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AGRICOLTURA SOCIALE



Agricolture ed economie civili come innovazione sociale

I mercati lasciati a se stessi stanno provocando effetti deleteri per il bene comune e la coesione sociale e le istituzioni mostrano tutta la propria debolezza non solo nel regolarli, ma anche nel varare gli interventi necessari per ridurre il debito pubblico e promuovere la  crescita economica. L’Italia è tra i paesi maggiormente coinvolti da questa morsa; e, ancora una volta, è il vincolo europeo a costringerla ad adottare le misure urgenti per evitare la totale perdita di controllo dei conti pubblici e la prospettiva di un declino ineluttabile.

La crisi economica e finanziaria interagisce con l’aumento e la volatilità a livello globale del prezzo del cibo che, insieme alla crescita abnorme della popolazione mondiale e ai cambiamenti climatici, contribuiscono ad aumentare il numero delle persone denutrite. Tra le cause dell’innalzamento dei prezzi degli alimenti va considerata innanzitutto la lievitazione della domanda di petrolio, una risorsa necessaria allo sviluppo economico dei paesi emergenti. L’aumento della domanda di combustibile nell’ultimo periodo ha reso generalmente più costoso l’utilizzo di questa fonte energetica per impiegare le macchine nei processi produttivi agricoli, creare la base chimica nella produzione di fertilizzanti e pesticidi e trasportare le derrate, determinando un’impennata dei prezzi dei prodotti. Mettendo insieme la capacità di fabbricare la fertilità dei suoli con la possibilità di convogliare le derrate alimentari verso nazioni la cui sopravvivenza dipende dalle importazioni e considerando che, entrambe queste funzioni, si siano rette in questi ultimi cinquant’anni su risorse energetiche abbordabili, alcuni osservatori ritengono l’attuale sistema alimentare del tutto insostenibile in un mondo caratterizzato da costi energetici elevati e dipingono il futuro prossimo con tinte inquietanti.

Per affrontare nodi siffatti, ci vorrebbe una politica globale del cibo e della sicurezza alimentare che presuppone una capacità dei diversi paesi di mettere da parte interessi egoistici, evitare divisioni e sovrapposizioni nelle sedi internazionali e dotarsi di regole e strumenti efficaci nell’ambito di una nuova organizzazione dei mercati agricoli e finanziari. Il tentativo della presidenza francese del G20 di raggiungere un accordo globale sulla sicurezza alimentare al summit di Cannes non sembra andare a buon fine. Mancano del tutto indicazioni precise per istituire una governance delle diverse politiche: scongiurare la speculazione finanziaria; stabilizzare i mercati alimentari globali e l’estrema volatilità dei prezzi agricoli; coordinare gli incentivi delle diverse fonti energetiche rinnovabili; porre un freno all’accaparramento di terreni da parte di paesi emergenti in Africa, in Sud America e ora anche in Islanda; sostenere finanziariamente le politiche agricole dei paesi in via di sviluppo e prevedere regole di mercato e liberalizzazioni differenziate per le diverse macroaree, a seconda del livello di sviluppo conseguito. L’Unione europea sta definendo le proprie politiche future e la sua preoccupazione prevalente è quella di ridurre il meno possibile le risorse pubbliche e i meccanismi protezionistici per la propria agricoltura, senza mostrare interesse alcuno a guidare un processo di rafforzamento delle regole e degli strumenti per coordinare le diverse politiche globali. L’Italia, alle prese con le continue emergenze, non sta dando alcun contributo al dibattito pubblico nelle sedi internazionali, sebbene il Senato abbia discusso il tema e approvato mozioni che affrontano organicamente i suoi vari aspetti.

Le diverse crisi che si vanno intrecciando sono principalmente dovute al calo di quelle risorse indispensabili per il buon funzionamento sia del mercato che delle istituzioni, che sono la fiducia, la collaborazione, lo spirito di coesione, la solidarietà. Ma noi siamo soliti guardare al mercato e allo stato come se questi istituti fossero primordiali e non invece frutto dell’iniziativa di persone che vivono in società. E’, dunque, la società civile, intesa come insieme di corpi intermedi organizzati (associazioni di cittadini, associazioni professionali, cooperative, autonomie funzionali, organizzazioni non governative, fondazioni, ecc.), il luogo dove si crea quel capitale sociale che costituisce il presupposto per la nascita e il corretto funzionamento sia del mercato che dello stato (inteso anche come sistema politico) a salvaguardia di una democrazia liberale anziché dispotica.  Un luogo non spaziale ma fatto di relazioni sociali e di qualità relazionali che si costituiscono sulla base di un impulso valoriale non egoistico. Relazioni fatte di amicizia e fiducia che devono sempre andare di pari passo con la responsabilità. La responsabilità è l’obbligo di rendere conto agli altri di quel che si fa e di come lo si fa; è rispondere ai bisogni e alle richieste dell’altro. Se l’amicizia si imposta solo sul vantaggio reciproco e non sul mutuo aiuto è destinata ad estinguersi. Se viceversa l’amicizia si alimenta di fiducia e responsabilità si accresce anche il senso di fraternità. Quando le relazioni si formalizzano e non sono più fraterne tendono a svanire nella loro essenza più profonda.

Tra le cause dell’attuale crisi economica e finanziaria c’è da annoverare anche la riduzione della scienza economica ad una sorta di pseudo-psicologia dei comportamenti ottimizzanti, ignorando che la condotta dell’uomo è fortemente influenzata non solo dalla ricerca del profitto e da motivazioni materiali ma anche da istituzioni, culture, valori, norme etiche e relazioni sociali che conformano la società in cui vive. Al riduzionismo utilitarista va, infatti, attribuita in buona parte l’incapacità dell’economia di far presa sui grandi problemi che affliggono la nostra società: l’aumento delle disuguaglianze, il degrado ambientale, il tendenziale svuotamento della democrazia, l’aumento dell’esclusione sociale, la perdita di senso delle relazioni interpersonali, la diminuzione della felicità pubblica pur in presenza dell’aumento dei livelli di reddito pro capite. La teoria economica è ferma all’economia fordista, in cui l’imprenditore persegue il suo obiettivo in modo individualistico, costruendo relazioni esclusive coi propri fornitori e clienti, e non sa cogliere la capacità di sviluppo che si ottiene generando valore attraverso la costruzione di reti di relazioni. Ma continuare pigramente a leggere con la lente del riduzionismo utilitarista anche la società post-fordista non ci fa valutare i rischi gravissimi che comporta la spersonalizzazione esasperata degli scambi economici e le grandi opportunità che invece sono insite in una società civile vivida.  

 

L’eclisse della società civile

E’ indubbio che dalla formazione dello stato unitario il nostro paese ha registrato una lunga fase di crescita simultanea dello stato e del mercato e un’eclisse della società civile che ancora perdura. Tale eclisse è dovuta ad una pluralità di fattori culturali molto importanti.

Dal medioevo alla modernità l’Italia aveva conosciuto una straordinaria fioritura della società civile: i movimenti religiosi nel medioevo e poi nella modernità sono stati fattori formidabili di innovazione sociale e civile in ambiti ben più complessi della sola dimensione di fede. Basti pensare ai monti di pietà o al movimento del credito cooperativo e popolare che ad essi ha fatto seguito; alle confraternite o alle chiese ricettizie; alle misericordie  o alle società di mutuo soccorso. A siffatte pratiche solidali andrebbero aggiunte quelle legate ai domini collettivi, agli usi civici e ai consorzi di bonifica su vasti territori agricoli. Tutta questa fioritura di istituzioni era autenticamente società civile.

Con la rivoluzione liberale e con il Risorgimento, in Italia ci fu giustamente una forte reazione contro la chiesa istituzione, che di fatto impediva la modernizzazione degli assetti sociali e istituzionali. Ma in questo moto liberatorio  venne condannata a scomparire anche gran parte della società civile che si richiamava culturalmente a idealità religiose e, tuttavia, spesso non aveva alcun legame gerarchico con la chiesa. In nome della laicità si dette vita in sostanza al fenomeno dello statalismo. Similmente ci fu anche una forte reazione contro la proprietà collettiva - come forma differenziata di possesso dei beni rispetto alla proprietà pubblica e a quella privata -  ritenendola a torto un residuo feudale che avrebbe impedito lo sviluppo economico. Sicché, i domini collettivi e i demani civici di proprietà delle popolazioni native, utilizzati per rispondere ai bisogni primari dei ceti rurali più poveri, vennero per gran parte privatizzati, al fine di tentare la formazione di una borghesia agraria, o incamerati dallo stato e dai comuni. In nome della modernizzazione delle campagne si affermò di fatto l’idea che la proprietà privata della terra fosse l’unica forma di possesso che avrebbe permesso all’agricoltura di progredire. Per quanto riguarda, invece, i consorzi di bonifica, sorti nel medioevo come strumenti privatistici di auto-difesa delle popolazioni dai dissesti idrogeologici e dal rischio idraulico, questi presero la forma di enti pubblici economici pur conservando la natura associativa. Va, infine, considerato che nei primi anni dell’Unità le azioni terroristiche messe in atto dall’esercito per debellare il fenomeno del brigantaggio alimentarono una profonda sfiducia e un senso di distacco delle classi subalterne meridionali nei confronti dello Stato, determinando nei fatti quella carenza di spirito civico che si protrarrà per lungo tempo. 

Successivamente, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, sono nati i sindacati e le cooperative ma in modo intrecciato con il sorgere dei partiti mediante una sovrapposizione tra sfera politica e quella civile. Tale accavallamento non ha aiutato la crescita di una vera e propria società civile distinta dallo stato, oltre che dal mercato, ma ha confermato un processo storico iniziato con l’Unità che vede costantemente il sistema politico eclissare la società civile. Successivamente il regime fascista ha  perseguitato ogni forma di rappresentanza sociale, inquadrando e spegnendo nel sistema corporativo le libere associazioni, i sindacati e il movimento cooperativo.

In età repubblicana, invece, si è registrata una ripresa della società civile per iniziativa principalmente della Dc e del Pci nella forma ancor più accentuata, rispetto al periodo giolittiano,  di un’occupazione dell’ambito politico di quello civile,  dalla quale si fa ancora oggi una gran fatica ad uscire. Se permangono ancora divisioni tra i diversi sindacati di categoria e se i tentativi di unificazione del movimento cooperativo e del mondo della piccola e media impresa sono ancora allo stadio primordiale, la causa principale di questa situazione - che di fatto impedisce la crescita di questa importante infrastrutturazione della società - è la permanenza di subculture che risentono della sovrapposizione tra sfera politica e sfera civile.

In tale quadro va, peraltro, esaminata e capita la debolezza endemica delle organizzazioni economiche degli agricoltori, strette tra sistemi regolatori asfissianti – introdotti inizialmente dalla Pac per cogestire le politiche di mercato – e controllo politico esercitato dai partiti e da organizzazioni professionali che hanno continuato a rimanere divise sulla base delle iniziali appartenenze ideologiche. L’evoluzione sociale ed economica del mondo agricolo è avvenuta nella storia e continua ad avvenire nei paesi in via di sviluppo sulla spinta di aspirazioni profonde di tante persone alla libertà d’iniziativa, alla creatività, all’autonomia da condizionamenti esterni e alla proprietà della terra come occasione per stabilire un legame anche affettivo con un fattore indispensabile e irriproducibile e, dunque, da preservare nel migliore dei modi. Si tratta di aspirazioni che interagivano e continuano ad integrarsi – nelle aree del mondo più povere molto più che da noi - con legami sociali fondati sulla reciprocità. Con la modernizzazione agricola avvenuta nei paesi industrializzati in modo esplosivo negli ultimi sessanta anni e il cui motore è stato un intenso sostegno pubblico volto ad alimentare l’interazione tra tecnologia e impresa concepita astrattamente e in modo esclusivo come meccanismo di produzione a movente utilitaristico, le precedenti aspirazioni alla libertà e all’autonomia del mondo contadino si sono inesorabilmente sconnesse da relazioni sociali fondate sulla reciprocità, sul mutuo aiuto e sul senso di responsabilità verso gli altri e verso la natura. Sono state, dunque, le politiche pubbliche a determinare un’erosione crescente di beni relazionali, capitale sociale e risorse naturali nei territori rurali, non avendo rispettato il pluralismo culturale delle comunità locali e privilegiando, invece, il sostegno alla convergenza dei diversi modelli economici e imprenditoriali verso quelli ritenuti più validi dalle componenti sociali più forti.  


Ma questi processi non riguardano solo le campagne. Anche i movimenti nati dalle battaglie per i diritti civili negli anni Settanta, fino a quelli odierni per la cosiddetta rivoluzione gentile promossa dalle donne o per la gestione collettiva dell’acqua, si trovano ineluttabilmente dinanzi al problema del rapporto con il sistema politico, sempre per l’incapacità (o mancanza di volontà) dei partiti di riconoscere l’autorganizzazione della società civile come spazio distinto dal sistema politico e in rapporto dialettico con esso.

E, tuttavia, una libera, forte e riconosciuta società civile è il presupposto di un corretto funzionamento sia del mercato che dello stato, inteso anche come sistema politico. Constatiamo ogni giorno con raccapriccio la mancanza di un costume diffuso che sostenga comportamenti corretti e responsabili nel pubblico e nel privato e il dilagare dei fenomeni di corruzione che investono la pubblica amministrazione e le imprese, del caporalato che ha assunto le forme agghiaccianti dello schiavismo, nonché degli aumenti ingiustificati dei prezzi dei prodotti agricoli da parte di intermediari senza scrupolo che colpiscono, nello stesso tempo, sia i consumatori che i produttori. E ciò si deve al deficit cronico di società civile intesa come consenso universalistico su valori di civiltà condivisi tra i diversi gruppi sociali e fra le culture che essi esprimono.

 

Interazione tra società civile e mercato

Per ben funzionare e durare a lungo, un’economia di mercato ha bisogno che vengano rispettate, in aggiunta alle norme legali, due altre categorie di regole. Quelle sociali che fanno riferimento al capitale reputazionale (un soggetto sa di dover incorrere in rilevanti costi personali in caso di trasgressione della norma, dal momento che la sua reputazione verrebbe messa a dura prova dall’atto anti-sociale) e quelle morali che nascono dalla costituzione morale del soggetto che agisce nel mercato.

Queste due ultime categorie di regole, mentre arrecano grande beneficio alla collettività, possono non apportare un vantaggio diretto e immediato a coloro che le mettono in pratica. Si tratta, infatti, di quelle consuetudini adottate normalmente nelle relazioni sociali per minimizzare o addirittura neutralizzare i vari comportamenti opportunistici, che sono all’origine dei vari casi di fallimento o di crollo del mercato.

Per far funzionare la prima categoria di regole, cioè le norme legali, è sufficiente avere un efficace assetto istituzionale unitamente ad una ben oliata macchina della giustizia in grado di sanzionare i comportamenti devianti. Per dotare l’economia di mercato delle altre due categorie di regole, cioè quelle sociali e morali, è necessario, invece, intervenire sugli aspetti motivazionali dei soggetti, vale a dire sulla loro adesione convinta a valori condivisi, quali la solidarietà, la fiducia, la reciprocità, la giustizia sociale, la promozione umana. E come si è già detto, il luogo dove questi valori vengono generati e praticati è proprio la società civile.

Promuovere e riconoscere la società civile significa anche favorire il pluralismo delle culture d’impresa, tra cui la lunga e gloriosa tradizione dell’impresa civile, che non può essere vista come frutto di arretratezza culturale ed economica e, come tale, destinata a cedere prima o poi il passo all’impresa for profit. Le cooperative, le fondazioni, le istituzioni di microcredito, le forme molteplici di cittadinanza economica attiva, le gestioni collettive di beni comuni, le imprese individuali e societarie che spontaneamente antepongono all’obiettivo del profitto quello dell’utilità sociale della propria attività  appartengono alla cultura e alla tradizione di un popolo e come tali vanno rispettate. Non possiamo pensare che l’economia e la finanza non abbiano nulla a che vedere con la cittadinanza attiva e il civismo solo perché siamo imbevuti del pregiudizio che il gioco del mercato debba avere soprattutto fredde motivazioni utilitaristiche. E’ invece necessario popolare di vita, di persone appassionate, tutti i luoghi dell’umano, quindi anche l’economia e la finanza. Del resto, la crisi economica e finanziaria che stiamo vivendo è anche il frutto di culture che, essendo basate sulla separazione netta tra sfera economica e sfera civile e sulla dimenticanza delle forti connessioni che invece le contraddistinguono, hanno tentato di insegnare una dannosa e apparentemente persuasiva menzogna: che gli scambi economici sono più efficienti quanto più avvengono in modo spersonalizzato. E così le persone hanno lasciato i luoghi dell’economia e della finanza e li hanno abbandonati in mano ai soli addetti ai lavori: le banche e le imprese. Non basta ora chiedere a quest’ultime di essere responsabili: occorre anche ripopolare di gente i luoghi dell’economia e della finanza, immettendo in esse relazioni sociali e valori associativi, quali prodotti precipui della società civile. Scriveva Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di economia  civile (1765-67) che “la reciprocità, come legge fondamentale delle relazioni umane, è il legame che unisce i soggetti dell’economia civile nell’amore per il bene comune”.

 

Interazione tra società civile e stato

Sappiamo che lo strumento principale di cui lo stato si serve per far rispettare le regole del gioco economico è la sua capacità di sanzionare i comportamenti illegali: una capacità che discende dal fatto che lo stato è l’unica istituzione che detiene il potere di coercizione. Ma sappiamo anche che la possibilità di rafforzare i comportamenti pro-sociali degli agenti economici tramite le sanzioni legali è realmente praticabile soltanto quando questi comportamenti sono già relativamente diffusi in partenza tra la popolazione; in caso contrario le sanzioni legali comportano costi sociali talmente elevati da essere di fatto impraticabili. Questo significa che in assenza di una ben organizzata società civile, capace di instillare nei cittadini il senso di responsabilità e il rispetto per l’altro, nonché la passione per il bene comune e per la giustizia sociale, è perfettamente inutile – anzi controproducente – invocare uno stato forte e ben funzionante.

Se i comportamenti economici degli uomini sono mossi congiuntamente da passioni civili e da incentivi materiali, non si capisce perché le istituzioni di mercato debbano favorire, nella pratica, solo i comportamenti fondati sui secondi a tutto svantaggio di quelli fondati sulle prime, scoraggiandone di fatto la fioritura. Se nella scena economica ci sono soggetti pro-sociali, anti-sociali e a-sociali, l’organizzazione economica non può essere disegnata come se tutti i soggetti fossero anti-sociali e a-sociali. E’ questa una forma inaccettabile di violenza morale nei confronti dei soggetti pro-sociali che, per fortuna, esistono e sono tanti.

I problemi del settore pubblico (debito pubblico, elefantiasi burocratica, ecc.) sono per gran parte causati dal fatto che negli ultimi decenni la crescita simultanea di stato e mercato non è stata accompagnata da un adeguato sviluppo della società civile. Il rimedio non può allora consistere nell’estremizzare l’alternativa stato / mercato del tipo: rafforziamo lo stato oppure lasciamo fare tutto al mercato. Piuttosto, la via va ricercata in un’estensione di tutte quelle forme di organizzazione economica che la società civile è in grado di esprimere, se lasciata libera di farlo. Allo stato spetterebbe pur sempre un duplice, importante ruolo. Da un lato, riconoscere l’autorganizzazione dei soggetti civili in tutti gli ambiti in cui ritengono, in piena autonomia, di avere interessi legittimi da tutelare. Dall’altro, garantire le regole di esercizio di questa autorganizzazione (trasparenza, accesso alle fonti di finanziamento, regimi fiscali), facendo in modo che sia la competizione leale a stabilire il confine tra i diversi soggetti economici e non già interventi dirigisti dall’alto.

 

Il riconoscimento della società civile

Il riconoscimento della società civile passa attraverso il riconoscimento dell’autorganizzazione dei soggetti civili, che può avvenire mediante l’applicazione piena del principio di sussidiarietà. Esiste un primo stadio applicativo di tale principio che si realizza quando l’organo superiore semplicemente delega o distribuisce quote di sovranità all’organo inferiore. Si tratta di una sussidiarietà ottriata o concessa che avviene quando si attiva il decentramento amministrativo di una funzione pubblica. Non è questo il caso dei rapporti che intercorrono tra stato e società civile che si auto-organizza. In tali relazioni non c’è da concedere un bel nulla  ma si riconosce quanto l’organo inferiore è in grado di realizzare da sé. E’ a quel punto che lo stato decide anche di favorire l’autorganizzazione dei soggetti civili perché riconosce il vantaggio per la collettività derivante dalle funzioni esercitate dalla società civile.

Nel dibattito sui modelli di welfare si tende a radicalizzare il confronto tra lo stato assistenziale, che decide paternalisticamente e fornisce direttamente ciò che è bene per i cittadini, e l’idea di stato minimo, secondo cui lo stato deve garantire solo le leggi, l’ordine pubblico, la moneta e la difesa, lasciando il resto al mercato. Entrambe sono concezioni asfittiche che tendono a ridurre la complessità sociale alla mera dialettica tra stato e mercato, ignorando consapevolmente il ruolo già svolto e che potrebbe assolvere in modo ancor più marcato la società civile a vantaggio della collettività.

Oltre lo stato e il mercato esiste, infatti,  anche una terza possibilità che poggia sul riconoscimento della società civile e della sua capacità di autorganizzazione: è ciò che Stefano Zamagni definisce stato limitato e abilitante. Uno stato capace di intervenire, magari in maniera forte, in certi ambiti e non in altri, mentre riconosce – ma non concede – la più ampia autonomia al libero articolarsi della società civile, nonché promuove e incoraggia la fioritura di tutte le forme economiche che hanno effetti pubblici. In tal modo la sussidiarietà tenderebbe a realizzare una simbiosi virtuosa tra la mano invisibile del mercato, la mano visibile dello stato e la mano fraternizzante della società civile. Di tutte e tre le mani abbiamo bisogno per superare l’obsoleta visione di un’economia di mercato fondata sull’indifferenza e il conflitto, incapace di lasciare spazio ai comportamenti pro-sociali. Si tratta di dar vita a strutture di governance oltre lo stato e il mercato (ma in modo interrelato con essi), capaci di affrontare le sfide della globalizzazione, prime fra tutte quelle dell’accesso al lavoro (inteso anche come inclusione dei soggetti fragili), del nuovo modello di welfare (da connettere allo sviluppo locale), del nuovo ordine economico internazionale (creando l’infrastrutturazione sociale che potrebbe rendere effettivo l’accesso al cibo).

 

Le agricolture civili come nuovo modello di welfare

Nelle campagne italiane si vanno diffondendo da qualche tempo pratiche economicamente sostenibili che producono ben-essere e inclusione, mediante processi produttivi e  beni relazionali propri dell’agricoltura e delle tradizioni civili di solidarietà e mutuo aiuto del mondo rurale. Si tratta di attività in cui persone provate da varie forme di svantaggio o disagio danno un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità, misurandosi con ritmi naturali, ambienti aperti, processi produttivi che forniscono risultati tangibili, diretti e comprensibili, in termini di miglioramento delle proprie condizioni di salute, e permettono percorsi più efficaci di apprendimento, autostima e partecipazione.

Tali esperienze sono legate ad un’idea d’impresa in cui viene praticata una diversa gerarchia degli obiettivi imprenditoriali: in particolare, quelli riferiti alla promozione umana e alla giustizia sociale precedono quello della massimizzazione del profitto. Per i protagonisti di queste pratiche non si tratta di auto-infliggersi un sacrificio e trovarlo gratificante perché finalizzato ad una causa nobile, ma di ricercare nuove convenienze economiche in una competizione di mercato intesa come intreccio complesso di cooperazione e concorrenza. Per descrivere la concorrenza cooperativa è stato creato il neologismo co-opetition che distingue tale modello dal prevalente modello competitivo di tipo posizionale (c’è chi vince e c’è chi perde come in una gara sportiva) in quanto si fonda sul mutuo vantaggio dei soggetti dello scambio di mercato. In sostanza, tali soggetti (persone deboli inserite nell’attività, imprenditori agricoli, operatori sociali, consumatori, soggetti pubblici e privati del territorio) agiscono come un team per raggiungere obiettivi comuni in grado di avvantaggiare tutti i partecipanti dello scambio economico. In questa ottica, la scelta di perseguire prioritariamente l’obiettivo di produrre beni relazionali inclusivi accresce, nel soggetto imprenditoriale che la compie, reputazione e visibilità nelle comunità locali. In tal modo diventa più facile costruire relazioni con gruppi di acquisto e network di consumatori,  al fine di creare ulteriori quote di mercato, in grado di compensare gli eventuali costi aggiuntivi per  inserimenti lavorativi rispettosi della dignità umana e per servizi sociali non sempre e non del tutto sostenuti dal pubblico.  

La co-opetition permette di rendere economicamente sostenibile l’iniziativa imprenditoriale di coloro che scelgono di praticarla perché, negli ultimi decenni, sono emerse alcune novità di rilievo nell’agricoltura e nei rapporti urbano/rurale. La prima è l’entrata in scena di una particolare tipologia di consumatore che vuol essere partecipe del progetto con cui si crea il prodotto agricolo (per definirlo i francesi hanno coniato il termine consumacteur, che noi potremmo tradurre consumattore). Egli non si limita ad informarsi sui diversi prodotti, guardare l’etichetta e acquistare passivamente il bene in qualunque punto vendita; vuole, invece, essere protagonista del progetto imprenditoriale partecipando attivamente al rapporto di scambio dopo essersi aggregato, anche informalmente, in gruppi di acquisto. Finora le finalità prevalenti di tali aggregazioni riguardano la ricerca del rapporto diretto produttori/consumatori e della genuinità dei prodotti. Si tratta, dunque, di proporre una nuova finalità - da aggiungere a quelle esistenti soprattutto nell’ambito di quei gruppi sociali sensibili ai bisogni delle persone svantaggiate – che riguarda il sostegno diretto da parte dei cittadini ai sistemi di welfare mediante l’acquisto di prodotti alimentari delle fattorie sociali (dal momento che quello indiretto, attuato coi meccanismi redistributivi classici, sempre più risulterà insufficiente e inefficace in una società che tende ad invecchiare).  


La seconda novità - strettamente collegata alla prima - è l’emergere, tra le diverse culture alimentari, quella delle comunità di cibo che si creano intorno alle attività legate al cibo locale (km zero, farmer’s market, autoconsumo, presidi di prodotti tradizionali). Tali comunità finora hanno guardato al cibo solo nella dimensione riferita alla genuinità e naturalità e non in quella collegata alla qualità dei beni relazionali associati al cibo. Ma la ruralità, qualora non dovesse evocare i valori di reciprocità e mutuo aiuto che hanno caratterizzato da sempre le comunità locali, rischierebbe alla lunga di rimanere un guscio vuoto e subirebbe un processo ineluttabile di banalizzazione. E, dunque, i prodotti delle fattorie sociali potrebbero connotare in modo completo il legame tra comunità di cibo e ricerca dei valori rurali.


La terza novità – che anticipa le prime due creandone i presupposti -  è il fenomeno della rurbanizzazione che riguarda singoli individui e gruppi che dai centri urbani si spostano nelle aree periurbane  e rurali alla ricerca di stili di vita e forme dell’abitare meno stressanti  e più sostenibili, nonché attività agricole e rurali meno industrializzate e più legate a logiche di competizione di tipo cooperativo. Andando a riabitare le campagne, questi cittadini agricoltori ripristinano la peculiarità insita nella nascita dell’agricoltura come creazione di comunità sedentarie e di proto-città e come rottura dell’economia predatoria. Peculiarità messa pesantemente in discussione dai processi di modernizzazione che hanno investito il settore agricolo, rendendolo di fatto un reparto all’aperto dell’industria. I neo-contadini (che provengono prevalentemente dalle città) si rendono oggi protagonisti di una nuova mutazione antropologica delle campagne: da non-luoghi dove operano sistemi agroalimentari delocalizzati e predatori, che ricercano ovunque nel mondo materie prime a minor costo, a luoghi dove si ri-genera  un’agricoltura relazionale e di territorio. Il loro obiettivo non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola: è l’uomo coi suoi bisogni e le sue aspirazioni più profonde e sono i beni pubblici, relazionali e ambientali, i fini dell’attività economica, mentre il processo produttivo, il prodotto e la sua scambiabilità sono soltanto i mezzi per conseguirli.


L’insieme dei suddetti elementi permette alle strutture economiche agricole, indipendentemente dalla forma giuridica for profit o no profit che le caratterizza, di adottare i percorsi di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) non più nella logica di mera cosmesi per migliorare l’immagine, ma come sviluppo di effettive strategie competitive per modificare la concorrenza e vincere la sfida della sostenibilità economica, mediante l’attenzione – liberamente scelta - alle esternalità sociali e ambientali dell’azione dell’impresa. La ricostituzione del nesso agricoltura - comunità  permette, inoltre, di riconoscere il rapporto tra agri-colture – natura – culture. Un trinomio che esprime il fondamento della diversità. In questo nuovo approccio territoriale e comunitario viene, dunque, a cadere l’idea di agricoltura come modello unico ma dobbiamo parlare di agricolture, al plurale, legate a specifiche comunità.


Questa nuove agricolture che si sono venute a creare e che potremmo definire agricolture civili costituiscono un’opportunità per le famiglie e per le istituzioni dal momento che mettono in gioco risorse inusuali, come quelle ambientali  e produttive, e legami comunitari fondati sulla reciprocità e informalità per incrementare i servizi socio-educativi all’infanzia, diversificare e personalizzare con maggiore flessibilità i servizi alla persona e realizzare percorsi inclusivi attivi.


Si tratta di una vera e propria innovazione sociale nei modelli di welfare che integra economie locali e offerta di servizi alla persona, assunzioni di responsabilità diffuse e forme di collaborazione  tra soggetti pubblici, soggetti operanti nel terzo settore e soggetti privati secondo il principio di sussidiarietà. Oggi c’è una separazione netta tra un’economia che produce guasti sociali e ambientali e un’area molto autoreferenziale e protetta (no profit, volontariato, terzo settore) che provvede ad aggiustare quei guasti. Le agricolture civili contribuiscono a rompere gli argini e creare sinergie tra imprese profit e no profit su obiettivi di responsabilità e utilità sociale, puntando su progetti innovativi che danno effettivi risultati di ben-essere sociale.

 

Il pluralismo delle agricolture civili

I percorsi civili in agricoltura si realizzano innanzitutto attraverso l’assunzione, in imprese agricole già esistenti, di soggetti svantaggiati (invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione) oppure di lavoratori svantaggiati (immigrati, donne che hanno lasciato il lavoro per la difficoltà di conciliare tempi di vita lavorativa e tempi di vita familiare, persone sole con figli a carico, persone affette da dipendenze, disoccupati ultracinquantenni o di lungo periodo, ex detenuti). Ad essi si aggiungono le donne che hanno subito violenze e altri soggetti provati da diverse forme di disagio. Percorsi civili sono anche quelli che vedono protagonisti soggetti svantaggiati o  con disagi nella creazione di nuove fattorie sociali in forma singola o associata su terreni di proprietà privata, pubblica e collettiva.  Pratiche di agricoltura civile sono, infine, tutti gli altri servizi ricompresi nelle politiche sociali ed  erogati da una struttura agricola, come i servizi socio-educativi per la prima infanzia o le attività rivolte a minori in difficoltà o che vedono protagonisti gli anziani o ancora che si attivano per accogliere e integrare gli immigrati regolari.

Le agricolture civili sono di diverso tipo. Ci sono quelle imprenditoriali che si caratterizzano per la presenza di imprese profit di responsabilità sociale o di cooperative sociali. Accanto a queste forme esistono anche agricolture civili di cittadinanza attiva: esse si realizzano mediante la produzione di cibo destinato all’autoconsumo su piccoli appezzamenti di terra di proprietà di gruppi familiari, di case di cura, di scuole, di istituti penitenziari o di enti locali che organizzano orti sociali. Si possono, infine, sviluppare agricolture civili sui domini collettivi e di uso civico qualora si rivitalizzassero, nei percorsi di ammodernamento del welfare contemporaneo, le antiche funzioni solidaristiche che da sempre hanno caratterizzato gli usi (appunto civici) di questi beni.

Tutte queste forme creano beni pubblici se inserite in reti di economie civili che valorizzino il paesaggio, il patrimonio culturale dei luoghi e le capacità creative dei soggetti che operano nei territori rurali e periurbani.

 

Le reti di economie civili

Le economie civili esprimono tutte le loro potenzialità laddove si creano le condizioni perché una pluralità di soggetti possano interagire. Si tratta di far cooperare mondi diversi: a) imprese di settori diversi che adottano strategie di responsabilità sociale; b) reti informali di mutuo aiuto, cittadinanza attiva, comunità di cibo, consumattori, hobby farmer’s, ospitalità, cultura, arte, sport e attività fondate sul metodo terapeutico omeopatico e sulla riscoperta della relazione tra uomo e animale; c) gestioni di patrimoni civici; d) pratiche di valorizzazione dei beni paesaggistici e architettonici; e) reti formali dei servizi e degli spazi pubblici; f) sistema della conoscenza. E’ in tal modo che nascono e si diffondono competenze e attività innovative e si realizza una dimensione territoriale della competitività di tipo cooperativo che permette di fronteggiare meglio la globalizzazione. In siffatti contesti in cui si espandono le relazioni sociali nei territori e tra le diverse aree territoriali, è più facile lo sviluppo spontaneo delle organizzazioni economiche per la concentrazione dell’offerta, la valorizzazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli, le cui carenze sono un tratto distintivo dell’agricoltura italiana perché qui più che altrove la rapidità della modernizzazione agricola e la sua virulenza hanno maggiormente eroso il capitale sociale. Costruendo le reti territoriali si compete su come cooperare dentro la comunità e con altre comunità e territori, uscendo dall’isteria suicida della competizione di tutti contro tutti. La co-opetition non è, tuttavia, in contrasto con il merito e con la necessità di potare iniziative che impediscono alle reti territoriali di crescere. Per rinverdire la pianta dobbiamo tagliare rami secchi, ma anche quelli che hanno scelto di espandersi verso l’interno e non lasciano spazio ai rami che, evolvendo verso l’esterno, servono alla crescita delle reti territoriali. Sono operazioni dolorose perché riguardano rami vivi; e, nel costruire e monitorare le reti, vanno effettuate con logiche partecipative ed inclusive. 

Le economie civili manifestano tutta la loro carica innovativa se si abbandona una cultura architettonica e urbanistica che ha fatto il suo tempo, strettamente legata ad un modello di welfare che vede nettamente separata, non solo dal punto di vista degli spazi ma soprattutto dal versante delle funzioni e dei meccanismi regolativi, la produzione di ricchezza da una parte e gli interventi abitativi, sociali, educativi, culturali dall’altra, da realizzare con politiche di tipo redistributivo e gestite direttamente dalla mano pubblica. Una cultura architettonica e urbanistica strettamente legata anche ad una visione urbanocentrica del governo del territorio, che vede nettamente sconnesse le funzioni della città da quelle svolte dalla campagna. Si tratta, invece, di riconoscere e valorizzare comunità di cittadini rurbanizzati che abitano luoghi dove si sono venuti a sovrapporre spontaneamente processi di urbanizzazione e ruralizzazione, creando una sorta di continuum urbano-rurale, in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è città da ciò che è campagna.

Non ha, dunque, senso una visione del governo del territorio fondata esclusivamente sulla lotta al cosiddetto consumo di suolo e non invece sull’interazione tra economie civili e forme reali, possibili e sostenibili dell’abitare (co-housing, eco-villaggi, ecc.). Finora la sola tutela dei terreni agricoli dall’edificazione non è stata, infatti, sufficiente a garantirne il mantenimento perché tali aree, prive di una funzione specifica corrispondente alla propria vocazione e alle esigenze di una comunità, diventano non luoghi in attesa di essere edificati. Si tratta, invece, di superare anche nelle politiche pubbliche la separazione tra urbano e rurale e promuovere sviluppo economico e sociale guardando al territorio nel suo insieme. Va, in sostanza, eliminata una sorta di tacita e a volte opportunistica divisione del lavoro tra chi pianifica e realizza i quartieri e i servizi tradizionalmente considerati urbani e ne gestisce le problematicità e chi, invece, è addetto alla pianificazione e gestione delle aree agricole, a partire da quelle protette.

Le economie civili spesso rigenerano  pratiche tradizionali di mutuo aiuto che, come abbiamo visto, sono state abbandonate perché ritenute un impaccio per la modernizzazione dell’economia e della società  e che potrebbero oggi trasformarsi nei diversi territori in risorsa, in identità riconosciuta e riconquistata. Si tratta di ripetere per il patrimonio storico di valori e pratiche solidali lo stesso percorso effettuato per il recupero di prodotti tipici e tradizionali, facendoli diventare eccellenze alimentari. In tal modo, le reti di economie civili potranno contribuire a rafforzare i tratti identitari delle comunità non rinchiudendole in se stesse ma all’insegna dell’accoglienza e dell’apertura al diverso. Bisognerebbe associare alle reti di economie civili l’idea del viaggio che ha da sempre caratterizzato le comunità umane (migrazioni, transumanze, pellegrinaggi, ecc.), favorendo la cultura della mescolanza, dell’ibridazione e della contaminazione e ricostituendo continuamente le identità come aree comuni di scambio tra persone, prodotti e culture diverse. Se oggi l’antidoto ai ritmi stressanti è il turismo eccitante e insostenibile, promuovere una cultura dell’accoglienza che privilegia  il viaggiare in treno, il camminare lungo i sentieri, lo scambiarsi i beni di persona, deve indurre stili di vita più lenti e umanizzati.  

Riconoscersi come agricolture ed economie civili di territori che si identificano mediante il trinomio agri-colture – natura – cultura significa guardare al Mezzogiorno d’Italia  come ad una grande comunità dai tratti identitari ben distinti. Quest’area del paese ha subito dalla formazione dello stato unitario e del mercato nazionale – anche per responsabilità delle sue classi dirigenti - forme di saccheggio economico prima e di dipendenza poi, fino allo stabilizzarsi di un dualismo economico e sociale che con la globalizzazione ha assunto i caratteri della marginalizzazione e dell’esclusione.  Le reti di economie civili di questa mega-regione dovrebbero instaurare rapporti di cooperazione con mega-regioni che hanno radici diverse ma processi analoghi di formazione storico-sociale (Polonia Orientale, Germania dell’Est, ecc.) ed esposte come il Mezzogiorno italiano a processi di marginalizzazione economica e destabilizzazione sociale e politica. Con queste mega-regioni (i Mezzogiorno d’Europa) il Sud Italia dovrebbe stabilire rapporti per modificare le politiche europee di coesione sociale dall’attuale orientamento produttivistico – che avvantaggia le mega-regioni europee dominanti - verso indicatori che enfatizzino i contenuti sociali della produzione, del consumo e della valorizzazione del territorio.

Un ulteriore livello di cooperazione è quello delle meso-regioni di appartenenza che per il Mezzogiorno d’Italia è il Mediterraneo, e per la Germania Est e la Polonia Orientale sono i paesi dell’Est.  Oggi si parla di Mezzogiorno e Mediterraneo solo in chiave di logistica. Molti osservatori fanno, infatti, notare che il Mezzogiorno italiano si trova oggi al centro della formazione di un nuovo sistema logistico per il trasporto e lo scambio di merci tra l’Asia, l’Africa e l’Europa. Sicché, si possono intravedere due possibili scenari: 1) il Mezzogiorno diventa solo un ponte logistico per un sistema di trasporto e comunicazione rivolto a servire le regioni ricche dell’Europa Occidentale, senza il coinvolgimento delle agricolture e delle economie civili delle regioni del Sud d’Italia; 2) il Mezzogiorno diviene, invece, parte di un nuovo sistema di scambi internazionali centrato sulla propria società civile, sui propri mercati e sui propri potenziali di crescita. Se si vuole evitare un’impostazione ancora una volta subalterna, la logistica va accompagnata con un’azione per costruire reti di economie civili delle regioni del Mezzogiorno da orientare verso il Mediterraneo, l’Africa e l’Estremo Oriente. In questo modo si renderebbe questa mega-regione più forte nel Sud e più attrattiva nel Nord e le agricolture civili meridionali potrebbero svolgere funzioni rilevanti, associando allo scambio dei prodotti agricoli la diffusione di modelli di welfare alternativi a quelli redistributivi.

 

I percorsi partecipativi delle reti di economie civili

Le reti di economie civili sono l’esito di una progettualità territoriale, spesso non formalizzata, che si ottiene e si rafforza mediante percorsi partecipativi. Per dare continuità alla progettazione territoriale - da intendere come confronto incessante finalizzato a rafforzare i legami di comunità – occorrerebbe garantire ai tavoli locali la presenza di facilitatori di comunità. Ad essi andrebbero affidate talune funzioni importanti che si possono così enucleare: 1) gestire il dialogo tra attori con competenze diverse; 2) aiutare a costruire i partenariati; 3) indicare il metodo per inventariare i bisogni e le risorse; 4) redigere i protocolli d’intesa; 5) favorire il passaggio dall’idea progettuale al vero e proprio progetto; 6) introdurre nella progettazione un’azione efficace di verifica, monitoraggio e valutazione. Si tratta, in particolare, di garantire che al partenariato partecipino non soltanto organizzazioni di rappresentanza ed enti pubblici ma anche singole strutture (imprese, cooperative, associazioni, ecc.) e singoli cittadini (persone e gruppi familiari). Il partenariato non va considerato una sede dove le istituzioni e le organizzazioni di rappresentanza mediano interessi, ma deve essere inteso come una tessitura continua di relazioni tra soggetti che decidono di fare un percorso condiviso di progettazione partecipativa. Tanti fallimenti nelle forme di progettazione dal basso e nella costruzione delle reti hanno a che fare con relazioni spente, utilitaristiche, formali, divenute tali perché non più alimentate da fiducia e responsabilità e quindi non più amichevoli e fraterne.

La costruzione del partenariato concepita come tessitura di relazioni personali, di amicizia e di fraternità permette di: a) concentrare l’attenzione su territori specifici piuttosto che sui singoli settori; b) creare una visione comune circa l’evoluzione di un territorio; c) favorire la divisione dei compiti, delle responsabilità, del coordinamento delle azioni, evitando sovrapposizioni o conflitti; d) facilitare la partecipazione dei soggetti più deboli alle attività economiche e sociali del territorio.

L’esame del contesto socio-economico del territorio di riferimento è la condizione (e il pre-requisito) fondamentale per avviare la costruzione di una rete di economie civili. L’analisi dei bisogni territoriali non deve essere solo uno studio descrittivo di tipo quantitativo (numero dei disabili, tipologia, ecc.), ma deve poter fornire anche indicazioni qualitative (distribuzione nel territorio, concentrazione, caratteristiche a livello economico e sociale, ecc.). Questa analisi dovrebbe, in sostanza, portare alla lettura di un’intera realtà locale nella sua complessità, attingendo a fonti statistiche e utilizzando taluni strumenti come le interviste e il dialogo con gli attori coinvolti. Si tratta di adottare il modello della ricerca-azione, multi-obiettivo e multi-disciplinare, vale a dire una procedura d’analisi che conduca, nelle sue conclusioni, a pianificare le azioni del progetto che si intende realizzare, da fondare sulle informazioni provenienti dalla ricerca, sulle relazioni che si svilupperanno e sulle potenzialità che da essa emergeranno.

Un’analisi dei bisogni e delle risorse territoriali che sia in grado di suggerire, strada facendo, quei cambiamenti che si dovessero rendere necessari al mutare delle esigenze dovrebbe accompagnarsi ad un’azione di verifica, monitoraggio e valutazione. A tal fine, un disegno di valutazione dovrà essere predisposto nella fase iniziale della ricerca, in cui verranno definite metodologie e strutture teoriche di riferimento. La centralità della valutazione in tale processo sarà determinante per monitorare l’andamento dell’analisi e per replicare tra gli attori della ricerca un metodo partecipativo di auto-verifica che si intende diffondere nella comunità oggetto di studio e soggetto d’azione.

Per essere efficace la progettualità territoriale andrebbe praticata indipendentemente dalle politiche pubbliche. In tal modo i suoi esiti potrebbero costituire elementi utili per orientare l’intervento pubblico ad adottare obiettivi, azioni e misure volte ad incrementare il capitale sociale e i beni relazionali e non, invece, come purtroppo accade sovente, a distruggerli. Inoltre, potrebbe favorire un cambio di mentalità sia nel mercato, promuovendo la relazionalità responsabile e la cittadinanza attiva, sia nello stato, proponendo la collaborazione tra settori diversi, la competenza partecipativa e il riconoscimento dell’economia civile.

 

Le modificazioni nelle forme della rappresentanza sociale

Il paradigma delle reti di economie civili e i relativi percorsi partecipativi che le caratterizzano ribaltano, infine, le logiche della rappresentanza sociale tipiche del contrattualismo dell’economia fordista e dello stato assistenziale. Alcuni caratteri di fondo che connotano le forme correnti della rappresentanza sociale si possono così definire: 1) diffusa persistenza del collateralismo politico che frena la capacità dell’organizzazione di determinare autonomamente la propria evoluzione; 2) attenzione agli elementi quantitativi degli interessi rappresentati (numero addetti, contributo al PIL, ecc.), in funzione di un approccio alla partecipazione di tipo competitivo e contrattualistico (mediazione di interessi) e non già di stampo cooperativo; 3) individuazione degli interessi rappresentati in rapporto ai settori merceologici convenzionali e alle politiche pubbliche di riferimento  e non già in base all’evoluzione dei fenomeni sociali; 4) importanza degli schemi giuridici adottati dai soggetti organizzati (for profit / no profit, conduzione familiare / forma societaria, ecc.) nel definire i contenuti valoriali della struttura di rappresentanza; 5) scarsa attitudine a percorsi partecipativi connessi alla progettazione territoriale.

Gli elementi che sembrano, invece, caratterizzare le forme della rappresentanza nelle reti di economie civili sono i seguenti: a) ci si aggrega in modo spontaneo sulla base di valori, principi e programmi condivisi, rifuggendo da schemi di collateralismo politico; b) non si delimitano a priori ambiti e confini, ma si mantiene continuamente la porta aperta a nuove competenze e attività che risultino coerenti coi programmi; c) si riconoscono appartenenze plurime; d) ci si esprime come comunità di pratiche informali e/o come forum di aggregazioni già più o meno strutturate; e) l’approccio alla partecipazione non è di tipo concorrenziale e contrattualistico (mediazione di interessi), bensì di stampo cooperativo, mettendo in gioco non tanto la forza dei numeri, quanto invece la capacità di produrre beni pubblici in una logica reciprocamente solidale; f) l’eventuale espansione organizzativa avviene per cerchi concentrici (settoriali e territoriali) in un processo moltiplicativo delle reti.

Si tratta, evidentemente, solo di linee di tendenza che sovente scontano il condizionamento esercitato dal sistema politico e dagli schemi di regolazione adottati dalle politiche pubbliche. La tentazione statalista è, infatti, sempre in agguato volta ad ingessare regolazione e rappresentanza in forme subalterne e autoreferenziali tipiche dei vecchi modelli di welfare, eclissando così le prerogative proprie della società civile. Il rischio è l’imporsi di una sussidiarietà intesa come concessione da parte dello stato di una funzione da svolgere secondo modelli di tipo pubblicistico e non già come riconoscimento del libero espletarsi dell’autorganizzazione da parte di soggetti civili.  In pericolo sono i caratteri innovativi delle reti di fattorie sociali e di economie civili che si possono così riassumere: a) presenza significativa di soggetti economici a movente ideale che potrebbe essere rimpiazzata dall’aggrumarsi di soggetti prevalentemente attratti da meccanismi pubblici di tipo assistenziale; b) libera interazione di reti informali e reti formali che operano sul territorio che potrebbe essere soppiantata da freddi meccanismi burocratici, capaci di frenare la gemmazione di nuove competenze e attività; c) pluralismo delle tipologie esistenti che vanno da quelle imprenditoriali a quelle di cittadinanza attiva, fino alle pratiche esercitate sui domini collettivi e di uso civico, e che potrebbero subire un processo riduzionistico, determinando un impoverimento delle esperienze.

E’ quanto mai utile seguire da vicino questi processi perché sarà proprio l’evoluzione delle forme della rappresentanza sociale e delle norme giuridiche a costituire nel prossimo futuro la cartina di tornasole della crescita delle agricolture e delle economie civili e del loro riconoscimento.

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