione) o stoccate (fitodeposito) o recuperate (fitoestrazione) come si può fare con piombo zinco e ferro. Riguardo la canapa nella fitorimediazione, esistono già autorevoli studi e alcuni significativi precedenti di applicazione pratica. Dal 1993 nella zona interessata dagli effetti devastanti di Chernobyl, dal 1994 in Polonia per il risanamento dei terreni inquinati dai metalli pesanti e in Italia nei terreni inquinati della Campania, in quelli di Porto Marghera nel Veneto e in Puglia.

5. Prevenire l’inquinamento da pesticidi
Gli effetti immediati della filiera sono molteplici. Tra questi spiccano la riduzione dell’uso di pesticidi, fitofarmaci e diserbanti; la riduzione del consumo idrico in agricoltura; bonifica dei siti in cui è sconsigliato coltivare prodotti per l’alimentazione umana o animale; riqualificazione dei terreni sani e tutela dei prodotti; tutela della salute; ristorazione delle aziende agricole coinvolgendole nella filiera; favorire la ricerca di enti e istituti di ricerca; oltre che la produzione di materia prima per prodotti necessari alla riqualificazione energetica degli edifici. Tutti prodotti che non presenteranno mai problemi di riciclo. La coltivazione del cotone è probabilmente il più grande inquinante del pianeta in termine di rilascio di pesticidi nel nostro ambiente poiché, occupando solo il 3% dei terreni agricoli del mondo, esige il 25% dei pesticidi utilizzati in totale. Le sostanze chimiche vanno nelle acque sotterranee e il veleno non ha come bersaglio solo gli insetti, ma tutti gli organismi, compresi gli esseri umani. Inoltre la fibra di canapa è più lunga, più assorbente, resistente e isolante della fibra di coton

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Di Massimo D'Onofrio (www.affaritaliani.it)

Coltivare canapa e sognare la libertà. Succede nel carcere di Taranto dove, per la prima volta in Italia, mette radici la canapa industriale. E accade un piccolo miracolo: due ettari di terra incolta diventano un’azienda agricola modello. In cui si declina, a colpi di vanga e rastrello, un’agricoltura innovativa e sociale al tempo stesso: infatti toccherà ad un gruppo di detenuti, uomini e donne, della Casa circondariale “Carmelo Magli” lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Sporcandosi le mani e, per una volta, restando “puliti”. Anzi: “bonificati”. Così come gli studiosi dicono possa fare la canapa con la terra inquinata intorno all’Ilva, ripulendola da Co2, metalli pesanti e forse diossina grazie alla sua capacità di fitoestrazione.

Ci piace pensare, però, che questa canapa buona – in cui il principio attivo è inibito, per cui non è allucinogena né illegale - possa comunque rendere migliore chi la frequenta. Del resto, è questo il fulcro del progetto che stamattina ha preso corpo con la semina della canapa nei terreni del carcere, all’esterno del muro di cinta e, all’interno, nell’area adiacente all’ala femminile.    

Un luogo in cui parlare di “prospettiva” ha un significato diverso da come l’intendiamo noi che davanti all’orizzonte non abbiamo quattro sbarre e dove un muro grigio alto cinque metri spegnerebbe la fantasia di chiunque. Pure del sommo Leopardi, a cui certo bastava una siepe per viaggiare chissà dove con l’immaginazione. Eppure, anche qui nel carcere di Taranto, la speranza è l’ultima a morire. Per capirlo è bastato ascoltare le parole di un detenuto che, alla domanda del comandante delle guardie che gli chiedeva del suo “fine pena”, ha risposto sorridendo: “E’ prossima… 2020”. Già, nel frattempo c’è un sacco di lavoro da fare e il tempo, lo sanno bene anche qua dentro, è tiranno.

Tutto parte a settembre scorso, quando Confagricoltura Taranto e Direzione del Carceresiglano un protocollo d’intesa per creare all’interno del carcere un’azienda agricola. L’idea va avanti, crescendo sino a diventare qualcosa di più grande e innovativo. Sino al traguardo più importante tagliato sotto un bel sole: mettere a dimora i semi di canapa. Primo passo concreto e insieme potente metafora di un’idea nuova che comincia a prendere forma sul serio. Grazie al lavoro e all’impegno comune della Direzione della Casa Circondariale di Taranto, Confagricoltura Taranto, Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi (A.B.A.P.) e South Hemp Techno srl di Crispiano. «La prima aziende in Italia – dice con orgoglio il suo presidente Rachele Invernizzi - realmente operativa nel settore della lavorazione e trasformazione della canapa».

Il fulcro di tutto è la cannabis sativa, capace di innescare un progetto di più ampio respiro che mette assieme promozione e sviluppo di iniziative finalizzate a fornire alla popolazione carceraria una possibilità di recupero e reinserimento. Lavorando nei campi del carcere e mettendo in piedi un’azienda vera che possa operare anche una volta lasciatosi alle spalle il cancello col gabbiotto all’ingresso. «Oggi a Taranto – dice il presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzàro - nasce la prima azienda modello di agricoltura sociale e biologica. E nasce grazie al lavoro corale di diversi attori locali e istituzionali e alle qualità di una pianta versatile come la canapa, capace di grandi sviluppi nella valorizzazione dei suoi diversi prodotti e soprattutto in quello delle bonifiche: una prospettiva importante in un territorio così compromesso come quello tarantino. In più, stiamo sviluppando un progetto per la coltivazione e commercializzazione di altri prodotti orticoli biologici». E come in una qualsiasi azienda convenzionale, in attesa di un sistema d’irrigazione adeguato, bisognerà sperare che piova: «La canapa è una pianta forte, ce la farà».

Il progetto che sta dietro, del resto, ce l’ha fatta a spuntare dal nulla e per la prima volta in Italia proprio qui a Taranto, una città dove tutto è possibile. Come sperimentare la canapa e fare agricoltura sociale, facendo germogliare una nuova prospettiva di futuro per la popolazione detenuta. «E’ la prima coltivazione di canapa – spiega il direttore Stefania Baldassari – in una Casa circondariale. Successivamente sarà la volta della prima azienda agricola bio, che produrrà ortaggi e frutta biologica all’interno della cinta dell’Istituto di pena. Tutto ciò è finalizzato al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, che è poi il cuore di questo progetto». Baldassari è consapevole d’aver rotto anche un tabù, perché confondere la canapa ludica con quella industriale è sin troppo facile altrove, figurarsi qui: nel “suo” carcere però si può guardare ben oltre il muro di cinta dei luoghi comuni.

A patto, naturalmente, di costruire il “miracolo” giorno dopo giorno, facendo passi concreti in vista di un più ampio ed articolato intervento che punta a dar vita a diversi cicli produttivi: tessuto, carta, alimenti e bioedilizia. Gli esperti contano 25mila usi diversi per la canapa, da cui si può ricavare persino biofuel, benzina. «Coltiveremo la canapa – afferma ancora Rachele Invernizzi - ma faremo anche formazione dei detenuti, ai quali rilasceremo titoli e insegneremo un mestiere. L’idea è riuscire a fare impresa in carcere con prodotti da vendere all’esterno. Una prospettiva che ha conquistato i detenuti, felicissimi di poter avere un rapporto col mondo esterno, un contatto umano che spesso gli manca». Un progetto che potrebbe fare scuola, almeno così si augura Invernizzi: «Il nostro è un progetto-pilota, un’esperienza ripetibile in altri istituti di pena italiani ed è per questo che stiamo lavorando per pubblicizzarlo il più possibile».

Stessa linea su cui si muove Marcello Colao, dell’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, sottolineando in particolare l’aspetto della “sostenibilità” della coltivazione della canapa: «E’ un progetto molto ampio – spiega – che si basa sulla sostenibilità, soprattutto perché realizzato in un carcere, con detenuti e in condizioni difficili». Ma c’è dell’altro: «Vogliamo anche puntare sulla tutela della biodiversità pugliese, col recupero di colture in via d’estinzione, e in un secondo momento speriamo di farne uno strumento didattico, coinvolgendo le scolaresche. L’obiettivo è diffondere la cultura della biodiversità, dei diritti, della sostenibilità e della bellezza dei prodotti pugliesi. Lanciamo qui dal carcere di Taranto un segnale forte: a queste persone svantaggiate che vogliono impegnarsi e migliorare, noi vogliamo dare un valore in più».

Una seconda chance ai detenuti e forse anche alla terra di Taranto, bella e dannata quanto bisognosa di “bonificarsi”. È l’idea un po’ folle eppure lungimirante che, a pochi chilometri in linea d’aria, sta portando avanti nei suoi campi Vincenzo Fornaro, l’allevatore al quale un’ordinanza del 2008 ha vietato e tuttora vieta di allevare animali (erano 605 le pecore finite al macello) in un raggio di 20 km attorno al siderurgico. Lui ha scommesso tutto proprio sulla canapa, di cui Colao conosce bene punti di forza e debolezze: «E’ necessario verificare se funziona davvero e poi piantare canapa nei sei chilometri della zona rossa attorno all’Ilva. Ma ogni singola analisi, fatta in due soli laboratori in tutta Italia, costa 300 euro e noi non abbiamo tutto questo denaro. Ora tocca alla città che dal basso deve spingere e convincere le istituzioni che questa potrebbe essere la strada giusta». Per ora è persino più facile piantare cannabis in un carcere.  

 

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Lunedì, 18 Luglio 2016 06:55

Mercato Europeo

autori:
Michael Carus, Luis Sarmento

maggio 2016

La canapa è una coltura multifunzionale che offre fibre, canapulo, semi e prodotti farmaceutici. Attualmente la fibra viene utilizzat per le carte peso leggero, come materiale isolante e per i biocomposti. Il canapulo, il nucleo legnoso interno dello stelo, è utilizzati per lettiere per animali e delle costruzioni. I semi di canapa, piccoli ma con un alto valore nutritivo, possono essere consumati crudi o pressati in olio di semi di canapa, che ha un profilo di acidi grassi eccellente e unico. Entrambi, i semi e l'olio sono utilizzati per l'alimentazione umana e animale. Il non-psicotropo cannabinoidi CBD è un integratore alimentare e farmaceutico interessante derivato anch’esso dalla canapa industriale.

La canapa industriale è stata coltivata in Europa per molte centinaia di anni. Attraverso il Medioevo e fino alla fine dell’epoca delle grandi spedizione via mare, la canapa era una coltura importante in molti paesi europei, tra cui Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Germania, Spagna e Italia. Le applicazioni più importanti per la fibra forte erano tela per vele e sacchi, tubi dell'acqua, tela e tessuti, così come corde.

Oggi la canapa è una coltura di nicchia, coltivato su 25.000 ettari nell'Unione europea (2015). A causa delle sue proprietà uniche, in particolare i suoi benefici ambientali e l'alta resa di fibre tecniche naturali, la canapa è una coltura importante per l'economia a base biologica.

Nell'estate del 2012,  Associazione Europea industriali della canapa (dell'EIHA) ha condotto la prima indagine completa sulla coltivazione, la lavorazione e in particolare le domande di fibre di canapa, canapulo  e semi. E 'stata l'analisi più dettagliata del mercato della canapa europea mai realizzata (Carus, M. et al 2013: l'industria europea della canapa: coltivazione, lavorazione e le applicazioni per fibre, canapulo e semi, Ottobre 2013; www.eiha.org.).

Nel 2015, un sondaggio per un aggiornamento dei dati per l'anno 2013 è stata condotta da Nova-Institute. Nel seguente rapporto allo sviluppo 2010-2013 viene presentato e discusso.

Dati di base sulla coltivazione e trasformazione

L'indagine riguarda la raccolta del 2013, relativa a una superficie totale di coltivazione di 15.700 ettari. La prima figura mostra lo sviluppo della zona di coltivazione dal 1993. Tra il 1993 e il 1996 la coltivazione della canapa industriale è stato legalizzato nella maggior parte degli Stati membri, altri seguirono dopo. Nel 2011 la zona di coltivazione è diminuita al suo valore più basso dal 1994 (circa 8.000 ettari), ma l’aumento nel 2012, 2013 e 2014, per raggiungere infine 25.000 ettari nel 2015. Nel 2016 un ulteriore aumento è previsto. I principali Stati Uniti coltivazione sono la Francia e Olanda. Negli ultimi anni, molti nuovi paesi europei hanno iniziato o ampliato il loro coltivazione della canapa, principalmente per la produzione di semi di canapa.

Figura 1: La canapa coltivazione Area nell'UE 1993-2015, Fonte: Commissione UE e Nova-Institute sondaggi (nova / dell'EIHA 2016)

Dai 15,700 ettari nel 2013, 85.000 tonnellate di paglia di canapa sono state raccolte e lavorate:

  • fibra 25.000 tonnellate metriche
  • 000 tonnellate metriche (SHIV base legnosa dello stelo)
  • La relazione tra canapulo:fibre è di 1,7-1
  • 000 tonnellate di polvere (60% pellettizzato per l'incenerimento, il 40% per il compost e altri usi)

La paglia di canapa in Europa viene elaborata solo in una cosiddetta linea di fibra totale, la produzione di fibra casuale non allineati tecnica. Questo è in contrasto con il lino, trasformati in linee di lavorazione a fibra lunga, che produce un valore elevato allineato, fibra tessile lungo e una fibra tecnica a breve in una forma simile a canapa.

Alcune aziende lavorano anche o esclusivamente semi di canapa o di fiori di canapa:

  • 500 tonnellate (rispetto a solo 6.000 tonnellate nel 2010) semi
  • 240 tonnellate (rispetto a solo il 7,5 tonnellate nel 2010) di fiori e foglie per applicazioni medicali (THC / CBD), integratori alimentari (CBD) e la produzione di olio essenziale (per alimenti e bevande)

Mentre le fibre e il canapulo non hanno mostrato alcuna differenza significativa tra il 2010 e il 2013, la produzione di semi è aumentato del 92% e la produzione di fiori e foglie da 3.000%. I fiori per la produzione di CBD dato coltivatori di canapa un profitto considerevole in più nel 2013.

Va inoltre ricordato che la canapa è uno delle poche colture in Europa che viene coltivata in aziende non biologiche senza l'uso di prodotti agrochimici. Forti, a crescita rapida, le colture di canapa sono in grado di sopprimere le erbacce senza supporto della chimica e il raccolto non soffrono di eventuali parassiti o malattie che potrebbero giustificare una bomboletta spray. La canapa cresce bene anche sotto un regime biologico.

Le domande di fibre

Le fibre della canapa hanno alcune delle migliori proprietà meccaniche di tutte le fibre naturali. Esse sono utilizzate principalmente per materiale isolante e per bio-compositi in applicazioni automotive. Prima della riscoperta della canapa industriale in Europa nel 1990,le fibre di canapa erano principalmente (> 95%) utilizzato per la pasta di carta. A causa del prezzo elevato di polpa di canapa - circa cinque volte superiore a quello della pasta di legno - le applicazioni sono stati limitatie a lla carta da sigaretta (il mercato principale) e la carta per la bibbia, filtri tecnici e banconote. Il mercato della pasta di canapa e la carta sono stati un mercato relativamente stabile negli ultimi decenni, ma d'altra parte non vi è l'espansione del mercato previsto e il mercato è rischioso perché, da un punto di vista tecnico, oggi la canapa e la polpa di lino potrebbero essere sostituiti, in più le applicazioni da una polpa di legno più economico con additivi specifici.

Nel anno 2013 (come nel 2010), la polpa di canapa e di carta è ancora il mercato europeo più importante per le fibre di canapa con una quota del 57%, forniti principalmente da produttori francesi, vedi figura 2 e 3 per i dettagli.

A causa dell’aumento della ricerca finanziata dal 1990 dalla Commissione europea e gli Stati membri, sono state sviluppate nuove applicazioni per fibre di lino e di canapa, come ad esempio biocompositi (principalmente nel settore automotive), materiale isolante e altre applicazioni non tessuto (tessili tecnici). Il materiale isolante è la seconda applicazione più importante per le fibre di canapa oggi, che rappresentano circa il 26% della domanda. I biocompositi rappresentano circa il 14% della domanda.

Figura 2: Le domanda europea in fibra di canapa raccolto 2010 raccolto 2013, in totale 26.000 (2010) e 25.000 (2013) tonnellate metriche (dell'EIHA 2016)

Figura 3: Le domande di europeo in fibra di canapa dalla vendemmia del 2013, 25.000 tonnellate (nova / dell'EIHA 2016).

All’inizio del 2013 la fascia di prezzo per le fibre di canapa inizia da circa 50 Euro per kg. per l'industria della carta da sigarette (circa il 25% dei del canapulo) a circa 75 Euro per kg. (contenuto canapulo 2-3%) per  automobilistico e l'isolamento.

Figura 4: andamento del prezzo relativo fibre tecniche corte dalla produzione europea 2003-2016 di canapa e del lino (nova 2016)

Le domande di canapulo

Oltre alle fibre di canapa, il processo codi estrazione(decorticazione) produce anche il canapulo. Dal punto di vista economico di un produttore di fibre di canapa, è molto importante, per la produzione di ccanapulo pulito, vendere nei mercati a valore aggiunto, come per ogni chilogrammo di fibre di canapa prodotta si ottiene come sottoprodotto 1,7 kg di canapulo.

La lettiera ad alte prestazioni per i cavalli e altri animali come polli è oggi il mercato più importante per il canapulo. Il canapulo può assorbire l'umidità fino a quattro volte il loro peso secco, risparmiando così tempo di lavoro. Dopo l'uso marcisce in fretta in un ottimo compost.

La lettiera ad alte prestazioni per i cavalli ha una quota di mercato del 45% e le altre lettiere per animali il 18%, in totale il 63% del totale delle applicazioni del canapulo (2010 e 2013). Un mercato interessante nuova e crescente è l'uso del canapulo in combinazione con calce per costruzione. Qui la quota di mercato per il canapulo è del 16%.

Figura 5: Le domande di canapulo dal raccolto 2010 e il raccolto 2013, un totale di 44.000 (nel 2010) e 43.000 (nel 2013) tonnellate metriche (nova /dell'EIHA 2016)

Figura 6: Le domande di canapulo 2013, in totale 43.000 tonnellate metriche (nova/dell'EIHA 2016)

Le domande di semi di canapa e olio

I semi di canapa sono stati principalmente un sottoprodotto delle colture di canapa coltivate nell'Europa centrale e meridionale per la produzione di fibre. Solo le aree di piccole dimensioni sono state utilizzate esclusivamente per la produzione di semi di canapa, in contrasto con il Canada, dove la quasi totalità della canapa viene coltivata solo per semi. Ma questo è cambiato nel corso dell'ultimo anno e sempre più produttori in Europa hanno iniziato a coltivare la produzione di seme e fiori.

Dal 2010 al 2013 la produzione di semi è aumentata da 6.000 a 11.500 tonnellate (crescita 92%) trainata dalla crescente domanda da parte del mercato alimentare. Anche i grandi supermercati hanno iniziato a offrire prodotti alimentari di canapa. Esempio di questo sono in Germania e nei Paesi Bassi.

Per la prima volta, oltre il 50% dei semi di canapa andato al mercato alimentare (esattamente 55%) rispetto al 30% nel 2010. L'intero mercato è in aumento, ma anche la quota coperta dalla produzione europea.

Uccelli e mangimi per pesci è il mercato principale per i semi di canapa nell'alimentazione degli animali. Entrambi hanno bisogno di acidi grassi con una quota elevata di acidi grassi omega-6 e omega-3 per lo sviluppo ottimale. L'olio di semi di canapa è principalmente usato per mescolarlo con mangimi proteici.

I semi di canapa sono una fonte eccellente di diversi nutrienti minerali e vitamine. Il suo olio ha un eccezionale spettro degli acidi grassi con 90% di acidi grassi insaturi insolitamente elevati come l'acido linoleico (omega 6, essenziale), acido alfa-linoleico (omega-3, essenziale), acido gamma-linoleico (omega-6). Le sue proteine sono equilibrate e facilmente digeribili. La sua composizione nutrizionale e la versatilità culinaria è molto in linea con molte delle principali tendenze nella scienza e nella commercializzazione di prodotti alimentari. Con la gestione giusta della qualità e della commercializzazione, l'uso di semi di canapa e di olio dper la nutrizione umana sana continuamente ampliata.

Figura 7: Applicazioni per europea Canapa dalla vendemmia 2010 e il raccolto 2013, in totale 6.000 (nel 2010) e 11.500 (nel 2013) tonnellate (nova/dell'EIHA 2016)

Figura 8: Le domande di europeo Canapa dalla vendemmia 2013, in totale 11.500 tonnellate metriche (nova/dell'EIHA 2016)

Il cannabidiolo (CBD)

Molto recentemente il CBD ha guadagnato molkta attenzione nei settori farmaceutico e integratori alimentari. Il CBD può essere facilmente estratto dai fiori e foglie di canapa industriale come sottoprodotto ad alto valore. Nel 2013, 240 tonnellate di fiori e foglie per applicazioni medicali (THC/CBD), integratori alimentari (CBD) e la produzione di olio essenziale (per alimenti e bevande) sono state prodotte rispetto a solo il 7,5 tonnellate nel 2010. Questo significa un aumento di 3.000% rispetto al 2010. Un'ulteriore crescita è prevista per i prossimi anni.

per l’articolo originale:

http://eiha.org/media/2016/05/16-05-17-European-Hemp-Industry-2013.pdf

Pubblicato in Canapicoltura

Ventidue ettari di terreno che, tra 67 giorni, daranno alla ‘luce’ il primo raccolto di canapa interamente coltivato a Palata. E’ stata questa l’idea, decisamente fuori dal comune, di un imprenditore del paese bassomolisano che da qualche settimana ha avviato una vera e propria coltivazione industriale di canapa. I dettagli della produzione sono chiaramente leggibili sul sito internet sativamolise.com, che è anche il nome dell’associazione di promozione sociale apartitica, apolitica e aconfessionale, indipendente che non persegue finalità di lucro e che, anzi, si ispira ai principi dell’equità e della sostenibilità economica, sociale e ambientale credendo “che il rispetto e la tutela dell’ambiente naturale debbano essere, oggi più che mai, una priorità della vita di tutti noi. Pensiamo – scrivono i rappresentanti dell’associazione – che l’utilizzo consapevole delle risorse naturali rinnovabili in sostituzione di quelle non rinnovabili siano fondamentali per assicurare un futuro al nostro pianeta. La Cannabis Sativa, comunemente detta canapa, si configura come una coltura strategica a tal proposito. Infatti tra tutte è quella che può fornirci prodotti agricoli ad altissimo valore ambientale e nutrizionale”.

Fonte: Quotidiano Molise

Pubblicato in Dicono di noi
Mercoledì, 13 Luglio 2016 08:12

La Pianta

La canapa appartiene alla famiglia delle Cannabinacee che a sua volta appartiene all’ordine delle Urticales. Le Urticali sono generalmente piante legnose o erbacee con fiori poco appariscenti, che possono essere riuniti in infiorescenze oppure isolati.

Questi sono spesso unisessuali e le piante sono dioiche, cioè con fiori femminili e maschili portati da individui distinti, ma in alcuni casi, i due organi sessuali, pur rimanendo separati, sono portati dalla stessa pianta (monoicismo).

La famiglia delle Cannabinacee è poi suddivisa in due generi: la Cannabis, che è il nome latino della canapa, e l’Humulus (es: il luppolo). Sono piante della flora spontanea dei paesi a clima temperato e, nel caso dell’Humulus, anche a clima temperato freddo dell’emisfero boreale. La classificazione ha da sempre suscitato notevoli controversie tra i botanici che se ne sono occupati. L’ampia distribuzione geografica della specie e la diversificazione prodotta dal miglioramento genetico, finalizzato a diverse destinazioni d’uso, hanno determinato la formazione di un numero elevatissimo di tipi, distinti per caratteristiche morfologiche, anatomiche e produttive. Il polimorfismo che contraddistingue le piante di canapa coltivate in diversi areali, per scopi diversi, o quelle addomesticate da quelle spontanee, è alla base di tutte le classificazioni che hanno suddiviso il genere Cannabis in più specie, o la specie C. sativa in più varietà botaniche. In realtà anche oggi, con i moderni approcci della botanica sistematica, non si è ancora in grado di delineare una netta demarcazione neppure tra i tipi coltivati e quelli spontanei (Lucchese et al., 2001)

Tutte le specie di Cannabinacee, in misura maggiore la canapa, attraverso particolari ghiandole dell’infiorescenza femminile, producono secrezioni contenenti un principio attivo, il tetraidrocannabinolo, meglio conosciuto con la sigla THC.

Le classificazioni più recenti tendono a considerare le sub-specie sativa ed indica come appartenenti alla stessa specie Cannabis sativa. Le due sub-specie si differenziano in modo continuo per numerosi caratteri, ma soprattutto per il contenuto in sostanze psicotrope, che oscillano tra valori dello 0,3% e inferiori, nella sottospecie sativa a valori che possono arrivare fino all’1% nella sottospecie indica (Venturi e Amaducci, 1999).

Questa pianta erbacea è caratterizzata da abbondante biomassa e raggiunge notevoli produzioni di sostanza secca in un ciclo colturale relativamente breve.

Una pianta pienamente sviluppata è costituita, all’incirca, dal 10% di radici, 60-70% di stelo, 15-20% di foglie e 5-15% di semi della massa totale. La sostanza secca totale comprende il 90% di cellulosa e emicellulosa ed il 4% di lignina.

Pubblicato in Canapa Sativa
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