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AGRICOLTURA SOCIALE



La Cooperazione Sociale Agricola in Italia

La visione parziale del fenomeno dell’agricoltura sociale in Italia è dovuta almeno in parte all’assenza di una definizione univoca di ‘agricoltura sociale’ e all’inclusione in questa categoria imprenditoriale di organizzazioni con caratteristiche e forma giuridica alquanto diversa. In primo luogo risulta quindi necessario cercare di capire cosa intenderemo in questo breve rapporto per agricoltura sociale.

 

Quale definizione?

 

Una prima definizione di agricoltura sociale è stata data dalla Commissione Europea, che si è focalizzata sull’identificazione degli aspetti multifunzionali dell’agricoltura affermando che: “L’attività agricola, oltre a fornire alimenti e fibre, modella il paesaggio, produce benefici ambientali quali la conservazione del suolo, la tutela della biodiversità, la gestione sostenibile delle risorse naturali rinnovabili e contribuisce alla vitalità socio economica di molte aree rurali” (Commissione Europea, 1998). Più recentemente, anche il Terzo Asse del piano strategico nazionale elaborato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha individuato la necessità di promuovere e sostenere le imprese agricole che operano nel campo dell’agricoltura sociale, prestando particolare attenzione al ruolo che queste hanno nel campo terapeutico-riabilitativo, in quello occupazionale-formativo e in quello didattico-culturale.

Guardando alla definizione di Senni (2005, p.10) per agricoltura sociale si intende un “insieme di attività a carattere agricolo, inteso in senso lato (coltivazione, allevamento, selvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, agriturismo, ecc.) con l’esplicito proposito di generare benefici per fasce particolari della popolazione (persone con bisogni speciali, anziani, bambini)”.

Da un confronto immediato delle tre definizioni si nota come il concetto di agricoltura sociale possa essere più o meno esteso: da un elemento di tutela prevalentemente ambientale e paesaggistica di cui beneficia l’intera comunità per la Commissione Europea, ad un’istituzione con prevalente natura sociale e rivolta a specifici gruppi di cittadini nell’accezione italiana di Senna e del Ministero.

Ai fini di questo rapporto, la definizione di agricoltura sociale viene articolata prendendo in considerazione l’oggetto ‘agricoltura’ e l’obiettivo ‘sociale’ e facendo rientrare nella categoria soltanto quelle organizzazioni che rispettano entrambe i criteri. In modo molto intuitivo, la produzione di beni agricoli e il posizionamento dell’organizzazione nel settore agricolo deve risultare criterio identificativo rispetto all’attività. Utilizzando questi criteri, una complicazione che emerge è legata allo stabilire quale percentuale dell’attività/della produzione complessivamente realizzata dall’organizzazione deve essere conseguita per ritenere che l’impresa operi nel settore agricolo. Esistono infatti molte organizzazioni definibili ‘multiprodotto’. Ad esempio, organizzazioni che si dedicano ad attività tra loro complementari e aventi ad oggetto lo stesso prodotto merceologico, ma appartenenti a settori diversi, quali l’agricoltura e l’industria alimentare di trasformazione dei prodotti agricoli. Allo stesso tempoesistono anche organizzazioni che differenziano completamente i propri settori di attività pur conducendo sotto un’unica impresa tutte le branche produttive, come nel caso di imprese che affiancano attività agricole a lavanderie ed attività industriali, o che affiancano la produzione di beni agricoli alla realizzazione di servizi sociali educativi o assistenziali. Sarebbe assai discriminante per queste organizzazioni non tenere presente la loro natura di imprese di agricoltura sociale anche se solo un piccolo nucleo operativo fosse coinvolto in questa attività e le entrate dell’organizzazione fossero determinate prevalentemente da altri settori produttivi. Non esiste quindi per definizione, dal punto di vista dello studioso, un ‘fatturato minimo’ che una impresa sociale agricola debba raggiungere per definirsi tale.

Il carattere ‘sociale’ dell’attività produttiva deve essere invece individuato nelle ricadute che la stessa ha in termini sociali. Se il riferimento fosse a qualsiasi esternalità positiva prodotta dall’organizzazione sulla comunità di riferimento o se l’accezione potesse essere rivolta a tutte quelle organizzazioni che producono beni di interesse e valenza sociale, certamente buona parte delle imprese agricole ricadrebbe in questa definizione. Sarebbero infatti incluse tutte quelle organizzazioni che producono alimenti biologici, innovando le tecnologie ed i processi per diminuire l’impatto ambientale, rivalorizzando aree abbandonate o non produttive, impiegando soggetti in territori a bassa occupazione e ad alta presenza di soggetti con bassi livelli di scolarizzazione, o ancora affiancando l’attività agricola a quella di educazione alimentare e al consumo.

In maniera più restrittiva, ci possiamo riferire invece a quelle imprese che sono sociali secondo quanto definito anche a livello giuridico dal D.Lgs. 118/2005, perché “esercitano in via stabile e principale un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale” dove i servizi di utilità sociale sono riferiti, oltre che ai settori tradizionali dei servizi soci-educativi e sanitario-assistenziali, a tutti quei settori di attività (compreso il settore agricolo quindi) in cui l’organizzazione si occupi comunque dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Adottando perciò la definizione di impresa agricola sociale come impresa sociale attiva nel settore dell’agricoltura, si giungono ad isolare, per requisiti giuridici, le sole imprese agricole:

  • in cui l'attività agricola è funzionale alla realizzazione di servizi di utilità sociale, educativa, riabilitativa, ricreativa e al soddisfacimento dei bisogni di categorie di soggetti deboli
  • in cui i lavoratori svantaggiati rappresentano almeno il 30% dei lavoratori impiegati a qualunque titolo nell’azienda, dove sono identificati come soggetti svantaggiati i lavoratori di cui dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera f), punti i), ix) e x), del regolamento (CE) n. 2204/2002 della Commissione, 5 dicembre 2002, della Commissione relativo all'applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato CE agli aiuti di Stato a favore dell'occupazione; ed i lavoratori disabili ai sensi dell'articolo 2, primo paragrafo 1, lettera g), del citato regolamento (CE) n. 2204/2002;
  • che presentano per statuto l’assenza di scopo di lucro e che quindi non realizzano alcuna forma di distribuzione diretta o indiretta degli utili ai propri stakeholder ma destinano gli avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o all’incremento del patrimonio;

 

e per il rispetto dei requisiti scientifici (come definiti ad esempio dal gruppo EMES):

  • che gestiscono un’iniziativa collettiva;
  • che hanno come obiettivo esplicito la promozione del benessere di una collettività o di uno o più specifici gruppi di persone (socie o non socie) anche attraverso un'esplicita funzione distributiva;
  • la cui forma proprietaria e le cui modalità di gestione sono coerenti con l’obiettivo sociale e prevedono quindi assetti multistakeholder, livelli di partecipazione e coinvolgimento dei principali stakeholder dell’organizzazione(lavoratori e utenti per definizione anche giuridica), rendicontazioni non solo contabili ma anche sociali; tutti elementi in grado di garantire che le relazioni contrattuali e fiduciarie siano coerentemente strutturate rispetto all’obiettivo.

 

Se adottiamo questa definizione di impresa agricola sociale o di impresa sociale agricola, stiamo focalizzando la ricerca su quelle organizzazioni che: (i) svolgono un’attività imprenditoriale, i.e. economicamente e finanziariamente sostenibile, escludendo quindi organizzazioni soprattutto non profit che svolgano esclusivamente funzioni di advocacy e tutela ambientale e legata ai settori di interesse; (ii) che possono avere forma giuridica diversa, includendo prevalentemente le cooperative sociali, ma anche imprese e famiglie agricole, associazioni di volontariato e strutture pubbliche; (iii) che presentano un forte legame con le attività sociali e di conseguenza sono produttrici dirette di servizi sociali (educativi, terapeutici, ecc.) o produttrici responsabili di attività di inserimento formativo e occupazionale. Ciò indipendentemente dal tipo di attività specifica che esse conducono, dalla modalità con cui le imprese si approcciano al mercato finale della commercializzazione e, almeno in parte, dalla tipologia di prodotto che esse producono.

Dall’analisi del contesto italiano e da una survey della letteratura esistente sulle origini del fenomeno, emerge chiaramente che la maggior parte delle imprese agricole sociali sono state costituite sia attraverso l’apertura di imprese private e famiglie agricole ai temi della socialità e in particolare al tema dell’inserimento di soggetti svantaggiati e alla promozione di attività a beneficio di bambini, anziani, e persone problematiche, sia attraverso l’estensione dell’attività di cooperative sociali verso il settore agricolo. Quest’ultimo caso rappresenta, da una parte, un importante esempio evolutivo delle dinamiche imprenditoriali collettive e, dall’altra, il gruppo più chiaramente identificabile di imprese sociali agricole, considerando che i dataset camerali permettono, come si avrà modo di esplicitare nella parte metodologica, di incrociare le informazioni sul settore di attività con quelle sulla denominazione dell’organizzazione equindi con la sua dimensione sociale.[1] Per questi motivi, il paragrafo seguente introduce i principali tratti della cooperazione sociale italiana.

 

La cooperazione sociale: ruolo ed articolazione

Quello della cooperazione sociale è un fenomeno sviluppatosi a partire dagli anni ’80 come iniziativa auto-promossa da gruppi di cittadini per rispondere ad una domanda insoddisfatta di servizi di interesse sociale e esercitata prevalentemente da classi deboli di soggetti. Il ruolo delle cooperative sociali è quindi ben identificato fin dalle loro origini: essere organizzazioni produttive, differenziandosi così dalle molte organizzazioni non profit di sola advocacy o con esclusiva funzione redistributiva, e offrire servizi alle persone svantaggiate dal punto di vista economico e sociale. Esse vengono quindi ad assumere un ruolo fondamentale in quei settori di attività in cui la sola presenza dell’offerta pubblica di servizi era caratterizzata da standardizzazione e rigidità, in cui vi era incapacità di rispondere ad esigenze specifiche e all’emergere di una nuova domanda di servizi da parte delle cosiddette nuove povertà. Esse vengono inoltre a contrapporsi alle logiche di prezzo e di profitto che caratterizzano il mercato e gli attori privati for-profit, cercando di ricorrere anche a logiche diverse di assegnazione dei beni e in particolare ricorrendo alla discriminazione di prezzo ovvero all’erogazione di beni gratuiti o semigratuiti alle persone più bisognose grazie al ricorso a donazioni, lavoro volontario e alle logiche di non distribuzione dei profitti.

Se l’iniziativa nasce come movimento spontaneo, la forma giuridica viene al contrario esplicitamente riconosciuta con la legge 381/1991 istitutiva delle cooperative sociali. La normativa prevede che tali organizzazioni possano esercitare attività diverse e distingue a tal fine tra cooperative sociali di “tipo a” se l’attività principale riguarda la gestione di servizi socio-assistenziali ed educativi, e cooperative di “tipo b” per lo svolgimento di attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (art.1).

La cooperazione sociale è così venuta negli anni a caratterizzarsi e ad acquisire interesse agli occhi di studiosi e policy maker sia per il continuo sviluppo e la forte crescita, con un conseguente rilevante impatto sociale, sia per la varietà delle attività da esse prodotte.

L’evoluzione del fenomeno è stata, come accennato in precedenza, consistente a partire proprio dagli anni ’90 grazie anche al riconoscimento giuridico intervenuto. I dati più recenti rilevati attraverso l’Osservatorio Euricse e le banche dati Aida contano la presenza in Italia a fine 2008 di 13.938 cooperative sociali, numero quasi raddoppiato rispetto alla precedente rilevazione Istat del 2005. Il loro impatto in termini occupazionali risulta molto elevato, con più di 317.000 lavoratori dipendenti complessivamente, per una media di 23 lavoratori a cooperativa e l’impiego in media di 530 soggetti ogni 100mila abitanti a livello nazionale. Se la dispersione territorialedelle cooperative sociali evidenzia un'elevata presenza al Nord-est (con quasi 3100 cooperative sociali), la crescita è stata comunque molto significativa negli ultimi anni soprattutto nel Sud e Isole, dove oggi si concentra il 43,3% del totale delle cooperative sociali, anche se la loro dimensione media è tale per cui complessivamente esse impiegano solo il 20,7% dei lavoratori del settore.

Distinguendo per settore di attività prevalente in cui le cooperative sociali operano, è possibile approssimare la distinzione delle cooperative sociali per tipo A e B. Emerge così che il 54,4% delle cooperative sociali opera certamente nei settori assimilabili alle attività delle cooperative sociali di tipo A, quali sanità e assistenza sociale, istruzione e attività artistiche, sportive e di intrattenimento. Le restanti cooperative svolgono la loro attività prevalente in altri settori, ma è prevedibile che spesso il settore d’attività prevalente dichiarato celi la natura di imprese produttrici contemporaneamente di beni e di servizi a soggetti svantaggiati.

Per definizione tipologica, sono le cooperative di tipo B le uniche a poter svolgere in maniera prevalente attività nel campo agricolo. Tuttavia, per queste realtà di cooperazione sociale agricola sono disponibili poche informazioni. Innanzitutto, l’ultima indagine approfondita Istat risale al 2003 e la banca dati Euricse rappresenta l’unica e più completa raccolta di informazioni economico-finanziarie e territoriali su queste organizzazioni. In secondo luogo, non sono state condotte analisi specifiche su queste organizzazioni, ma si dispone solamente di dati campionari che finora non sono stati sfruttati per verificare differenze nei settori di attività (ne è esempio la ricerca ICSI2007 promossa dall’Università di Trento in partenariato con altre università italiane).

Infine, la cooperazione sociale agricola presenta un potenziale interessante sotto molteplici punti di vista: (i) la capacità di recuperare in tempi più brevi e con migliori risultati i soggetti disabili (soprattutto psichici), grazie al rapporto con la natura e allo svolgimento di attività non alienanti; (ii) la capacità di trovare nel settore agricolo un settore proficuo e fonte di ricavi di natura privata, che renderebbe le cooperative sociali indipendenti dall’ente pubblico, e che permetterebbe di agire nel lungo periodo, trattandosi comunque di un settore a ridotta competitività, caratterizzato dalla scarsità di manodopera e con crescita della differenziazione di prodotto (con attenzione dei consumatori al biologico, al marchio, alla territorialità dei prodotti); (iii) la possibilità di realizzare partnership con organizzazioni cooperative non sociali e con produttori agricoli per il collocamento dei soggetti inseriti al termine del periodo formativo.

Su questi ed ulteriori spunti di riflessione si sta orientando l’attività di ricerca, ma risulta essenziale dare una quantificazione della cooperazione sociale agricola come forma più sviluppata e riconosciuta di impresa sociale agricola, quantomeno come punto di partenza per analisi più approfondite.

Non così facile sarebbe identificare invece le imprese o famiglie agricole con ruolo sociale, poiché in questo caso i registri camerali non permettono di discriminare le imprese agricole non cooperative per natura sociale della loro attività individuando quelle che si occupano di attività educative o di formazione-inserimento lavorativo di fasce deboli.



di EURICSE (Studio condotto per conto diINEA – Istituto Nazionale di Economia Agraria)

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